Di poeti, giovani o meno, questo dannato e stupendo paese è pieno. Tracimano giù per le scale della metropolitana e tra le righe di improbabili riviste letterarie come acqua sporca da un lavandino otturato. I critici seri aprono l’ennesimo plico ricevuto con timore di essere presto condannati, sfogliando l’intonso volume, a un nuovo, intollerabile, strazio. Quelli prezzolati si arrabattano nel cercare formule incomprensibili per lodare il nulla cosmico trasposto in versi sciolti che paiono pensierini di bimbi alle scuole elementari, o deliri insensati di un cocainomane. Delle volte verrebbe pure da chiamare il poeta in questione – quel delinquente estetico – per rivolgergli le parole con cui Carmelo Bene sfotticchiò il povero Giovanni Raboni – in quel caso sì, ingiustamente – dicendogli: “Raboni, non ho buttato le sue Canzonette mortali nel cestino per non sporcarlo”. Attenzione, non parlo unicamente di poeti autostampatisi e improvvisati vari. In verità, in verità vi dico, molta spazzatura porta ben in vista il marchio blasonato di nomi che stanno all’editoria come Calvin Klein alla moda.


Lo scontro tra Carmelo Bene, Giovanni Raboni e Guido Davico Bonino

Saltuariamente invece giunge un pacchetto bianco dall’aria insignificante, con il nome del mittente vergato in incerta calligrafia, e capita che un miracolo si presenti inaspettato. Cosa rarissima, soprattutto se il poeta è uno sconosciuto studente universitario. Eppure, accade. La speranza si rinnova. Il poeta in questione è Alessandro Paglialunga, classe 1995, un millennial che del secolo scorso non ha vissuto praticamente niente. Concepito in piena epoca berlusconiana, ha assistito da ragazzino all’inizio della crisi, per poi intraprendere gli studi universitari sotto la sporca luce del renzismo. In questo senso, non lo si può certo definire fortunato. Eppure, a leggerlo, non vi possono essere dubbi: questo ragazzo ha il dono. E non parlo in termini di “è giovane e si farà”. La sua capacità è già tangibile e fulgidamente messa in mostra nei versi di Collezioni di ossa o di una notte senza luna, Campanotto Editore Poesia, Udine 2017. È davvero incredibile come Paglialunga riesca, dopo così poche primavere, a imbastire liriche che trascinino e riescano a tenere alta la tensione poetica per la bellezza di ben tre pagine. C’è un senso della struttura che colpisce, una capacità di costruire oltre l’impressione estemporanea, in un’ottica di narrazione del sé, che dà compattezza architettonica al susseguirsi dei versi.

Com’è ovvio che sia, le primissime opere di un autore, soprattutto se così giovane, sono in larga misura chiuse entro l’orizzonte dell’autobiografismo. Nondimeno questa sorta di diario intimo presuppone una profonda indagine, quasi un fare i conti e un ricostruire il proprio essere alla fine dell’adolescenza, una volta giunti alle soglie dell’età della ragione. Si sente che per il poeta l’infanzia non è stata un periodo esente da turbamenti:

solco ancora il cielo di carta da parati/ della mia stanza da bambino,/ una notte/ la luce della luna lo unse/ fino a farlo sparire/ meravigliato mi riempii di luce,/ piansi richiamando mia madre/ che entrando fece sparire ogni traccia di magia/ mi asciugò le lacrime e mi rimboccò le coperte,/ prese per un incubo il mio turbamento/ mi diede un bacio e ritornò a dormire.

Giustamente, lo scrittore sa che per crescere dovrà fare i conti con quegli anni, così come non potrà sottrarsi al confronto con la prima figura di donna, la madre:

hai deciso di darmi la vita/ per rispettare la tua volontà divina

e

per prima/ mi vuoi vivo.

