La Françafrique si prepara ad adottare una moneta unica agganciata allo Yuan, la valuta cinese: perbacco, nel mare magnum di notizie usa e getta questo lancio sarebbe davvero clamoroso. La Francia su certi temi non transige, Gheddafi una valuta panafricana si è limitato a progettarla ed è stato trucidato: un’area valutaria ottimale che non riguardi il Franco Cfa avrebbe ripercussioni enormi sui fragili equilibri del continente africano.

La bomba è stata sganciata lo scorso 17 giugno da Jean-Claude Brou, presidente della commissione della comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale -Ecowas- a latere dell’incontro tra i ministri delle finanze e i banchieri centrali dei 15 Stati appartenenti a questa organizzazione internazionale: “l’Ecowas vuole accelerare la creazione di una propria moneta unica per lanciarla nel 2020”.

Sono trent’anni che l’Ecowas progetta la nascita di una moneta unica per i propri Paesi membri, eppure in Africa occidentale a farla da padrone è ancora il Franco Cfa, improvvisamente – per alcuni, non per noi – esploso nel dibattito pubblico italiano mentre si aprivano le danze della campagna elettorale per le ultime elezioni europee.

Per consolidare i progressi già fatti, i capi di Stato e di Governo ci hanno suggerito di accelerare i lavori d’integrazione monetaria con un obiettivo da raggiungere nel 2020, l’istituzione di una moneta unica”. I sismografi danno di matto all’Eliseo, le dichiarazioni di Brou a margine dell’incontro di Abidjan hanno un peso specifico notevole: “c’è la volontà politica di realizzare questo progetto”.

Che ruolo gioca Pechino nella scissione tra la sponda occidentale del continente africano e le ex potenze coloniali? La Cina è il Paese che fa più investimenti diretti esteri in Africa, costruisce ponti, strade, ferrovie, scuole, ospedali e ogni genere d’infrastruttura: stando a quanto riportato dal quotidiano della Repubblica Popolare, Xinhua, il 2019 sarebbe il nono anno consecutivo nel quale la Cina è riuscita a piazzarsi al primo posto per traffici commerciali con il continente africano. Cento miliardi di interscambio e tanti saluti al resto del mondo.

L’aggancio della nuova valuta dell’Africa Occidentale – ancora sconosciuti nome, tasso di cambio e modello di banca centrale scelto – allo Yuan agevolerebbe la formazione di un enorme mercato di sbocco – già in fieri a dirla tuttaper i prodotti cinesi. Dal 2006 al 2017 la Cina ha investito in Africa più di 60 miliardi, un’ondata di liquidità accompagnata da un’avanzata di non poco conto anche sul piano militare e diplomatico: attualmente a riconoscere Taiwan è rimasto il solo Swaziland.

Come farà l’occidente a contestare l’aggancio di una valuta dell’Africa occidentale allo Yuan cinese? Si appellerà al principio di autodeterminazione dei popoli? Dopo Sankara, Gheddafi e le guerre per procura in varie parti del continente? Dopo il colonialismo feroce di Leopoldo II nell’Africa più nera? Contesterà la pericolosità di un elevato debito denominato in valuta estera, palesando grossolanamente le storture di un’altra area valutaria ottimale, a noi ben nota? Contesterà forse l’accesso selvaggio al credito al consumo – ammesso e non concesso che nei prossimi anni si assista allo sviluppo di una consistente classe borghese/consumatrice africana – per consentire l’invasione degli ultraprodotti cinesi nel continente nero? Ma a Washington lo sanno cosa è successo nella Grecia degli albergatori scrocconi e pigri?

Le istituzioni internazionali hanno già cominciato a frignare manco fossero le vecchie donne dei quartieri spagnoli descritte ne “La pelle” di Malaparte. Fmi, World Bank e tutte quelle organizzazioni che Chang racchiude nella species cattivi samaritani”, primi responsabili dell’arretratezza dei Paesi in via di sviluppo – con buona pace di Greta – vadano a farsi fottere. Yuan o non Yuan, auguriamoci il peggio per questa pletora di autorevoli mistificatori.