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2009. L’allenamento è finito e io e miei compagni abbandoniamo il campo di calcio per recarci nello spogliatoio. C’è un ragazzo nuovo. Non è di Roma, viene da fuori. Ha un accento abruzzese, forse marchigiano. Scontroso, sulla difensiva, dai lineamenti volgari, i capelli minuziosamente curati hanno un’acconciatura detta a “isolotto”, rivelatrice, in genere, dell’appartenenza ad una classe sociale medio-bassa. Altri elementi del vestiario confermano l’ipotesi. Si toglie la maglietta sudata. Un enorme tatuaggio marchia la pelle da un’estremità all’altra dei pettorali. Un banalissimo font dalle grazie troppo lunghe che delude ogni aspirazione all’eleganza, riporta le parole:  “The world is mine”.

Pur non sapendo se l’individuo in questione ha davvero conquistato il mondo, se ha avuto un qualche successo o se semplicemente è riuscito a realizzare i suoi sogni, noi preferiamo, in questo caso specifico, ipotizzare il contrario, che lui sia uno di quei 999 che non ce l’ha fatta. Perché allora questo classico esempio di trash – stando alla definizione labranchiana: “emulazione fallita di un modello alto” – racconterebbe una vicenda ben più seria. Ossia il conflitto insanabile tra l’ideale e il reale, l’aspettativa e la realtà, le ambizioni e l’effettivo talento, i desideri e i mezzi economici per realizzarli. Questa contraddizione sembra essere il motore che alimenta il “cadavere in buona salute” del capitalismo, e al tempo stesso conduce la macchina verso il baratro. È questo il nodo centrale di un piccolo capolavoro saggistico, “Teoria della classe disagiata” (uscito il 14 settembre per i tipi della Minimum fax) di Raffaele Alberto Ventura, che sulle note della “classe agiata” di Thorstein Veblen, sociologo americano del primo novecento, fa un’impietosa disamina della nostra contemporaneità, del tragico e quindi comico bovarismo da cui siamo affetti, tutti quanti…

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Perché, in definitiva, la megamacchina capitalistica si regge sulla promessa fatta ai suoi adepti, surclassando quella – divenuta obsoleta e flemmatica – del cristianesimo. E non solo ha detto che il regno dei cieli è qui sulla terra, ma ha aggiunto che esiste effettivamente una possibilità di miglioramento delle proprie condizioni materiali di esistenza. Ha creato, di punto in bianco, l’arché, il principio primo: il sogno (e i suoi surrogati: l’ambizione, il desiderio). È stata una rivoluzione! – prima contro gli antichi regimi, poi interna al capitalismo stesso. Dalla sclerosi alla mobilità sociale. Dalla penuria alla crescita. Prima contro l’aristocrazia, poi contro la borghesia e il proletariato (entrambi troppo dediti al lavoro per poter sognare). Così dopo la sua primitiva composizione proletario-borghese (tutta risparmio e accumulazione in una società della miseria), è passato a quella soft e permissiva della classe media (tutta sperpero e sballo nella società dell’abbondanza). Ecco che, eliminati gli antichi retaggi morali e i residui cristiano-protestanti delle sue vecchie costituenti, il capitalismo dà avvio alla sua trasformazione e fa credere a tutti i figli in eccesso della borghesia e del proletariato (siamo negli anni del boom economico) che possono migliorare il loro status, che possono diventare ciò che vogliono, che “il mondo è loro”. È il tempo del piano Marshall, di Hollywood, del secondo american dream. Comincia la guerra interclasse. I figli dei borghesi non trovano più lavori borghesi dopo aver fatto le loro rivoluzioni borghesi (perché papà ha chiuso la fabrichetta e ha venduto la Rolls), i figli dei proletari (che si vergognano della puzza di officina del padre) studiano e imparano i nuovi mestieri. Entrambi vogliono integrarsi nella società dei consumi. Tutti partecipano di una rivoluzione dei costumi. I primi sono vittime di un declassamento, i secondi beneficiano di una promozione: nasce il ceto medio. Le antiche classi spariscono, come spariscono i settori primario e secondario, dove la distinzione padrone e lavoratore era più marcata. Esplodono il terziario (servizi) e il quaternario (showbiz). L’Occidente si deindustrializza. La classe media impiegatizia o liberoprofessionista è un amalgama di lavoratori improduttivi che consumano merci fabbricate nel sud del mondo.