Si sa, i poeti hanno sempre un inesplicabile rapporto con la figura materna, a volte addirittura inquietante; come nel caso di Caproni, che nei suoi versi sogna di essere il fidanzato della propria genitrice. Ma la madre rappresenta anche la nostalgia che è in ognuno per uno stato di irrecuperabile incoscienza, una sorta di nirvana in terra a cui anelare quando il tormento di vivere si fa maggiormente insostenibile:

Per me/ di poca pelle,/ ossa tutte vuote/ viso scarno, occhi/ poi, quasi niente./ Solo spirito/ impaurito dalle ombre del mondo,/ voglia di scavarmi tombe/ con le unghie/ e tornarmene nel ventre.

E in ultimo, la presenza massiccia lungo tutto il testo di questa figura è motivato dal suo rappresentare l’archetipo del generare, ovvero la possibilità di creare qualcosa di originale, di propriamente nostro rispetto a tutto ciò che abbiamo volontariamente o meno ereditato.

Certo nella produzione del Paglialunga, già di notevole ampiezza considerata la sua giovane età, vi sono occasionalmente piccole sbavature e alcune liriche non propriamente all’altezza, ma nel complesso l’opera si distingue. Certi suoi esimi colleghi, con qualche decade in più sulle spalle, hanno avuto cadute ben peggiori. Del resto, è solitamente ben poco quello che spicca perfino in un corpus poetico scritto nel corso di un’intera vita. Ma il poeta questo lo sa bene ed è lui stesso ad ammetterlo con umile e ironico distacco:

Non c’è peccato di giovinezza/ che non coli via con il tempo./ Ne uscì appena/ santo di manicomio/ lingua di fuoco/ e polvere/ a 1200 gradi d’inferno/ in salsa agrodolce/ per sguazzarci dentro/ come in acque sicure./ Una tasca piena di valori da niente/ nessuna difesa più di una tenda di pelle/ per stiparci un’intimità che esonda/ e farmi viziata trincea contro il mondo./ Troppe parole/ tante da esserne sommerso/ tante da finire a scriverle.

Interessante notare come ci sia già qui la lucida consapevolezza di un destino ineludibile al seguito della parola. Indubbiamente il poeta c’è e, se l’intuito non inganna, non sparirà come molti altri dagli scaffali delle librerie, ma si imporrà. Il più grande augurio e il miglior proposito lo troverà nelle sue stesse parole, se saprà prestare loro attenzione:

è ora di partire/ portare questo mucchio di ossa/ a farsi corpo.

Alessandro Paglialunga, Collezione d'ossa o di una notte senza luna

Alessandro Paglialunga, Collezione d’ossa o di una notte senza luna

Per quel che riguarda la giovane poesia al femminile, si segnala invece quella che potrebbe essere considerata una triade di poetesse quanto mai singolari, ma profondamente affini, tra i trenta e i quaranta: Michela Zanarella, Barbara Bracci, e Stefania Onidi. Abbandonando completamente qualunque riferimento agli scenari urbani, alla dimensione civile, e a quegli aspetti che sembrano essere la cifra distintiva del nuovo millennio, le tre scrittrici in questione riscoprono dimensioni della poesia oramai démodé. Inaspettatamente e in un certo senso coraggiosamente, vi è il rilancio di una poesia smaccatamente dickinsoniana incentrata sul rapporto tra l’uomo e la natura, con profondi slanci intimisti. Nelle parole della stessa Bracci:

Questi miei versi cercano vita nello spazio intermedio che corre, da sempre, tra terra e cielo. Hanno origine da una certezza, la mia terra appunto, quella campagna che ho vissuto fin da bambina […] e che continua a vibrarmi dentro con una quasi ancestrale nostalgia. Questa stessa terra che ancora oggi abito, che amo, costringe ora il mio occhio adulto a una via di fuga verso il cielo, a indagare l’Oltre con uno sguardo laico, al mistero della vita. Una sorta di mistica terrena che provo a trattenere sul foglio, grazie agli infiniti legami visivi, emotivi e forse anche filosofici che la poesia mi offre.

