A seguito dell’attentato dell’undici settembre, gli Stati Uniti, sostenuti in particolar modo dalla Gran Bretagna, diedero vita all’operazione Enduring Freedom, dislocata in vari paesi, con l’obiettivo di stanare ed abbattere i terroristi jihadisti. Si prefigurava la guerra “giusta” occidentale, contro quella “sacra” del fondamentalismo islamico. Ovviamente, entrambi gli aggettivi, date le forze in campo, sono solamente degli slogan, che non trovano alcun riscontro nella realtà. Se dell’assenza di sacralità dei fondamentalisti islamici se ne è parlato e si continua tutt’ora a farlo continuamente, più raramente si mette in discussione la presunta giustizia che muove le azioni belliche delle forze atlantiste: alcuni eventi della “seconda guerra del golfo”, che tratteremo in quest’articolo, potrebbero essere una buona occasione per farlo. Insomma, dopo aver bombardato l’Afghanistan talebano, il 19 marzo 2003 i contingenti americani e britannici invasero l’Iraq, che fu conquistato nel giro di pochi mesi. L’invasione, però, sembrò contraddire fin da subito il principio di giustizia di cui gli occidentali si facevano portatori, tanto che nel 2004 una commissione del Senato americano stabilì che «le informazioni dell’intelligence erano inattendibili e falsate»: né la presenza delle armi chimiche, né i rapporti con al-Qaida erano infatti stati dimostrati. Fatto sta, che il paese fu conquistato e, solamente nel 2006, l’ex presidente Saddam Hussein, dopo essere stato trovato in un nascondiglio, fu processato e impiccato. Gli statunitensi istituirono un governo provvisorio, smantellando l’intero apparato militare, statale e politico. La risposta jihadista a quell’invasione non si fece attendere, con continui attentati, anche contro i civili che collaboravano con l’occupante.

È in questo contesto, che si situa la vicenda del carcere di Abu Ghraib, che può essere interpretata come una contro-risposta, agli attacchi terroristici che avvenivano nel paese, al fine di mostrare il dominio, culturale e politico, americano. Durante il regime di Saddam, Abu Ghraib, situata nell’omonima città a 32 km a ovest di Baghdad, fu luogo di torture e di esecuzioni per migliaia di prigionieri politici, che venivano poi ammassati in fosse comune. A seguito dell’occupazione, la prigione passò nelle mani delle forze armate atlantiste, ma i metodi utilizzati all’interno di essa non migliorarono affatto. Intorno alla fine di aprile del 2004, il programma televisivo statunitense 60 minutes mandò in onda un servizio che mostrava gli abusi ai danni dei reclusi. C’è di tutto: scosse elettriche, fear of dogs (una tecnica che prevede di essere messi davanti ad un cane, con la minaccia di essere sbranati), waterboarding (annegamenti simulati), reidratazione rettale (l’introduzione di cibo per via rettale ad un individuo in sciopero della fame) e molto altro. La varietà delle torture, fisiche e psicologiche, mostra l’incredibile quantità di sadismo adoperata dai militari, i quali, non a caso, vengono spesso fotografati accanto ai prigionieri, mentre sorridono. Colpisce molto, in proposito, la foto scattata a Lynndie England, mentre finge di sparare all’inguine di uno dei prigionieri bendato, costretto a masturbarsi davanti a lei.

Le immagini fecero presto il giro del mondo, dando un bello schiaffo alle istanze di giustizia professate dal presidente Bush. Secondo lo psicologo sociale Philip Zimbardo, proprio il governo sarebbe stato il primo responsabile dell’accaduto: «In gioco non è tanto l’indole di questi militari, quanto l’appartenenza al sistema esercito inviato per una giusta causa (contro il terrorismo), in una situazione che nella fattispecie è guerra. Ma perché un uomo possa uccidere un altro uomo è necessario che lo de-umanizzi, che lo riduca a cosa, in modo che non appaia più come suo simile, perché solo così può trovare la forza di togliergli la vita».
Tuttavia, l’amministrazione Bush se la cavò con pubbliche scuse e pure i militari coinvolti, dopo aver subito lievi pene, sono recentemente tornati in libertà. Nel 2014, uno di loro, Eric Fair, ha insegnato scrittura creativa alla Leghigh University, spingendo i propri studenti a rappresentare ciò che provarono il giorno della rivelazione nel 2004, dimostrando che, per quanto ne possa dire la giustizia, il ricordo dell’accaduto non lo abbandonerà mai. Del resto, non è proprio la tortura ad essere un tratto tipicamente umano? Gli altri animali uccidono e spesso gli esseri umani utilizzano l’aggettivo “animale” per definire comportamenti violenti. Ma provate a scrivere su google “animali torturatori” e vedete cosa vi esce: solamente risultati umani ai danni anche delle altre specie.
In questo senso, Abu Ghraib non rappresenta un’eccezione, ma un tassello di un percorso iniziato molto tempo fa e che non sembra volersi arrestare. Basti pensare che due anni prima dello scandalo iracheno, nel 2002, venne inaugurato il campo di prigionia di Guantánamo sull’isola di Cuba. Una storia che necessiterebbe un capitolo a parte.