Nel 1956 il filosofo tedesco Günther Anders pubblicava un testo dal titolo piuttosto significativo: L’uomo è antiquato. Perché l’uomo sarebbe divenuto improvvisamente antiquato nel XX secolo? Perché, a differenza degli ultimi ritrovati tecnologici di sua invenzione, l’essere umano non è ancora riuscito a redimersi dal peccato originale del suo essere generato anziché prodotto. È questo il senso di quel fenomeno che Anders chiama vergogna prometeica. Scrive il pensatore tedesco:

Credo di essere capitato sulle tracce di un nuovo pudendum; di un motivo di vergogna che non esisteva in passato. Lo chiamo vergogna prometeica, e intendo con ciò la vergogna che si prova di fronte all’umiliante altezza di qualità degli oggetti fatti da noi stessi.

E ancora:

Se cerco di approfondire questa vergogna prometeica, trovo che il suo oggetto fondamentale, ossia la macchia fondamentale di chi si vergogna è l’origine […]. La sua onta consiste dunque nel suo natum esse, nei suoi bassi natali; che egli giudica bassi perché sono natali.

Questa osservazione fenomenologica può suscitare inizialmente una certa perplessità, per lo meno fintanto che venga considerata in modo astratto; poi si prende in mano un giornale, o si fa un veloce scroll del News Feed sul proprio smartphone e si legge che il 3 settembre di quest’anno è stata inaugurata a Torino la prima casa d’appuntamenti con SexDolls, cui ha fatto seguito un immediato boom di prenotazioni. Si tratta di un’attività in franchising che fa capo alla società catalana LumiDolls, attualmente presente anche a Barcellona e Mosca, e che presto – stando a quanto scritto sul sito – vedrà un’ulteriore diffusione in altre località.

Le SexDolls, per chi non lo sapesse, non sono delle comuni “bambole gonfiabili”, come si usa dire in gergo, ma, potremmo dire, sono senz’altro la loro versione deluxe, ciò che di più simile all’essere umano la nostra tecnologia, al suo stato attuale dell’arte, è riuscita a realizzare. Le SexDolls, dotate di uno scheletro d’acciaio e realizzate in elastomero termoplastico, hanno gli arti mobili e possono essere accomodate in varie posizioni; la loro pelle è incredibilmente morbida e si scalda a contatto con il corpo umano.

“Alessandro”, di Lumidolls Torino

Nonostante il clamore suscitato, la curiosità e l’immancabile dibattito social tra detrattori scandalizzati e apologeti del libero costume, è necessario ridimensionare il fatto per contestualizzarlo in una cornice ben più ampia, che ci porta all’origine e al futuro di un fenomeno di questo tipo. Le SexDolls non sono infatti che l’insignificante punta di un iceberg di dimensioni colossali; per quanto, infatti, nella vecchia Europa i bordelli con le bambole siano tutto sommato una novità, negli Stati Uniti sono già in dirittura di superamento.

È a San Diego, in California, che possiamo scoprire quanto feconda sia stata l’intuizione di Anders; è qui, infatti, che ha sede l’azienda Abyss Creation, fondata da Matt McMullen nel 1997, produttrice della cosiddetta RealDoll, la più lussuosa bambola erotica attualmente in commercio, realizzata rigorosamente a mano, al costo di diverse migliaia di dollari. Eppure, nonostante il costo elevato, ne vengono vendute ben 600 l’anno, ad un target prevalentemente maschile. Il cliente può progettare il proprio acquisto a suo piacimento, partendo da differenti modelli base, di genere sia femminile che maschile, che possono essere successivamente personalizzati nei minimi dettagli a seconda dei propri gusti e del proprio budget con una vasta selezione di optional.

Cosa manca in ultima istanza ad un’amante artificiale così verosimile? Come nel mito di Pigmalione e Galatea, è la vita a mancare; gli ingegneri della Abyss Creation, in assenza dell’intervento divino di Afrodite, hanno deciso di ricorrere ai miracoli dell’Intelligenza Artificiale (IA) ed è così che, in collaborazione con Realbotix, è nata Harmony, il primo modello di sex robot dotato di capacità di movimento: la testa robotizzata muove le labbra e riproduce diverse espressioni facciali; la pelle è riscaldata, in modo da imitare il più possibile quella umana, ed è disseminata di sensori, che inviano segnali al cervello computerizzato e le permettono di sapere dove viene toccata e reagire di conseguenza, fino alla simulazione di un orgasmo. Il software del robot è stato dotato di una gamma di personalità differenti, selezionabili a piacere, di una relativa autonomia d’interazione ed è inoltre in grado di memorizzare i gusti e gli interessi del cliente.

