Mai come oggi occorre ritirare fuori dagli scaffali delle librerie quel saggio in forma di racconto di Carl Schmitt intitolato Terra e mare, in cui l’opposizione fondamentale tra due elementi, due forze naturali, due spazi vitali e di egemonia che, diventa il motore della storia dell’umanità. E in questa prospettiva geopolitica, nel grande ritorno delle potenze talassocratiche, in contrapposizione all’Hearthland, si inserisce la crisi di governo italiana scatenata dalle dichiarazioni improvvise di Matteo Salvini. Nel giornalismo, gli americani la chiamano “big picture”, vale a dire la necessità di leggere una notizia, apparentemente isolata, all’interno di un contesto internazionale molto preciso. Il nuovo corso politico di Matteo Salvini, che vorrebbe andare da solo al governo, lo porterebbe ad inserirsi in quella rinnovata “alleanza di mare” tra Stati Uniti e Inghilterra, che va dalla dottrina Trump (rafforzata nel 2020 con un probabile secondo mandato) alla Brexit di Boris Johnson (la rottura con l’Ue è prevista entro il 31 Ottobre 2019), smarcatasi proprio dalla “civiltà della terra” che va da Lisbona a Vladivostok passando da Pechino, principale avversario dei nuovi neoconservatori, ben inseriti alla Casa Bianca, sempre pronti a fabbricare la narrazione del nemico esterno per difendere il secolo americano. In questo scacchiere internazionale il governo gialloverde, fedele alla geografia italiana, era riuscito a diventare quel punto di congiunzione tra Est ed Ovest, tra Usa, Russia e Cina, dialogando con tutti, senza esclusioni. Ma a qualcuno Oltreoceano non è andata giù. Per certi apprendisti stregoni l’Italia è e deve rimanere “una finestra atlantica sul Mediterraneo e sull’Europa”.

“Penso che Di Maio abbia esibito un’incredibile ingenuità andando a Pechino, ha dimostrato che non è ancora pronto per la ribalta” (Steve Bannon, in un’intervista di Viviana Mazza su Sette)

Non a caso, in piena “Moscopoli”, invece di chiedere rassicurazione al leader della Lega, l’amministrazione Trump, tramite l’ambasciatore Lewis Eisenberg, ha telefonato qualche settimana fa Luigi Di Maio, preoccupato per il posizionamento internazionale del governo, troppo poco filo-americano e orientato sulla Nuova Via della Seta. È evidente dunque che la retorica salviniana del “governo dei no” sia solo una maschera indossata all’ultimo secondo dopo aver ottenuto dall’esterno garanzie sul futuro molto più interessanti. Un pretesto bello e buono per aprire la crisi di governo insomma. Anche perché la Lega aveva da poco incassato con una larga maggioranza il “Decreto Sicurezza bis” e il sostegno del premier Giuseppe Conte sul TAV. La verità è che che c’è qualcosa di molto più grosso in ballo e Matteo Salvini, consapevole della brevissima longevità dei politici contemporanei, non può vivere sulle spalle delle navi delle ONG per un intero mandato, e necessita di ampliare l’offerta politica. Può e deve giocarsi il tutto per tutto ora, con questo consenso, persino ritirando fuori il vecchio slogan #BastaEuro lanciato qualche anno fa, forte di questa retrovia strategica internazionale di “mare”. E il ritorno di una possibile alleanza con Silvio Berlusconi serve proprio a questo: portare i moderati nel campo della sovranità monetaria, godere del sostegno di una parte dei giornali e delle televisioni, trattenere in Italia i capitali della borghesia imprenditoriale e non, infine dare un volto moderato a questa presa di posizione radicale.

Se così fosse, il Movimento 5 Stelle, dopo aver sostenuto la nomina di Ursula von der Leyen alla Commissione, si troverebbe dall’altro lato della barricata, con le potenze di “terra”, costretto a sostenere le politiche di austerità di Bruxelles e chiudere un occhio sul dominio continentale dell’asse franco-tedesco. Se la Germania ha il coraggio di spostare definitivamente il suo baricentro ad Est (togliere le sanzioni alla Russia, consolidare rapporti con la Cina, sostenere la grande coalizione mediorientale di matrice iraniana) e sradicare lo strapotere statunitense sul proprio territorio, le traiettorie geopolitiche diventano esplosive, altrimenti l’Unione Europea e tutti i suoi difensori sono destinati a sparire, e paradossalmente solo Vladimir Putin, dopo essere stato accusato da tutta una stampa liberal di volerla dividere, può riuscire a “salvarne” l’unità” (leggetevi questo storico discorso tenuto da Angela Merkel al vertice di Monaco, e passato fin troppo inosservato). Tutto è nelle mani del governo di Berlino. O riesce a ricollocarsi dove era nel 1905, accanto alla Russia, e dunque a ritrovare una profondità strategica di “terra”, oppure è destinato ad accelerare il ritorno e l’ascesa delle potenze di “mare”. Per farlo deve allentare le politiche monetarie dell’euro – un “marco travestito” che in tutti questi anni ha sostenuto gli interessi delle proprie industrie, delle proprie banche, della propria finanza e più in generale del proprio apparato produttivo, anche a costo di affondare “Paesi alleati”, in particolare quelli del Sud, tra cui l’Italia – e soprattutto ha la necessità di creare in Europa una difesa post-Nato non ostile al Cremlino. Impresa difficile se pensiamo che la Germania, uscita sconfitta dalla Seconda Guerra Mondiale, è il Paese con più basi militari americane del continente (16 in tutto!), e difficilmente avrà il coraggio di smantellarle una per una. Staremo a vedere che succede.