Con queste parole il barone Roman von Ungern-Sternberg, si presentò nel 1921 al fisico polacco Ferdinand Antoni Ossendowski, ricercato dai bolscevichi per il coinvolgimento con il governo controrivoluzionario russo di Alexandr Kolčak. L’incontro tra il generale e il diplomatico è documentato dal libro del viaggiatore “Bestie, Uomini, Dei” edito nel 1922.  Grazie soprattutto a quella testimonianza, un’odissea di ghiaccio e sangue, si può ricostruire l’universo allucinato del Barone Sanguinario. Un crudele e fanatico Colonnello Kurz della steppa, che perso ogni riferimento politico, dedicherà la sua delirante epopea alla creazione di un mondo pre-moderno. Circondato da guerrieri spietati, monaci corrotti e sciamani calmucchi, vorrà farsi re del suo nuovo medioevo asiatico.

Correva l’anno della grande disfatta Bianca e il bolscevismo si apprestava a ribaltare il tavolo della storia. L’esercito controrivoluzionario era stato inghiottito dall’onda dell’Armata Rossa, condotta da Lev Trockij. L’ammiraglio Alexandr Kolčak, capo politico e militare del governo controrivoluzionario, era stato fucilato ad Irkutsk nel febbraio del 1920 ed il suo cadavere gettato nel fiume Ušakovka. Nel novembre dello stesso anno, il nuovo comandante in capo generale Peter von Wrangel, aveva evacuato il suo esercito dalla Crimea, lasciando ai rossi uno spazio geografico che si estendeva dall’Ucraina alla Georgia. Il comandante dei bianchi in Transbajkalia, il generale Grigorij Semenov, ormai non esisteva che come signore della guerra. Più dedito al saccheggio che alla guerra civile, sarebbe fuggito nel settembre del 1921 alla volta della Manciuria, lasciando alle proprie spalle una scia di furti e omicidi.

Il generale Pëtr Nikolaevič Wrangel'

Il generale Pëtr Nikolaevič Wrangel’

Nel bel mezzo dello sfacelo zarista, persa ogni speranza di restaurazione, il barone Ungern intraprese il proprio folle cammino di conquista. Rinnegata l’autorità dell’atamano Semenov, il 7 agosto del 1920, guidò la sua Divisione Asiatica di cavalleria dalla base di Daurija in Transbajklia fino in Mongolia. A capo di una armata che adunava gran parte delle etnie asiatiche, liberò il paese dall’invasione cinese. Costituì ad Urga (oggi Ulan Baatar), un regime teocratico lamaista, sotto il quale avrebbe voluto unificare tutti popoli orientali. Dopo la conquista della terra di Gengis Khan, il delirante piano prevedeva di marciare alla volta dell’Europa. Lì, alla testa della sua personale Orda d’Oro, avrebbe voluto rifondare le istituzioni tradizionali del vecchio continente, che vacillavano sotto gli stravolgimenti del XX secolo.

Aristocratico, arci-monarchico e antisemita, pretese di combattere una guerra di restaurazione contro la modernità, che riteneva responsabile della decadenza delle antiche identità dei popoli. Guardando con sdegno alla Russia dei soviet e all’Occidente delle prime democrazie, considerava quei sistemi nelle mani di:

“Ebrei, deboli intellettuali e rozzi contadini, che privi di forza di volontà odiano tutto e tutti senza sapere perché”

Nella sua yurta, descrisse il proprio progetto a Ferdinand Ossendowski, che lo riportò nel suo documento di viaggio:

“Prevedemmo (…) l’incombere rivoluzionario. Per reagire fu elaborato un piano: riunire tutti i popoli mongoli, che non avevano dimenticato la fede e gli usi tradizionali. Di questo stato dovrebbero far parte cinesi, mongoli, tibetani, afgani, tartari, buriati, kirghizi e calmucchi. Per erigere una barriera contro il dilagare della rivoluzione e preservare spiritualità e filosofia”

L'atamano Grigorij Semenof

L’atamano Grigorij Semenof

Il piano politico, condotto con feroce fervore, era supportato da una fanatica legittimazione mistica. La incrollabile fede buddhista e la oscura superstizione paganeggiante, rimasero in costante parallelo con il virulento aristocratismo del Generale. Pur non avendo mai ricusato il battesimo cristiano, riferì di aver ereditato la credenza nel Buddha dal nonno, che a sua volta l’avrebbe assorbita nei suoi anni da corsaro nell’Oceano Indiano. Convinto che secondo testi buddhisti e cristiani una disgrazia avrebbe estirpato l’elemento spirituale dall’uomo, profetizzò:

