E se l’immigrazione fosse un’arma non convenzionale? La “bomba”, giornalisticamente parlando, è stata sganciata da InfoDirekt, periodico austriaco che si interessa di questioni diplomatiche e militari, il quale in un suo recente articolo ha affermato come in un rapporto dell’Österreichischen Abwehramts, ovvero i servizi di intelligence militare del Governo di Vienna, emergerebbe il ruolo degli americani nel cofinanziare gli sbarchi di migranti africani sulle coste europee. In un ulteriore articolo, lo stesso InfoDirekt ha poi aggiunto come importanti organizzazioni finanziarie godrebbero del relativo indotto.

Importante, per le multinazionali della finanza globale, sarebbe infatti il business legato all’immigrazione. L’agenzia di stampa russa Sputnik, che nella sua versione in lingua italiana ha ripreso gli articoli del periodico austriaco, riporta, per fare un esempio, che un’azienda per i richiedenti asilo avrebbe ottenuto dallo stato austriaco 21 milioni per assisterli nelle pratiche e nutrirli. Si tratterebbe di un’azienda con sede in Svizzera, la ORS Service Ag, posseduta da una finanziaria, la British Equistone Partners Europa, “che fa capo – cita sempre Sputnik – a Barclays Bank. Ossia, alla potentissima multinazionale finanziaria nota anche come ‘la corazzata Rotschild’, che ha come principali azionisti la banca privata NM Rotschild e la loro finanziaria satellite Lazard Brothers”.

Anche secondo Thierry Meyssan, responsabile del centro studi francese Reseau Voltaire e noto per le sue posizioni antiatlantiste, che ha a sua volta ripreso il pezzo di InfoDirekt, le ipotesi sarebbero valide e da collegarsi alla necessità di mantenere l’Europa in uno stato di caos permanente che la costringa a stare agganciata alle capacità militari degli Stati Uniti.

Invero però l’obiettivo, volendo prendere per buone le informazioni di InfoDirekt e Sputnik e quindi collegare la questione a una precisa strategia geopolitica, potrebbe essere anche un altro. La recente apertura delle frontiere macedoni ai migranti, che ha di fatto provocato in poche ore il riversarsi dei disperati in arrivo dall’Africa nell’est europeo, potrebbe infatti avere un obiettivo di più lungo periodo, legato a un sottile progetto che potremmo definire di ingegneria sociale. Non bisogna infatti dimenticare che il primo risultato di una massiccia immigrazione è quello di ammorbidire i tratti identitari di una società. Questo è un dato confermato dalla storia: l’impero romano finì per crollare sulle macerie della romanità quando Roma era ormai divenuta il postribolo per gli svaghi di una classe dirigente corrotta, mercantile, dimentica delle proprie radici e dedita al sincretismo culturale più bizzarro a causa degli stimoli portati dall’immigrazione dalle province più remote verso il centro dell’impero. Non a caso uno dei padri fondatori del progetto dell’Europa unita, il conte Richard Coudenhove-Kalergi, affermava sfacciatamente che l’immigrazione massiccia nel continente europeo sarebbe servita per ammorbidire l’identità dei popoli europei, rendendoli così meno reattivi alle imposizioni delle classi economiche dominanti.

Se però l’Europa occidentale ha già visto negli ultimi decenni una pesante immigrazione che ha di fatto mutato antropologicamente i propri centri urbani, sempre più simili alle multietniche città americane, l’Europa orientale era finora rimasta immune e, guarda caso, proprio l’Europa orientale ha posto la maggiore resistenza alle direttive ideologiche di Bruxelles su temi etici e sociali come l’identità di genere e l’immigrazione.

Una conseguenza questa dell’isolamento che l’area aveva vissuto sotto la “cortina di ferro”, restando immune all’evoluzione o se vogliamo all’involuzione della società capitalistica occidentale verso un modello puramente individualista, egoistico ed edonista. Questo spiega anche in parte il forte attaccamento alle proprie radici della Russia di Vladimir Putin e di altri Paesi anche all’interno dell’area Schengen, come l’Ungheria. Proprio l’Ungheria, forse informata per tempo sulle evoluzioni che avrebbe preso il problema migratorio, aveva avviato prima dell’estate la costruzione di un muro ai confini meridionali, che ora tutela il Governo di Budapest dal dover affrontare il caos che sta invece affrontando la vicina Serbia. Inutile dire che, per questa decisione, il premier ungherese Viktor Orban era stato attaccato in maniera veemente sia dai vertici dell’Unione che dal Partito Popolare Europeo di cui fa parte.

Attaccato in fondo per aver difeso ciò che, per un popolo, una comunità e una nazione rappresenta il baluardo principale. Il collante senza il quale sarebbe impossibile impostare una qualsiasi strategia militare o politica di contrasto alle minacce esterne, proprio perché non vi è nulla capace di unire, all’interno di un popolo, individui diversi per ceto sociale, cultura, professione e conto in banca come l’identità, senza la quale uno Stato sarebbe soltanto un insieme di molteplici egoismi gestito grazie alla coercizione e in definitiva alla mancanza di alternative. Uno Stato in cui i cittadini sarebbero prigionieri inermi su una nave nel mare in tempesta. Uno Stato, in fondo, purtroppo molto simile alla nostra Italia.