Certo in questi tempi postmoderni l’uomo ha smesso di confrontarsi con le grandi questioni metafisiche, è troppo preso dai suoi affari, troppo impegnato ad appropriarsi con un solo colpo della fama, del successo, del denaro e degli onori, per riconoscere un qualche valore alla riflessione; la filosofia è un’arte in via d’estinzione, sopravvive relegata nelle cittadelle universitarie; la stessa morte è diventata un tabù impronunciabile, un affare sgradevole da occultare e rimuovere dalla coscienza collettiva. Oggi si muore in asettiche e sempre più isolate camere (celle) di un qualche anonimo ospedale, al riparo da occhi indiscreti, soli. 

Dopotutto una società che venera soltanto la realizzazione professionale (che idolatra i tanti Gordon Gekko in grado, come novelli Mida, di trasformare in oro tutto ciò che toccano) che necessità per alimentare il mito del successo, del grande sogno americano, di una massa d’individui che siano sempre attivi, energici, vitali, operosi, non può permettersi di indugiare troppo sulla fastidiosa realtà della morte e del morire; deve adoperare ogni mezzo che ha a sua disposizione per dirigere altrove lo sguardo dell’uomo. E se questo è il paradigma dominante, ne consegue che il dolore, la sofferenza, il lutto non hanno più posto nel nostro mondo. 

Der Anatom, Gabriel Cornelius Ritter von Max

Il lutto viene negato, l’inevitabile sofferenza che segue la morte di un nostro caro viene banalmente catalogata come depressione e altrettanto banalmente “curata” con dei simulacri chimici della felicità. L’industria farmaceutica sfrutta l’illusoria speranza dell’uomo di sopprimere i mali dell’esistenza grazie alle strabilianti invenzioni della scienza; scienza che si è prefissata lo scopo d’imbottigliare e mercificare la felicità, per renderla “facilmente acquistabile e fruibile”, a patto che si abbia una graziosa ricetta da esibire.  Eppure se l’uomo avesse il coraggio di riflettere sulle radici della propria angoscia, come Tolstoj ha fatto, si renderebbe conto che l’origine del dolore umano risiede nella consapevolezza dell’inevitabilità della fine. E in questa presa di coscienza sta il valore della Confessione, il significato che possiamo estrapolare dalla lettura dell’opera di Tolstoj. 

Era come se avessi vissuto avanzando incessantemente, sino a trovarmi sull’orlo di un precipizio, senza più nulla davanti, tranne la morte. Ma fermarsi non era possibile, e neppure tornare indietro, e neppure chiudere gli occhi per non vedere che davanti non c’era altro che la sofferenza e la reale, autentica morte: l’annullamento totale. E così io, uomo sano e felice, sentivo di non poter più vivere, sentivo che una forza ignota e invincibile m’induceva a cercare di liberarmi della vita.

A mano a mano che ci si addentra nella lettura della Confessione, Tolstoj delinea con spietata lucidità il ritratto di se stesso: di un uomo apparentemente felice, in piena salute, all’apice del suo successo di scrittore, ma è proprio nel momento apparentemente più glorioso della sua vita che lo investe una profonda crisi interiore, come se l’uomo, una volta che ha raggiunto i suoi obiettivi, nel preciso momento in cui ha tutto, soltanto allora iniziasse a confrontarsi con gli autentici mali dell’esistenza: la prospettiva incombente della vecchiaia, la malattia, l’inevitabilità della morte, con la conseguente angoscia che ne deriva.

Ma forse ho trascurato o non ho capito qualcosa? È impossibile che questa disperazione sia comune a tutti gli uomini. E così cercavo delle risposte alle mie domande in tutte le conoscenze che gli uomini avevano acquisito. Cercai a lungo e tormentosamente (…) Cercai in tutte le scienze, e non soltanto non trovai nulla, ma mi convinsi che tutti coloro che, come me, avevano cercato una soluzione nelle scienze, non avevano, come me, trovato nulla. E non soltanto non avevano trovato nulla, ma avevano dovuto esplicitamente riconoscere che proprio quanto aveva condotto me alla disperazione, e cioè l’assurdità della vita, era in realtà l’unica verità certa accessibile all’uomo.

È la definitiva capitolazione della ragione, la consapevolezza che la ragione non è in grado di trovare una risposta alle domande che dilaniano l’uomo. Questa presa di coscienza segna l’avvio di un percorso che non investe soltanto Tolstoj, ma che investirà un intero secolo: crollata la fede nell’illuminismo e nel positivismo, nel XX secolo l’umanità oscillerà tra il nichilismo, l’irrazionalismo e le varie filosofie dell’assurdo.