“La Maledizione sconosciuta stravolgerà il mondo, la sua arma è la rivoluzione. L’uomo abbandonerà il divino. Vedo già quest’orrore”

Il primo atto del fanatico miraggio di Ungern, fu la conquista di Urga. Il 2 febbraio 1921 guidò un’unità di volontari tibetani, mongoli e buriati alla liberazione dello Khutuktu Bogdo Khan, guida temporale e spirituale mongola. Il monaco, terzo dignitario buddhista dopo il Dalai Lama ed il Panchen Lama, languiva nel suo palazzo d’estate, prigioniero dell’esercito della Repubblica Cinese. Tratto in salvo il sacerdote, con l’obiettivo di insediarlo come reggente religioso, il barone poté iniziare la vera presa della capitale mongola. Il 3 febbraio 1921, accerchiata la città nella notte e in inferiorità numerica, dette ordine di incendiare la steppa delle montagne circostanti. Lo stratagemma, già adottato da Gengis Khan, dette l’impressione alla guarnigione cinese occupante, di trovarsi cinta da un esercito preponderante. Il giorno seguente, il barone guidò l’attacco. La “Divisione Selvaggia”, travolse il nemico fiaccato da una notte di sconforto.

Khutuktu Bogdo Khan

Khutuktu Bogdo Khan

Nel quartiere cinese preso d’assalto, la battaglia si trasformò nel massacro degli abitanti. Nella zona diplomatica dove si era asserragliata la guarnigione rimasta, gli scontri si protrassero fino a sera quando la resistenza degli assediati capitolò. Presa la città, i soldati di Ungern poterono abbandonarsi alle violenze ed ai saccheggi. La vittoria divenne ben presto macelleria. Vittime preferenziali furono i cinesi superstiti, a cui le bande di Ungern e la popolazione mongola dettero la caccia per giorni. In base agli ordini del barone, la polizia segreta del colonnello Sipailof, noto per strangolare le proprie vittime a mani nude, si dedicò a stanare ed uccidere i simpatizzanti comunisti. Contro le quasi cinquanta famiglie ebree della città, venne organizzato un vero e proprio pogrom che ne provocò un parziale sterminio. Dopo diversi giorni di saccheggi e brutali violenze, testimonianze riportano che i cadaveri delle vittime fossero seppelliti sommariamente in fosse comuni o lasciati mangiare dai lupi fuori dalle mura della città.

Il piano di conquista di Urga fu compiuto solo il 22 febbraio del 1921, quando il Khutuktu Bogdo Khan fu posto sul trono, strappatogli anni prima da emissari della Repubblica Cinese. Il vecchio lama re-insediato, durante una sfarzosa cerimonia a cui accorsero genti da tutta la Mongolia, nominò Ungern comandante delle forze dell’intero regno, “Eroe e principe invincibile della fede gialla”. Nei sei mesi di vita del regime teocratico lamaista, prese forma il progetto di Ungern. Insieme alla promozione di religioni e culti tradizionali, seguitissimi in una città dove vivevano sessantamila monaci, migliaia di mistici e guaritori, il barone si occupò dell’implementazione del sistema sanitario e infrastrutturale. Nei panni del capo di stato, istituì ed organizzò nuovi servizi di igiene urbana, telecomunicazioni e trasporti pubblici, su cui vigilò l’apparato di polizia del torturatore Sipailof.

Cavalleria zarista, Siberia 1919

Cavalleria zarista, Siberia 1919

L’ordine era garantito dalle terribili pene riservate ai trasgressori della legge del Khan Bianco. Criminali e delinquenti venivano impiccati e lasciati appesi a monito per gli emuli. Fonti riportano che tale rigore fosse applicato anche alla Divisione Asiatica. Il barone non esitava a far uccidere i propri soldati, qualora avessero disturbato la quiete della città. I cosacchi colti a derubare i commercianti, venivano uccisi e legati alle insegne delle botteghe saccheggiate. La Mongolia, libera dal giogo cinese, fu così governata da una teocrazia sanguinaria. Bolscevichi ed ebrei erano stati sterminati, la religione e le tradizioni dei pastori mongoli avevano sostituito la tanto odiata modernità. La putrefazione degli impiccati rallentata dal gelo, prolungava il monito, piegando anche la morte al volere del barone. Ma il sole di Ungern al suo zenith, era pronto per un rapido e delirante tramonto.