Poi finalmente il 2008 e la “crisi”. Poi arriviamo noi. I cosiddetti “Millennials”, generazione compresa tra il ’79 e il ’99. Figli o nipoti di quella classe media, cresciuti davanti alle luci catodiche del televisore, con Mtv, youtube, siamo i primi ad utilizzare internet, veniamo addestrati al consumo di oggetti (di cui non abbiamo mai visto né sentito parlare del processo di produzione) e che appaiono sugli scaffali dei discount come margherite. Votati a sognare, ad avere desideri spropositati, a concederci il lusso borghese dello studio prosciugando il patrimonio dei nostri genitori, siamo ormai di fronte ad un mercato del lavoro saturo, ad un bellum omnia contra omnes che fa di ogni nuovo laureato un potenziale nemico che partecipa all’abbassamento del costo e della qualità del lavoro. Siamo destinati, senza vie d’uscita, al declassamento.

“Il problema – dice Ventura – non è precisamente la scarsità di risorse di cui dispone questa classe, quanto al contrario la loro relativa abbondanza. La classe disagiata s’impoverisce perché è troppo ricca: la sua è una crisi di sovraccumulazione (…) ovvero dispone di più capitali che di opportunità d’investimento.” E non è disposta ad abbandonare i suoi sogni di miglioramento.

Come i nostri genitori, che hanno goduto del miracolo economico, noi ci illudiamo ancora che ad una determinata facoltà corrisponda un preciso lavoro. Che una laurea in giurisprudenza garantisca l’esercizio della professione di avvocato. E allora continuiamo ad investire in formazione. Senza rinunciare alle nostre aspirazioni borghesi e ai nostri privilegi sovvenzionati da un patrimonio parentale in via di erosione, noi dilettanti senza talento e sovraistruiti, insistiamo nel sognare una qualità e un tenore di vita borghesi, pur avvicinandosi sempre di più allo status di proletari, di disoccupati, di precari, di lavoratori improduttivi part-time, che non hanno una vera casa, un vero lavoro, una vera macchina, dei veri risparmi, dei veri vizi, né, tantomeno, si possono più permettere di realizzare una famiglia. Abitiamo un mutuo da pagare, guidiamo le rate dell’automobile, spendiamo soldi virtuali, consumiamo relazioni estemporanee e ci godiamo i nostri piccoli piaceri tecnologici dilazionati in aliquote mensili. Siamo schiavi e al tempo stesso padroni. Consumatori di simboli e riproduttori virtuali non pagati di quegli stessi simboli. Possediamo senza faticare e fatichiamo senza possedere. Comfort borghese, lavoro proletario. Che duplice, ambigua condizione! “Work hard, party hard” così recita il testo di una canzone in voga, che fa da slogan a questo nostro neo o post-capitalismo e che scandisce lo spazio-tempo schizofrenico dei suoi adepti. Tempo di lavoro, tempo di consumo. L’industria (terziaria) e il mercato. Fatti sfruttare, e poi godi. Il giorno e la notte. Il conscio e l’inconscio. La settimana e il weekend da sballo (“Thanks God, it’s friday”). Proletari per cinque giorni la settimana, nel weekend dandy libertini e narcisi che praticano il bdsm per soddisfare i loro vezzi aristocratici e desadiani. Tutti costretti a sperperare per tentare di imitare – senza successo – le icone dello star system o semplicemente i ricchi, quelli che ce l’hanno fatta.

“L’olimpo dei divi: delle luci del cinema, dei media, dello show-businness, della pubblicità. L’Olimpo – dice Clouscard – è diventato un club. Ecco quello che il capitalismo può offrire di più esclusivo”.

Quelli che possono consumare davvero dei beni di lusso e di prestigio (il fenicottero gonfiabile su uno yatch) e noi che possiamo soltanto consumarne il simbolo (il fenicottero nella piscina comunale). È una condizione esistenziale che Ventura nel suo saggio indica come “disforia di classe: vi è uno sfasamento tra l’identità che viene imposta alla classe disagiata dall’esterno e quella che rivendica per sé, o più precisamente tra la sua condizione economica e il suo profilo socio-culturale. Insomma questa classe non riesce ad assicurare le condizioni materiali necessarie alla propria realizzazione”. Non possiamo fare altro allora, come diceva anni fa Francis Scott Fitzgerald, che spendere, accumulare merce frivola e simboli che ci permettano di sembrare diversi da ciò che siamo. “Siamo troppo poveri per risparmiare. Fare economia è un lusso da gente ricca; ora come ora, la nostra unica salvezza sta nell’eccentricità”, contrarre debiti per avere credito, sia da parte della società che delle banche.

