Il suo nome è Selvedin Beganovic, imam presso una moschea nei dintorni di Velika Kladusa, un paesino di 44 mila abitanti nel nord della Bosnia ed è stato aggredito a coltellate ben tre volte in due mesi. La sua colpa? Aver messo in guardia i giovani bosniaci dalla deriva jihadista. Il suo caso non ha però trovato molto spazio sui media italiani, forse perché se è un imam a essere aggredito allora la notizia non fa scalpore e a maggior ragione se si tratta poi di un imam di un piccolo paese della Bosnia. Faide tra musulmani, fatti lontani che non ci riguardano? Assolutamente no. Beganovic pare infatti che sia stato accoltellato da dei seguaci di Bilal Bosnic, il predicatore sostenitore dell’ISIS arrestato a inizio settembre 2014 dalla SIPA e attualmente in carcere a Sarajevo. Negli scorsi mesi si è tanto parlato di Bosnic, dei suoi viaggi in vari centri islamici italiani, a Pordenone, Cremona, Siena, Bergamo, Roma. Si è discusso dei suoi contatti con alcuni individui balcanici residenti in Italia e partiti per la jihad in Siria dopo essere entrati in contatto con lui (caso eclatante e già trattato, quello di Ismar Mesinovic). Quante volte si è detto che devono essere i musulmani, i rappresentanti delle comunità islamiche, a prendere posizione contro l’estremismo? Peccato però che quando costoro lo fanno, mettendo magari a repentaglio la propria incolumità, come nel caso di Beganovic, non si è poi disposti a fornire loro l’eco mediatico e il supporto di cui hanno bisogno. Il “moderato” non fa notizia, nemmeno quando alza la voce.

Selvedin Beganovic ha osato denunciare gli estremisti proprio nel feudo di Bosnic: “Quella dell’ISIS non è una nostra guerra…..La vera jihad è qui in Bosnia, contro la disoccupazione e a favore di chi è in difficoltà. La cura per i nostri genitori che hanno pensioni basse”. Beganovic ha poi denunciato la “versione perversa” dell’Islam diffusa dall’ISIS, rammentando che l’Islam è pace, misericordia e tolleranza ed è ciò che deve essere insegnato ai giovani. Una linea di condotta inaccettabile per gli ideologi dell’odio e dell’intolleranza, i quali vedono i propri affari messi a repentaglio. I sermoni di Beganovic fanno presa sui ragazzi, la moschea è sempre piena e tutto ciò rischia di portar via a Bosnic e compagnia la preziosa materia prima, indispensabile per la propria attività radicale: giovani potenziali reclute da indottrinare e spedire in Siria e Iraq, dove andranno a morire, magari facendosi esplodere. Selvedin Beganovic è stato aggredito la prima volta l’8 dicembre 2014, accoltellato alla mano, alla spalla e picchiato da un uomo mascherato; la seconda volta il 13 dicembre, fuori della moschea, sempre da un individuo dal volto coperto. Vi è poi stato un terzo attacco il 1° gennaio 2015, quando un individuo con la barba lunga ha fatto irruzione all’interno della moschea e lo ha accoltellato per ben tre volte al petto, gridando “adesso ti macello!”.

Il 9 dicembre scorso era inoltre stato reso noto che l’auto dell’imam era stata data alle fiamme e i suoi figli minacciati di morte. 1 Beganovic ha sempre dimostrato di non aver paura e di voler andare avanti con la sua campagna anti-radicalizzazione, in modo da salvare la vita dei giovani bosniaci. Dopo questo ultimo attacco, l’imam ha però deciso di ritirarsi da qualsiasi dibattito al riguardo, affermando di non avere più la forza di poter esporre il suo pensiero. Ale Siljdecic, portavoce del Ministero dell’Interno bosniaco, aveva reso noto a inizio gennaio che le indagini si stavano orientando in varie direzioni, inclusa quella della locale comunità wahhabita, anche se al momento non vi erano ancora prove di colpevolezza nei confronti di alcun membro legato a quegli ambienti. 2 Il fatto che Selvedin Beganovic sia stato lasciato solo, senza sufficiente supporto da parte delle Istituzioni (lo dimostrano i continui attacchi subiti nell’arco di poche settimane) e senza la necessaria attenzione da parte dei media internazionali, è un fatto molto grave. Si sta infatti perdendo una grande occasione per dar voce a quei musulmani bosniaci, la maggioranza, che non si riconoscono nell’estremismo predicato da alcuni esponenti jihadisti.

Secondo la Jutarnji di Zagabria, la Bosnia è il più grande centro di reclutamento in Europa per i combattenti dello Stato islamico, non solo di islamisti locali, musulmani bosniaci, ma anche di persone con cittadinanza tedesca, austriaca, slovena e serba. La cittadina di Gornja Maoca viene considerata un vero e proprio campo di addestramento per jihadisti diretti in Siria e Iraq. Secondo alcune recenti stime, i cittadini bosniaci recatisi in Medio Oriente a combattere nelle file dei jihadisti sarebbero più di 400 e a loro vanno ad aggiungersi altri volontari partiti da paesi limitrofi e passati attraverso i cosidetti “canali bosniaci”. Una situazione drammatica che necessita una risposta non soltanto repressiva ma anche preventiva; ciò implica un’intensa attività di de-radicalizzazione che richiede anche il contributo di imam preparati che sanno far leva sulle nuove generazioni, spesso scoraggiate dalla difficile situazione socio-economica, affinchè il loro futuro sia tutelato, invece che distrutto da personaggi che ben poco hanno a che fare con la religione.

1 http://www.jihadwatch.org/2014/12/bosnia-supporters-of-islamic-state-stab-imam-who-opposes-it