Con l’arrivo della primavera del 1921, il Bogdo Khanato si sciolse assieme alle nevi che lo rendevano irraggiungibile. L’armata rossa appoggiata dai partigiani comunisti di Damdin Sukhbataar, muoveva verso la Mongolia per eliminare la restaurazione gialla. Il barone rifiutatosi di combattere una guerra di difesa, lasciò Urga in maggio alla volta della Siberia, dove pensava di bloccare il nemico. Illusoriamente persuaso di poter sollevare i popoli di quella regione contro il bolscevismo oramai dilagato, si scontrò con i “rossi” lungo il confine mongolo-buriato. Non riuscendo a prendere possesso della città di Khiahta e subendo ingentissime perdite, fu costretto ad aggirarla procedendo alla cieca verso nord, lungo il fiume Selenga.

Arciere buriato, primi anni del 1900

Arciere buriato, primi anni del 1900

Nell’afosa estate siberiana, con la Divisione lontano dal confine e costretta alla guerriglia per inferiorità numerica, la strada per Urga rimase aperta. Marciando verso la Russia, il Barone lasciò il suo regno privo di una concreta difesa, per cui non fu difficile per le truppe comuniste mongole e sovietiche occuparlo. Senza troppo spargimento di sangue, il rivoluzionario Sukhbataar issò le bandiere rosse sui tetti di Urga. Mantenendo il re fantoccio Bogdo Khan ed instaurato un governo filo-russo, finiva la breve esperienza del Khanato Bianco. L’ormai vetusto lama, non potè nulla contro le spoliazioni dei templi e le violenze dei tribunali popolari. Tre anni dopo, la sua morte darà l’allez alla costituzione della Repubblica Popolare Mongola, sopravvissuta fino alla fine del XX secolo.

Con Urga diventata Ulaan Baatar (Città dell’Eroe Rosso) fu sancita la fine della Divisione Asiatica di cavalleria. Nell’estate di quell’ultimo anno, le truppe del generale sanguinario si spostarono senza una meta lungo il confine russo-mongolo, fiaccate dal caldo e dallo scoramento. L’ultima impresa degna di nota fu la fuga sul lago Kosogol, che impedì agli uomini del barone di schiantarsi contro decine di migliaia di guardie rosse e volontari mongoli. Sul finire di agosto, all’ordine del barone di piegare a ovest, con l’utopico obiettivo di raggiungere il Tibet, la Divisione si ammutinò. L’esercito lacero e stanco cessò di esistere. Il miraggio di Ungern di raggiungere Lhasa, fortezza naturale del Buddhismo, dovette sembrare alle sue schiere come finire in bocca alla rivoluzione rossa, che più a occidente aveva già saldamente messo le sue radici. La fine del barone era vicina. Il 17 agosto, scampato all’uccisione da parte dei suoi stessi uomini, che avevano già passato per le armi il suo primo ufficiale, scappò solitario verso la sua utopica direzione, Lhasa.

Ja Lama, dapprima alleato e successivamente probabile traditore del barone

Ja Lama, dapprima alleato e successivamente probabile traditore del barone

La sua fuga verso occidente si fermò tre giorni dopo. Forse tradito dall’amico Ja Lama, predone e religioso calmucco che lo ospitò nella sua yurta, cadde nelle mani dei partigiani rossi del comandante Schchetinkin. Tradotto a Novonikolajevsk (oggi Novosibirsk), fu processato da un tribunale del popolo e fucilato sbrigativamente il 15 settembre del 1921. Come ultimo gesto, ingoiò la Croce di San Giorgio, medaglia conferitagli per l’eroismo mostrato nell’offensiva dei Carpazi, perché non cadesse nelle mani dei suoi nemici.  Il corpo fu sepolto nella steppa, senza lapide e senza croce. La folle parabola del barone sanguinario, si spense nel sangue. Numerose fonti riportano che prima di morire gli fu sfilato l’anello, forse appartenuto a Gengis Khan, raffigurante una svastica. Pare che il gioiello sia passato prima nelle mani del generale bolscevico Vasilij Bljucher e poi in quelle di Georgij Žukov, eroe della guerra contro i nazisti. Tutta l’esistenza del barone fu ammantata di oscurità e macchiata di sangue.