A questo primo modello ne sono seguiti altri più evoluti, prodotti anche da aziende concorrenti, con l’obiettivo di rendere l’esperienza di interazione con il prodotto sempre più complessa e sofisticata. Siamo dunque solo all’inizio di quella che è una strada ancora tutta da battere, ma che già fa immaginare una pentola d’oro bella gonfia alla fine dell’arcobaleno.  

Questo è il fatto, un fatto che ha delle significative ricadute in ambito etico e antropologico. È infatti fuorviante ritenere che il problema qui risieda nell’uso che viene fatto di un certo strumento. Uno strumento, quale può essere una forchetta o una penna, è progettato in vista di uno scopo ben preciso e determinato: buon uso è la conformità al suo scopo, cattivo uso la difformità dal suo scopo. Nel caso di un sex robot, invece, non abbiamo meramente a che fare con un figlio della tecnica, ma piuttosto con un figlio della tecnologia. La differenza è che se la tecnica può migliorare, da un punto di vista quantitativo, un certo tipo di operazione o attività, la tecnologia è in grado di rivoluzionare dal punto di vista qualitativo la nostra esperienza:

La tecnologia non è, insomma, la tecnica, seppure si avvale di prodotti tecnici, e in questo senso deve essere pensata come un ambiente in cui l’io è parte integrante e a cui non si sottrae facilmente, anzi, a cui non può sottrarsi. Ed è un ambiente artificiale nel senso che è costruito da altri rispetto a chi ne fruisce, eppure proprio per questo è molto simile anche a un ambiente naturale, se per naturale intendiamo ciò che pre-esiste all’opera dell’io, il mondo in cui ci si ritrova a vivere.

A. Pessina, L’io insoddisfatto. Tra Prometeo e Dio, Vita e Pensiero, 2016).

Pigmalione e Galatea, di Jean-Léon Gérôme (1890)

La tecnologia è dunque un ambiente, nel quale noi tutti ci troviamo a vivere, che necessariamente modifica le nostre percezioni ed ha un impatto determinante sul nostro vissuto. Non a caso la principale obiezione che è stata rivolta alla tecnologia dei sex robot riguarda il timore che essa possa indurre progressivamente alla strumentalizzazione dei partner umani, piuttosto che alla promozione indiretta di una cultura del dominio e della violenza. Eppure i portavoce delle case produttrici negano categoricamente eventualità di questo tipo, replicando che i sex robot non sono progettati per distorcere la realtà delle persone. E per cosa sarebbero dunque progettati?

In un’intervista rilasciata al Guardian, McMullen afferma che lo scopo precipuo dei robot come Harmony è quello di aiutare tutte quelle persone che hanno difficoltà a relazionarsi. In realtà, leggendo tra le righe, appare chiaro come la decisione di sviluppare una tecnologia di questo tipo sia principalmente legata a motivazioni di natura squisitamente economica: se c’è richiesta di mercato, si produrrà naturalmente anche un’offerta.

Ad ogni modo quella della solitudine è una giustificazione molto interessante, perché al di là del suo proporsi come una finalità che nobiliterebbe l’uso dei sex robot, svela implicitamente un presupposto filosofico molto comune nell’ambito dei professionisti della tecnica, ossia l’utopia che essa costituisca una vera e propria panacea di tutti i mali, che sia il traghetto che condurrà l’umanità ad uno stadio più alto dell’evoluzione; in breve: un upgrade necessario e, soprattutto, inevitabile. A partire da questa prospettiva risulta comprensibile la dichiarazione del futurologo e politico britannico Ian Pearson secondo la quale entro il 2050 gli esseri umani avranno più rapporti sessuali con robot che tra di loro.

D’altronde perché scegliere un essere umano, con le sue imperfezioni fisiche, soggetto ad un inevitabile invecchiamento, dotato di una propria personalità e di un proprio libero arbitrio, che ci chiama ad un impegno e ad una responsabilità notevole, quando ci si può limitare ad interagire con un robot privo di coscienza e auto-coscienza, programmato unicamente per soddisfare le nostre richieste? Come possiamo non vergognarci noi essere umani limitati e finiti, di fronte ad un prodotto già così perfetto e ulteriormente perfettibile? Ecco il grave rischio a cui esponiamo la nostra umanità: che se la cultura dell’immanenza, dell’egoità sfrenata, supportata dalle spinte capitalistiche e consumistiche, ci spinge a isolarci e reificare l’altro, con la tecnologia c’è la concreta possibilità di passare dalla reificazione di un essere umano, alla sua completa sostituzione con una res, con una macchina.

