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Colosso immobiliare a un soffio dal default, la Cina trema davvero

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Paolo Zignani

Gli investimenti nel mattone sembravano sicuri, al punto da emettere obbligazioni al 7%. Ma si è costruito troppo e molte case sono invendute

La Cina è caduta nella “trappola del reddito medio”, come la chiamano gli economisti, che così definiscono la contraddittoria fase in cui lo sviluppo di un sistema economico s’impantana, investendo sempre negli stessi settori, fino a far scoppiare la bolla e interrompere la crescita dell’intero sistema. E’ il caso dell’ex celeste impero, che dopo anni di sviluppo economico forsennato, non riesce a convertire nel mercato interno l’enorme portata degli investimenti dall’estero.

Colosso immobiliare a un soffio dal default, la Cina fa paura davvero
Appartamenti invenduti della società Country Garden a Pechino – lintellettualedissidente.it Ansafoto

Il ceto medio dopo essersi formato è asceso, ma il mercato non lo metabolizza in modo equilibrato. Si costruisce troppo, si cementifica senza criterio, al punto che la bolla immobiliare si è gonfiata fino a scoppiare. E gli stipendi non bastano a pagare i debiti né a sostenere gli investimenti. Gli sviluppatori immobiliari hanno creduto di poter dare ali all’economia mettendo a disposizione in numero enorme appartamenti, uffici e aree commerciali, finché i costruttori non sono più riusciti a vendere case, il ceto medio si è indebitato e le piccole e medie banche ora rischiano la crisi.

Un’economia che investe troppo sul mattone

Il sistema è squilibrato: il ceto politico non ha preso per tempo provvedimenti adeguati, si potrebbe affermare criticamente ma inutilmente, a giochi fatti. Il settore immobiliare vale ancora il 30% del Pil cinese, un’enormità, privo com’è di una sufficiente diversificazione. Il risultato è che troppi investimenti si sono concentrati sull’edilizia, che non poteva più permettersi di riceverne.

Colosso immobiliare a un soffio dal default, la Cina fa paura davvero
Quartiere residenziale di Evergrande a Pechino – lintellettualedissidente.it Ansafoto

Di conseguenza, dopo Evergrande, anche Country Garden, altro sviluppatore immobiliare, è entrato gravemente in crisi, avendo dichiarato alla Borsa di Hong Kong di non essere in grado di far fronte a un indebitamento arrivato a quasi 200 miliardi di dollari. L’indebitamento verso l’estero non sarà onorato entro la scadenza o entro i periodi di grazia. Il che significa che chi dall’estero ha investito in Cina, illudendosi che il mercato avrebbe assorbito, entro un mese si ritroverà con un pugno di mosche in mano.

Indebitamento da 200 miliardi di dollari

La borsa di Hong Kong ha ringraziato Country Garden facendola crollare: mano 10,71% e chissà alla ripresa delle contrattazioni. Chi pagherà quei debiti? Si faranno aste pubbliche? Progetti di recupero? Le banche compreranno a prezzi stracciatissimi per poi di nuovo investire nel mattone, col rischio di ripetere lo stesso errore? Facile giudicare per gli osservatori, si rende indispensabile però un ritocco al sistema economico, rendendolo eventualmente più sostenibile.

Intanto avanza uno tsunami di debiti, compresi quelli relativi ai bond in dollari Usa emessi dalla società. C’erano venerdì 13, precisamente, 66,8 milioni di dollari americani in cedole da pagare agli investitori che hanno comprato le obbligazioni in dollari di Country Garden, ora a rischio di diventare carta straccia. Il pool di consulenti legali e finanziari dello sviluppatore immobiliare non ha trovato di meglio, per ora, che chiedere “pazienza ai creditori”. Nel mentre il pool “valuta le sfide attuali”, che tradotto significa che non sa che pesci pigliare, cominciando però a dire la verità.

Ci sono 4mila banche piccole o medie, in Cina: è da vedere quante e in che modo resteranno impigliate nelle ricadute dei crediti verso Country Garden ed Evergrande, per poi fare un’analisi dello stato di salute dell’economia cinese. Entro fine ottobre, alla scadenza del periodo di grazia, Country Garden dovrà versare il dovuto, coprendo le cedole, altrimenti sarà default per tutto il debito offshore. Un baratro di 10,96 miliardi di dollari in obbligazioni offshore, a tassi sopra il 6 e il 7%, costruiti apposta per chiamare investitori remunerandoli ampiamente. E prestiti per un valore di ben 42,4 miliardi di yuan, cioè 5,81 miliardi di dollari. I risparmiatori cinesi hanno già visto il titolo precipitare a meno 17% alla vigilia di Ferragosto. La preoccupazione per loro è forte.

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