Tale prospettiva, che si potrebbe definire con Nietzsche incredibilmente “inattuale”, dopo un primo momento di spaesamento, risulta in realtà anch’essa facilmente inquadrabile nella logica della pluralità dissonante di voci della postmodernità. In un tempo in cui qualunque grande narrazione definitiva è tramontata, dal marxismo alla scienza, passando per la morte della storia, non pare strano che, parallelamente a una poesia che racconta la vita metropolitana e lo schiacciamento della dimensione urbana, trionfi una visione tanto dissimile. Lì dove il poeta, o più in generale lo scrittore, non è più portavoce di un popolo, o di un tempo storico caratterizzantesi per una qualche ben distinta peculiarità, a ognuno non resta che farsi cantore di se stesso e della sua unicità irrisolvibile in una qualunque tranche del corpo sociale. Non si è più poeta del proletariato, della classe borghese, della rivoluzione, del progresso scientifico, di un’aristocrazia inebriata di superomismo. Si rappresenta se stessi in faccia al mondo. Ciascuno per sé, diremmo, e tutti contro tutti, seppur in assenza di un reale conflitto. Se non che, com’è giusto che sia, le tre poetesse, avendo maggiore consuetudine con una realtà naturale e antistorica, mettono su carta quello che è il loro mondo dove i quattro elementi la fanno da padroni, rifiutando che il tempo, come invece capitava a Montale, le riporti bruscamente

nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra/ soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.

È così che Bracci, Zanarella, e Onidi ci descrivono, ognuna attraverso le sfumature della sua personalità, la loro visione di quell’universo bucolico e nostalgico in cui la contemplazione dell’esterno porta al contempo a un costante rimando dialettico verso la propria interiorità, il vissuto, i ricordi, i legami famigliari. La Bracci lo concretizza inseguendo l’influsso imprevisto delle impressioni, dimostrando in questo maggiore visceralità. La Zanarella, al contrario, ha un tono più pacato e meditativo. Per lei la campagna è evidentemente anche motivo per tirare le fila e fare i conti con il passato, rivedere in prospettiva i legami con le figure genitoriali. La Onidi aggiunge a questo quadro una struggente narrazione della maternità, oltre a una dose mai sfacciata di tenera sensualità. Bisogna riconoscere in generale alle tre poetesse una tendenza per niente astrusa, o fumosa, all’espressione. La loro è una lirica tersa e pulita, semplice senza mai scadere nel patetico, senza ombra di dubbio sinceramente sentita. Il consiglio è di leggerle se interessati a una poesia che si muove in senso atemporale, rifiutando la prosasticità del tempo presente, nella persuasione che ci sia ancora spazio per l’afflato lirico, quindi in netta controtendenza rispetto al proposito manifestato dal forse più grande poeta italiano degli ultimi trent’anni, Simone Cattaneo, ovvero “essere sempre più asciutto, cancellare ogni traccia di lirismo”.

1) Michela Zanarella, Le parole accanto
2) Stefania Onidi, Qui Altrove e Oltre
3) Barbara Bracci, α-vena

 

Una piacevolissima sorpresa poetica arriva invece dalla lettura dell’opera prima di Sonia Lambertini, Danzeranno gli insetti, Marco Saya Edzioni. Si tratta di un esordio davvero sfolgorante e doloroso, disturbante e raffinatissimo. La poetessa brilla come un unicum nel panorama poetico nazionale, quando si tratta di raffigurare il terrore che il nostro tempo cagiona negli spiriti più sensibili. Nella sua lirica – raro caso – una vasta quantità di influenze converge a creare un’originalità ineguagliata. Come in ogni artista che si distingua, gli influssi giungono dagli ambiti più disparati. Troviamo in lei il Leopardi della natura matrigna, il Lars von Trier della decadenza e della natura demoniaca che abbiamo amato nel film Antichrist, il cupo e disperato romanziere Thomas Bernhard, oltre alla fascinosa figura di Ingeborg Bachmann. Per completare il quadro è d’obbligo segnalare la volontà dei teorici del Realismo Terminale di ascrivere alcuni episodi della sua produzione al proprio movimento e la cosa, occorre sottolinearlo, avviene assolutamente a ragione. La poetessa, al contrario di molti suoi colleghi, non ignora di vivere nel mondo. Le sensazioni di angoscia e annichilimento che descrive hanno la stessa cornice di quotidianità che l’uomo comune vive, assorbito nel vortice sporco della metropoli.