Il libro di Ventura ha il merito di fare il punto su questa trasformazione epocale. Costellato di tante sottili intuizioni, e di interpretazione letterarie che insieme ad alleggerire la lettura né chiariscono anche gli argomenti, questo agile saggio è illuminante. Sebbene un po’ frondosa la parte economica – di impronta marxista e schumpeteriana – essa rimane necessaria per fornire l’impalcatura alle riflessioni che ne conseguono. Si cita finalmente un nome poco noto nel dibattito culturale sia italiano che francese, quello di Michel Clouscard, che per primo aveva demolito l’industria onirica del capitalismo e aveva sfatato le false ribellioni contestatarie (i sessantottini, gli hippie, il rock and roll, il punk, mentre oggi potremo parlare di rap). Modelli culturali che spacciano sogni rivoluzionari di emancipazione ma che in realtà non fanno altro che coincidere con segmenti di mercato. Ventura cita ancora un inedito Ibn Khaldun, dottore della legge coranica che già nell’Egitto medievale descriveva “in seno alla classe consumatrice la concorrenza esacerbata dall’eccesso di ricchezza accumulata”. Inoltre Khaldun, che Ventura cita come a destra viene citato Spengler – forse perché più “presentabile” di quest’ultimo – teorizza dei cicli storici in cui si succedono una fase di ascesa, “caratterizzata dall’accumulazione di ricchezza e dai valori tradizionali, e da una fase di decadenza, caratterizzata dalla perversione dei costumi, da una tassazione sempre più elevata e dal lusso”. E poi ancora si intrecciano riferimenti letterari tutti molto azzeccati. Dal Des esseintes di Huysmans, a Balzac delle Illusioni perdute, ma ancora Goldoni (che si rivela un attento economista), Cervantes, Zola, Flaubert, Čechov e Kafka. Le angosce dei loro personaggi si sovrappongono alle nostre come se il novecento non fosse mai trascorso. E poi c’è il brio dell’attualità, quando Ventura si sporca le mani con i meme (“la merda del prosumer, lo scarto per eccellenza”), con Dipré (l’uomo che voleva rendere autentico l’inautentico) e con il Pagante (“Cazzo mene della crisi / voglio solo stare easy”). Insomma un viaggio nel dietro le quinte dell’immaginario di una generazione dopata di sogni, che vive al di sopra delle proprie possibilità e dei propri talenti e che è destinata al collasso.

Non sappiamo come verrà assimilato il saggio di Ventura, ma ciò che ci pare chiaro è che l’autore non è riuscito a dire una cosa di sinistra. Tuttavia sembra proprio che nel corso delle sue riflessioni lui si sforzi di tranquillizzare proprio quel lettore di sinistra a cui il libro è inevitabilmente destinato. Benché il leitmotiv sia di derivazione marxiana – le crisi cicliche del capitalismo, la caduta tendenziale del saggio di profitto, la sovraccumulazione di capitale – questo saggio prende di mira sì una generazione, ma anche la sinistra. Quella ortodossa o radicale: pensiamo che l’autore preclude ogni possibilità di generare in questo ceto medio disagiato una qualsiasi coscienza, non riabilita l’attualità della lotta di classe, e biasima aspramente la democratizzazione dell’istruzione. Ma anche e soprattuto critica la sinistra “aspirazionale”: quella che lavora nel mondo della cultura o che vorrebbe lavorarci, quella degli intellettuali progressisti piccoli piccoli o dei semplici “creativi”, quella che si è fossilizzata nel mondo accademico e si è barricata sulla difensiva in una torre d’avorio, capace di produrre diritti ma non valori politicamente “spendibili”, occupata a fare della propria vita un’opera d’arte grazie al consumo di prodotti culturali che le conferiscono l’illusione di essere élite. Quella sinistra che, situata ai vertici della medietà, che ancora riesce a concedersi il lusso della cultura, e che sproloquia contro l’ignoranza populista, che pur essendo l’ultima a cadere va incontro al nostro stesso destino.

Ci sembra quindi un libro equilibrista, carnefice e insieme ostaggio di una sinistra che critica ma che deve al tempo stesso sedurre. Se non fosse, infatti, per le indolenti accuse di Fascismo mosse alla Le Pen e a Trump – accuse affrontate nel lasso di tempo di un occhiolino, quello che Ventura strizza alla sinistra che si è conquistato con il suo progetto Eschaton e che vuole rassicurare – un lettore di detta sinistra potrebbe chiedersi su che libro è andato a finire. Abbiamo l’impressione – ma il nostro è un giudizio irrazionale e istintivo – che quel lettore non si sentirà poi così turbato, non si sentirà così tirato in ballo, perché l’affabile prosa di Ventura alla fine riuscirà a rassicurarlo. In ogni caso sospendiamo il nostro giudizio in attesa di una lettura più approfondita, e delle reazione che il libro susciterà.