“Sentivo che un’aura d’orrore e di tragedia che circondava ogni movimento del barone Ungern”

Roman von Ungern-Sternberg prigioniero dei bolscevichi a Novonikolajevsk

Roman von Ungern-Sternberg prigioniero dei bolscevichi a Novonikolajevsk

Così Ossendowsky descrisse il suo primo incontro con il barone. Non possiamo riconoscere attendibilità a stregonerie e magie, ma riportiamo una testimonianza dell’esploratore, valida a rafforzare l’immagine misteriosa di Ungern Khan:

«Una donna si accovacciò davanti al braciere. Cominciò ad osservare il barone. Cominciò a bisbigliare parole mentre gettava erba nel fuoco. Mise degli ossicini sui carboni ardenti, quando si furono anneriti cominciò ad esaminarli. Improvvisamente, in preda alle convulsioni cominciò a proferire frasi spezzate: “Vedo il dio della guerra”…“La sua vita fugge via”…“Centotrenta passi”…“Poi le tenebre”. Le predizioni si avverarono circa centotrenta giorni dopo, il barone fu catturato e giustiziato alla fine di settembre»

Finì a 35 anni la vita del Barone Roman Nicholaus Maximilian von Ungern-Sterberg. Nato il 10 gennaio del 1886, alcune fonti dicono in Estonia, a Reval oppure nella suggestiva Isola di Hiiumaa, più plausibilmente venne al mondo a Graz in Austria, da famiglia guerriera balto-germanica. Sembra che sin dall’infanzia abbia dimostrato indole sadica e refrattaria alle regole, il che ha consentito agli storici di supporre un elemento congenito nella selvaggia crudeltà che lo rese famoso. L’aristocratismo familiare e l’animosità contro il popolo, si acuirono quando la magione dove crebbe fu data alle fiamme da braccianti in rivolta, sulla scia delle sommosse popolari russe di inizio ‘900.

Roman von Ungern-Sternberg in divisa

Roman von Ungern-Sternberg in divisa

Dal 1906 nei ranghi della scuola militare di Pavlolvsk, sviluppò un fervido misticismo. Maturò l’interesse per lo spiritualismo occulto Induista e Tibetano, accentuando la propria oscura aura metafisica. La passione per l’esoterismo, il carattere ascetico e l’abitudine all’alcool, ripudiata con disprezzo negli ultimi anni di vita, ne faranno una sorta di Rasputin in divisa. Prestò servizio nella Siberia orientale come ufficiale, presso il primo reggimento dei cosacchi del fiume Amur. L’esperienza, a cui egli stesso chiese di essere destinato, fu fondamentale per il completamento della sua identità di uomo e di soldato. Affascinato dai popoli nomadi mongoli e buriati, il cui rispetto guadagnò grazie alle sue doti di eccellente cavallerizzo, si servirà di questi oltre dieci anni dopo, inquadrandoli nella Divisione Asiatica di Cavalleria.

Sul fronte orientale, nel giugno del 1914, all’interno dei ranghi del 34° Reggimento Cosacco, fu destinato a speciali unità di cavalleria, note per le azioni suicide contro i reparti tedeschi. L’esaltazione nel combattimento, la trascuratezza personale e la sconsideratezza, gli valsero la fama di soldato avventato e privo di equilibrio. Il generale Wrangel, sotto il cui comando combatté in Galizia, scrisse di Ungern nelle sue memorie:

“La guerra è il suo elemento naturale, ma non è ufficiale nel senso comune. Se ne infischia della disciplina, ignora buona educazione e decoro. Trasandato e sporco, una povertà culturale sorprendente, una furia sfrenata”

Roman von Ungern-Sternberg in abiti tradizionali mongoli

Roman von Ungern-Sternberg in abiti tradizionali mongoli

Sul fronte del Caucaso, trasferitovi nel 1917, imparò le tecniche di guerriglia che adotterà in Siberia e Mongolia e conobbe un vizioso atamano cosacco, il capitano Semenov. In Iran, ad Urmia, organizzarono squadre di guerriglieri assiri per rinvigorire le demoralizzate forze imperiali, nel contrasto all’esercito turco. Alla struttura di quelle unità, si ispirò per la creazione della Divisione Asiatica di cavalleria. In Persia contro i turchi, assassini di armeni e siriaci, in Siberia contro bolscevichi e cinesi, usò le sue formazioni irregolari alla stregua di eserciti personali, servendosi del loro sentimento di vendetta. Più simile ad un carismatico guerriero dell’Orda d’Oro che ad un ufficiale zarista, attrasse nel suo piano allucinato nomadi della steppa in cerca di un Khan, sbandate guardie bianche e delinquenti comuni, trascinandoli nell’orrore conradiano trapiantato in Siberia.