Certe mattine le cose ti cadono addosso./ Arriva il treno, mi sposta i capelli.

Ma, al di là del sostrato di ascendenze ben assimilate e dell’abilità nell’attualizzarle, colpisce quel senso metafisico e terrificante di un “Poter che, ascoso, a comun danno impera,/ E l’infinita vanità del tutto”, per dirla col poeta di Recanati. La Lambertini ne ha una consapevolezza superiore, prerazionale, poetica appunto, incuneata nella carne. La morte e l’annientamento sono l’orizzonte dell’esistente e di conseguenza della sua poesia. Gli insetti, quelle inquietanti presenze che compaiono nel titolo, sono proprio ciò che si presenterà in fine, quando ognuno di noi tornerà a essere solo materia inerte:

Nel giorno del mio giudizio/ quando il corpo sarà in scadenza/ la bocca sarà colma di terra/ danzeranno gli insetti/ il ritmo assordante non mi farà dormire/ e come nei banchetti degni di rispetto/ trionferanno gli avanzi/ le formiche ne faranno scorta/ sottomano la mappa/ cenni di anatomia/ viaggio di sola andata.

Ed essi sono sempre lì, presenti, quasi un costante monito, nel gioco di ombre che quotidianamente offusca la luce della vita:

È arrivato il giorno storto/ dietro la porta, ombre/ come vecchi figuranti/ tendono la mano./ Mi muovo tra fastidiosi ritornelli/ e rumori secchi, le ossa/ un accenno di swing/ portieri in frac battono il tempo/ come insetti avvoltoi/ pronti a beccare ciò che resta/ ultimo pasto di dio.

Non traspare da queste liriche alcuna possibilità di salvezza, solo disincanto e spaesamento:

l’autodistruzione/ è già cominciata e dura in eterno,/ bussa silenziosa a tutte le porte.

Resta una rabbia sorda, oltre la paura, e la mancanza penosa di ogni possibile vicinanza e comunione umana.

Brindo alla contraddizione/ alla scelta sbagliata, all’incoerenza/ al mio sguardo smarrito/ seduto al banco dell’assurdo/ mentre vomiti l’ennesima lezione/ di sicurezza della vita/ e solo dio sa la paura/ che mi fanno quelli come te/ che non si perdono mai/ tra le parole, per strada/ negli occhi di un altro,/ il bisturi è affilato/ i tuoi morti sono in aula/ silenziosi, io/ cerco solo meraviglia.

Non potete perdervi questo distillato di sofferenza, sempre comunque molto dignitosa, quasi vissuta con senso di virile sopportazione della propria pena – per fortuna, nel caso della Lambertini, non si deve parlare di scrittura al femminile, ma solo di scrittura! Fatevi ammaliare e trafiggere da questi versi. Il colpo mortale che vi infliggeranno varrà la pena.

Sonia Lambertini, Danzeranno gli insetti

Sonia Lambertini, Danzeranno gli insetti

Sempre rimanendo nel solco degli under quaranta, molto interessante risulta l’opera prima di Melania Panico, Campionature di fragilità, uscito per La Vita Felice nel 2015. È una lirica singolare quella della Panico. Da una terminologia di estrema semplicità, che si succede lungo i versi con cesellato rigore, si cagiona un componimento intimista spesso sfuggente e come avvolto da un opacizzante velo di ermetismo. La cosa non stupisce: nella resa lirica del rapporto tra il sé e il mondo esterno, il poeta esplica qualcosa di personalissimo che può facilmente risultare ostico al lettore; allo stesso modo in cui ogni persona che parli dei propri sentimenti, per quanto si sforzi di comunicare col suo interlocutore, troverà sempre in lui un involontario residuo di incomprensione. Al di là dello sforzo di empatia richiesto, il verso regge, ogni lirica è conchiusa e ben dosata, priva di stridori. Vi sono poi dei punti, improvvisi passaggi, in cui l’occhio confuso di chi legge si spalanca per un passo di toccante nitore, un diradarsi fulmineo della bruma e il legame tra chi ha scritto e chi legge si fa forte. Lo stupore di ritrovarsi nelle parole giunge pieno di letizia. La comunicazione poetica è realizzata.

