La serie “1992” ideata da Stefano Accorsi, diretta da Giuseppe Gagliardi e lanciata da Sky, almeno dalle prime puntate, non sembra voler raccontare una contro-storia di “Mani Pulite”, ma storicizzare in modo spettacolare quegli anni. Qual è la sua opinione a riguardo?

Sarebbe sufficiente far notare che in “1992” Di Pietro parla in lingua italiana per spiegare il tutto! Ma oltre ad una spettacolarizzazione offensiva di ciò che avvenne – ricordo che gli atteggiamenti da bulli del pool causarono la morte di molte persone – vi è anche il maldestro e malcelato tentativo di rimpolpare una campagna di odio e di mistificazione contro Craxi ed i socialisti con subdole insinuazioni, menzogne e falsità che, in un pubblico disinformato e disabituato alla riflessione critica, rischiano di ingenerare l’esaltazione di una stagione infausta e buia della storia di questo Paese che è all’origine dei mali e delle storture dell’oggi.

Inoltre, è inaccettabile la raffigurazione che si vuole dare di Milano che in quegli anni surclassava Parigi come capitale della moda e diventava la guida economica di un’Italia che usciva dagli anni bui del terrorismo e delle stragi e che tornava a vivere ed a guardare con fiducia al futuro. La Milano da bere era la rappresentazione di un’Italia che cresceva e diventava la quinta potenza mondiale. Altro che oggi!

È un caso che venga pubblicata nel momento in cui Matteo Renzi, appoggiato da tutto il sistema mediatico, si erge a “rottamatore”?

Non so se è un caso, ciò che è certo e che la fiction va in controtendenza con la storiografia ed il processo di revisione critica che si è avviato su quel periodo della nostra storia. Oggi, più di ieri, i cittadini comprendono le vere ragioni di quella “falsa rivoluzione” e sono pronti a restituire a Craxi i meriti che gli spettano. Quanto a Renzi, c’è qualche rottamato, D’Alema su tutti, ma nei fatti questo nuovismo senza novità e senza esperienza non interessa né un sistema politico-istituzionale fallimentare, né coincide con l’avvento di nuove idee e di una nuova cultura politica. Perdura, invece, la lotta per il potere e le guerre tra bande.

Crede che sia un modo per la classe dirigente della “Seconda Repubblica”, nata sulle cosiddette “macerie” della Prima, di legittimare storicamente i partiti politici nati dopo il 1992?

Le vicende e l’eredità della seconda Repubblica – dalle svendite agli amici degli amici” fino ad un’Italia al collasso economico, subalterna e priva di ruolo nello scacchiere internazionale – spiegano con chiarezza e meglio di ogni fiction cosa fu ed a cosa doveva condurre “Tangentopoli” e non c’è legittimazione possibile per chi ha consentito tutto questo. Non penso però che vi siano partiti in cerca di questo, non solo perché è un problema che non si pongo, ma semplicemente perché non esisto più. La verità è che questi succedanei di scarsa rilevanza non assolvono  a nessuna delle funzioni che i partiti dovrebbero svolgere e che la nostra Costituzione gli attribuisce.

In “Io parlo, e continuerò a parlare”, suo padre Bettino Craxi parla spesso di “mano invisibile”, riferendosi alle forze esterne che hanno appoggiato la “falsa rivoluzione” chiamata poi “Tangentopoli”. Ce ne parli meglio.

“Tangentopoli” è stato lo scontro tra il potere politico e quello finanziario. Ambienti anglofoni dell’economia e della finanza, per inciso gli stessi che oggi si ergono a tutela  del “royal baby” nostrano, con la caduta del muro e l’avvento della globalizzazione mal digerivano la mediazione della politica tanto cara alla vecchia Europa. Non è un caso, infatti, che in quegli anni fenomeni del tutto simili esplosero in tutto il vecchio continente. In Italia, questo disegno, per opportunismi, convenienze e cointeressi, trovò sodale una parte della magistratura e del mondo politico. E’ inutile dire chi ha vinto questo scontro epocale. Basta vedere quanto conta oggi la politica e quali sono le vere sedi decisionali.

In una sua intervista pubblicata da Panorama nel 2012, dice che Di Pietro fu appoggiato dal governo americano. La rivendicazione di Sigonella, una politica estera pro-araba e il sostegno alla causa palestinese possono essere dunque considerati dei moventi validi per destituire un governo sovrano come quello italiano?

Sigonella fu l’esempio di come l’Italia di Craxi fosse un Paese autonomo e sovrano e di come la sua parabola politica attraversa l’intero periodo della “guerra fredda” senza compromissioni e contiguità con l’Urss e gli Usa da cui tutti, a differenza sua, prendevano soldi ed ordini. Sigonella però non incise sul rapporto tra Craxi e l’Amministrazione americana, come tra l’altro testimoniano anche i recenti documenti desegretati della Cia. Reagan capì le ragioni di Craxi che erano di natura giuridica ancor prima che politica. Probabilmente, i rapporti s’incrinano e si deteriorano in seguito, per l’esattezza l’anno successivo ai fatti di Sigonella, quanto Craxi non solo decise di non sostenere e non concedere l’uso delle basi italiane per l’attacco a Gheddafi, ma l’avvertì di quanto stava per accadere.