Il paradosso è che mentre costruiamo macchine che ci somigliano e ci pensiamo entusiasti demiurghi di una nuova era in cui i robot ci potranno servire, noi esseri umani partiamo dal logos della tecnica per ripensare la nostra antropologia. Si passa così dall’esaltare la bellezza del Mistero e dell’unicità di ciascuno di noi, all’aspirazione verso la serialità e l’omogeneità standardizzata, con la difficoltà che nemmeno la chirurgia estetica più invasiva potrà mai renderci sufficientemente competitivi nei confronti di un sex robot. La res sarà sempre più lucente, più smaltata, più brillante e noi, per dirla con Anders, non saremo che nani di corte del loro proprio parco macchine. E tuttavia c’è pur sempre uno scarto che è e resterà sempre insuperabile per una res, ossia la possibilità di accedere alla dimensione relazionale.

Il robot non è un agente morale, né può esercitare una volontà nel senso più profondo del termine. Potrà essere programmato in vista di una sempre maggiore autonomia di selezione e combinazione di opzioni, ma sarà pur sempre programmato da un ingegnere umano. E credere che un robot o una bambola possano supplire la pienezza della relazione umana è, nel migliore dei casi, un’ingenua illusione: non solo infatti l’interazione con un robot non potrà mai davvero alleviare la solitudine, ma ne sarà piuttosto una conferma, il segno presente di una incapacità, di una sconfitta, di una mancanza sempre viva. Insomma nient’altro che un surrogato, l’imago tenuis di un qualcosa che si vorrebbe e che non c’è.

Certo relazionarsi è impegnativo, difficoltoso ed è, in fondo, anche un pólemos perché l’incontro con l’Altro è sempre anche uno scontro di universi differenti. L’altro è inferno, afferma Sartre, perché mette in crisi il proprio sistema chiuso, lo ferisce, lo interrompe nella sua dinamica confermativa e lo apre al mondo. È straordinario come sia la relazione a istituire il soggetto, che viene al mondo nel segno di una relazione, espressasi pienamente nella sua dimensione sessuale. Ed è proprio all’interno di questa relazione originaria che noi ci riconosciamo liberamente esseri umani: è solo perché c’è un “tu” a cui rivolgersi che possiamo dire “io”.

Invece con i robot non ci può essere alcun tipo di riconoscimento, non ci possono dire chi siamo: sono i nostri prodotti. Al massimo può avvenire il contrario: siamo noi la loro fonte di “riconoscimento”. Eppure a volte come Narciso, ossessionato dal proprio riflesso nell’acqua e incapace di relazionarsi, sembriamo dimenticarcene e cerchiamo conferme e risposte dalle macchine che, tuttavia, saranno sempre e solo una sorda eco alle nostre domande. Da qui la provocazione del filosofo Guardini, che, con profetica lungimiranza, nel 1959 scriveva:

La vita, ormai, è inquadrata in un sistema di macchine. Essa si difende, aspira all’aria libera e cerca un rifugio al sicuro. Ma che giovamento trae da questa lotta? In un tale sistema, la vita può rimanere vivente?

(R. Guardini, Lettere dal lago di Como, Morcelliana, 2013).

Narciso, di Michelangelo Merisi da Caravaggio (1594-1596)

Se dunque è innegabile che la tecnologia esprima il tratto caratterizzante della cultura contemporanea, allo stesso tempo è necessario ribadire che, proprio perché si parla di una “cultura”, è ammesso che questa possa essere continuamente rielaborata e ripensata. La tecnologia infatti, in quanto logos della tecnica, non può essere trattata con gli strumenti propri della tecnica, perché li supera e, semmai, li istituisce. Essendo dunque umano il paradigma, e non tecnico, nostro obiettivo deve essere quello di “umanizzare” la tecnica, invece che postulare modelli antropologici che inseguano ideali tecnici. L’agire dell’essere umano è un agire esperienziale, dove le esperienze non sono sempre necessariamente positive, né tantomeno piacevoli.

Eppure anche le esperienze dolorose, come quella della sofferenza, sono fondamentali e cariche di significato per la nostra esistenza: tentare di esorcizzarle con delle “soluzioni tecniche”, quali possono essere i sex robot, come se si trattasse di “problemi da risolvere”, non solo è vano, ma, impedendoci di vivere queste esperienze pienamente, fa sì che non riusciamo a crescere, a maturare e a rafforzarci. La nostra identità storica né uscirà quindi indebolita e avremo delegato a qualcosa la risposta ad una chiamata che era rivolta a noi stessi, in prima persona singolare. È una fuga destinata a trasformarsi ben presto in una forma di latitanza senza riposo, né pace. L’unica soluzione è quella di non vergognarci mai di quello che siamo, perché nella nostra debolezza è anche la nostra forza: nella nostra mortalità è l’immortalità dei momenti che viviamo; nella nostra fallibilità è la nostra libertà; nella nostra imperfezione la nostra bellezza; nella nostra unicità irripetibile il nostro Mistero insondabile.