Campionature di fragilità è un testo da leggere in religioso silenzio, in raccoglimento, da recitare a se stessi con voce sommessa seduti isolati nella propria stanza, lontani da qualunque scoppio di risa, o disturbo che sia. L’ideale sarebbe predisporsi come per affrontare una meditazione pascaliana, prestando attenzione alle parole e al riverbero che queste hanno sul proprio animo. Sarà un processo anche in parte doloroso perché, come dice la poetessa,

È semplice la quiete/ per chi non ha parole/ che si arrampicano in gola.

L’inquietudine esistenziale sarà inevitabile, come l’amarezza, mitigata però da un retrogusto di dolce malinconia.

Melania Panico, Campionature di felicità

Melania Panico, Campionature di felicità

Una menzione speciale merita poi Linda Ansalone, una poetessa ancora non pubblicata, se non per una silloge e alcune poesie sparse, grazie a cui ha vinto certi importanti concorsi letterari (quali il Laurentum). Una sua breve raccolta compare appunto nell’antologia dei poeti under quaranta, Zenit Poesia (a cura di Stefano Guglielmin e Maurizio Mattiuzza), La Vita Felice, Milano 2015. Seppur partendo da un esiguo numero di liriche, vi sono tutti gli estremi per puntare su questa giovane donna e auspicare che trovi un editore disposto a pubblicarla. È raro trovare un letterato che conosca veramente il dolore di cui racconta e ancora più raro è che i suoi versi scaturiscano direttamente e in modo verace da questa pena, al di là del mero proposito di far letteratura della sofferenza.

La Ansalone riesce a scrivere versi che sgorgano autentici come uno schizzo di sangue da una vena squarciata. Ma oltre il discorso sul dolore, è interessante notare in lei una consapevolezza poetica della realtà che le ruota intorno, la Milano in cui vive, gli oggetti quotidiani e molto prosastici da cui ella attinge a piene mani per creare le sue metafore, similitudini e immagini:

In strada il fremito/ di piedi/ in bilico sulle lancette,/ correndo/ prima che faccia buio/ prima che la luce sprofondi./ La strada negra fa gola ai banditi/ e a chi trafuga sogni/ tra le sottane di puttane/ e bar – senza domani.

La speranza è che quell’anelito alla perfezione che hanno tutti gli scrittori di valore, e che di solito li affossa nell’ipercriticismo verso se stessi, non la sottragga dal panorama editoriale portandola a una ricerca infinita che mai si concretizzi. È in quelli come lei che sono riposti i destini generali di una poesia nazionale che voglia tornare a imporre se stessa nella letteratura europea.

Linda Ansalone, Zenit Poesia

Linda Ansalone, Zenit Poesia

 


Bibliografia:

• Alessandro Paglialunga, Collezioni di ossa o di una notte senza luna, Campanotto Editore Poesia, Udine 2017.
• Barbara Bracci – Costanza Lindi, α-vena, Bertoni Editore, Perugia 2014.
• Sonia Lambertini, Danzeranno gli insetti, Marco Saya Edizioni, Segrate 2016.
• Michela Zanarella, Le parole accanto, Interno Poesia, Segrate 2017.
• AA.VV, Antologia Poetica. Zenit Poesia. PROGETTO • Melania Panico, Campionature di fragilità, La Vita Felice, Milano 2015.
• Stefania Onidi, Qui Altrove e Oltre, Società Editrice Montecavallo,