Craxi, nelle riflessioni posteriori al 1992, guarda spesso con molta diffidenza al percorso d’integrazione europeo, in particolar modo alla nascita della moneta unica. In tal senso, si definiva “euro pessimista”, ed aveva già intuito tutte le dannose conseguenze dell’UE. Qual era l’Europa desiderata da Craxi? Avrebbe permesso l’entrata dell’Italia nella moneta unica?

L’Europa desiderata da Craxi era un’Europa politica, un’Europa di popoli ed ideali, così come l’aveva immaginata e tracciata con il varo, che porta la sua firma, dell’Atto unico europeo di cui ricorrono quest’anno i trent’anni. Craxi, con una preveggenza che ha dello sbalorditivo, non contestava di per sé la moneta unica, ma le sue regole d’ingaggio e la sua governance. Già con la firma dei trattati di Maastricht intuisce che il disegno originario aveva lasciato il posto a regole capestri che, per i Paesi mediterranei, avrebbero comportato ulteriori  problemi politici ed una crescente condizione di subalternità.

Durante il Governo Craxi l’Italia godette di un periodo di grande sviluppo economico, divenendo una tra le prime 5 potenze economiche del Mondo: come mai quella stagione non si è più ripetuta? La distruzione della Prima Repubblica può essere ricollegata alla crisi ventennale che attraversa l’economia italiana?

Le classi dirigenti, non solo quella politica, negli anni della seconda Repubblica e del bipolarismo maggioritario non hanno più avuto la capacità di “governare il cambiamento”, di guardare e di pensare al futuro e si sono esclusivamente dedicatati alla gestione del potere. Il Paese è, di fatto, in stagnazione dal ’92. Cresciamo a cifre irrisorie, meno di tutti i Paesi europei, nei frangenti di espansione economica e conosciamo recessioni senza pari nei periodi di crisi. Non credo, quindi, che si possa parlare di mera coincidenza…

Il PSI, durante la segreteria di Bettino, era un partito all’avanguardia nella cultura, nei diritti sociali, nella comunicazione, punto di riferimento per la nuova società italiana. Ci fu un periodo in cui era un vanto e una moda dirsi “craxiani”: i critici definivano l’Assemblea Nazionale un insieme di nani e ballerine. Dopo Craxi, il PSI è morto: quali sono le colpe di suo padre, se ve ne sono, nella gestione del partito? E, soprattutto, nella scelta dei propri collaboratori?

Quella battuta infelice di Formica ha contribuito alla demonizzazione di una classe dirigente di prim’ordine, di cui egli stesso faceva parte, che si era formata nella consapevolezza di dover superare i riti, gli steccati e le ideologie del passato e che capiva ed interpretava gli avvenimenti e le istanze delle società italiana che in quegli anni, anche grazie all’operato dei socialisti, subivano un profondo cambiamento.

Con il senno di poi possiamo dire che c’era qualche ballerina, sicuramente molti nani tra i dirigenti visto come si sono comportati dopo Craxi, ma la sua gestione del partito, così come al governo, non fu mai autoritaria come dicono. E’ vero, era un decisionista, ma non ha mai pensato di umiliare, zittire o cancellare le minoranze interne, e lo stesso vale per le parti sociali o gli avversari politici. Il cambio dello statuto del Psi e del modo di celebrare i congressi erano poi conformi all’evoluzione in senso presidenziale del sistema politico ed istituzionale che da sempre, con coerenza e tenacia, ha tentato di portare avanti. Per queste ragioni e per mille altre ancora trovo del tutto inappropriato e fuorviante il paragone con Renzi!

Quanto agli errori, chi non è ha fatti in politica come nella scelta della vita. Craxi diceva che una vita senza errori o è falsa o non è stata vissuta. Ma il partito è stato cancellato da errori che pur possono essere stati commessi, ma da un’operazione chirurgica e scientifica della magistratura.

Andreotti a differenza di Craxi che scelse l’esilio, partecipò ad ogni suo processo e si difese fino alla fine dei suoi giorni. Nel libro spiega di non voler a che fare con quella “giustizia spettacolo” che ha mosso false accuse, emesso sentenze ingiuste, e che l’ha diffamato integralmente. Inoltre dice di voler tornare in Italia soltanto come “uomo libero” e non come condannato. Che giudizio si è fatto? Le sembra una ragionevole motivazione?

Craxi diceva che ti puoi difendere da un processo politico, da un processo mediatico, ma non dal combinato disposto dei due. Come hanno sancito post-mortem le sentenze della Corte europea dei diritti e dell’uomo, Craxi è stato oggetto di processi speciali, in cui vi è stata la sistematica violazione dei diritti di difesa e delle garanzie a tutela dell’imputato. Di fronte a tutto ciò ha scelto l’esilio, rinunciando a tutto quello che più gli stava a cuore, per difendere una libertà che voleva per tutti ed anche per se stesso.

Quanto al raffronto con Andreotti ci sono due differenze sostanziali. Craxi in quei processi ed in Parlamento non difese se stesso, ma l’autonomia, il ruolo e la funzione della politica in uno Stato di democratico, mentre Andreotti, legittimamente, scelse la strada della difesa personale. Le sembra una differenza di poco conto? E poi, le ricordo, che Andreotti si poteva difendere da uomo libero perché Senatore a vita, Craxi no!

 Intervista a cura di Sebastiano Caputo