Gli anni che vanno dal 1879 al 1882 (periodo in cui lo scrittore lavora alla Confessione) sono per Tolstoj anni dominati da una forte angoscia interiore, angoscia alimentata da una forte ansia di migliorare se stesso. Un’ansia che caratterizza i più celebri personaggi di Tolstoj, dal burbero e scontroso Levin di Anna Karenina all’ingenuo e dubbioso Pierre di Guerra e Pace, alter ego dello scrittore, che scandaglia minuziosamente il proprio vissuto interiore e mette sotto accusa la sua incapacità di tradurre in propositi reali le sue aspirazioni, vittima di un’indolenza che è gli è propria e che è anche rappresentativa della classe sociale cui appartiene.

Avrebbe inorridito, sette anni prima, se qualcuno gli avesse detto che non aveva bisogno di cercare e di inventare nulla, che la sua vita era già tracciata, prestabilita e che, per quanto si desse da fare, non sarebbe stato diverso da altre persone in situazione analoga alla sua. Non sarebbe riuscito a crederci. Non era lui che aveva intuito la possibilità di rigenerare il corrotto genere umano e lo aveva desiderato con slancio appassionato, naturalmente dopo aver portato se stesso al massimo grado della perfezione? Non era stato lui a istituire scuole e ospedali, a concedere la libertà a si suoi contadini? Ed ora, invece, ecco: era il facoltoso marito di una donna infedele, un gentiluomo di corte a riposo al quale piaceva mangiare e bere e dire un po’ male del governo; era un socio del Club inglese di Mosca e il beniamino dell’alta società moscovita.

Tolstoj prende le distanze dall’intelligencija russa, ne descrive la vanità e l’egocentrismo. “La nostra più intima e autentica soddisfazione era quella di ricavare quanto più denaro e lodi fosse possibile e per raggiungere questo fine non sapevamo fare altro che scrivere libri e articoli per i giornali”. Tolstoj ammette con estremo candore che la pretesa di ergersi su una cattedra e farsi professori del popolo ignorante, era una pretesa vana. È costretto a riconoscere di essere “ignorante”, sa di non sapere, non è in grado di lenire l’angoscia esistenziale dell’uomo scaraventato “in quegli spaventosi spazi che lo rinchiudono” (per dirla come Pascal). 

A lungo, adescato dal successo e dalle lodi che gli uomini mi tributavano, ero riuscito a convincermi che quello (la scrittura) fosse un lavoro possibile nonostante l’incombere della morte che un giorno avrebbe annullato le opere e perfino il loro ricordo. Ma ben presto mi accorsi che anche questo era un inganno. Per me era chiaro che l’arte era un abbellimento della vita, un ornamento che la rendeva più attraente.

Tolstoj alla fine del percorso spirituale che intraprende nella Confessione riscopre la fede, trova nella religione la risposta alle domande che lo ossessionano e sente il bisogno di vivere secondo i principi della carità cristiana. Rinuncia agli abiti da signore, al lusso, all’alcool, al fumo, rinnega la scienza e la fede nel progresso e intraprende un percorso che darà vita in Russia a un vero e proprio movimento: il tolstoismo. Prende definitivamente commiato dal suo passato (non era un uomo dalle mezze misure), da tutto quello che ha scritto e pensato e incomincia per lui una nuova epoca. La Confessione fa infatti da spartiacque tra i grandi romanzi e le opere di forte tensione spirituale come: La morte di Ivan Il’ic, Resurrezione, il saggio polemico Che cos’è l’arte?

Lev Tolstoj

La parabola esistenziale di Tolstoj, oltre a illuminarci su alcuni aspetti essenziali per comprendere l’evoluzione morale dello scrittore, contiene, nel nucleo tematico della storia che ci racconta, un messaggio essenziale, una lezione che l’uomo moderno ha bisogno di (ri)apprendere: è la consapevolezza della morte, il confrontarsi con essa, che può costringerci, volenti o nolenti, a ridefinire le nostre convinzioni, a mettere in dubbio le nostre certezze, a scavare nel nostro Io e nelle convenzioni sociali a cui siamo addomesticati per spingerci a cercare un senso più profondo, un significato da dare alle nostre vite. Se la soluzione adottata da Tolstoj è una soluzione radicale, che risponde alle esigenze spirituali e morali di Tolstoj, l’uomo può comunque apprendere qualcosa: il coraggio di confrontarsi con la morte e di rimettere in discussione tutto ciò che crede.