«Beh bisogna vedè che storia, ci sono storie brutte, storielle, storiacce. Il fatto di essere storia non è mica una cosa positiva di per sé!». Questo è ciò che Monicelli – allergico alle lusinghe – rispose prontamente in un’intervista di Antonello Aglioti nel 2008 che lo aveva definito “la storia del cinema italiano”.

Ho fatto la guerra, il dopoguerra, la resistenza, i tedeschi, la liberazione.

Mario Monicelli nacque a Roma, nel quartiere Prati, il 16 maggio 1915. Sette giorni dopo, il Duca D’Avarna, ambasciatore italiano a Vienna, presentò al Ministro degli Esteri austroungarico Stephan Burián la dichiarazione di guerra che segnò l’ingresso dell’Italia nel primo conflitto mondiale. Novantacinque anni dopo, il corpo del maestro Monicelli fu ritrovato senza vita nel cortile dell’ospedale San Giovanni di Roma, a pochi metri dall’ingresso principale. Era il 29 novembre del 2010 e l’Italia era giunta al quarto ed ultimo governo Berlusconi.

Dell’intero secolo che attraversò, Monicelli fu testimone attento, sagace e ironico senza mai nascondere un fondo di pessimismo e malinconia che ha serpeggiato, in modo più o meno evidente, in tutta la sua opera. Sebbene per anni si sia creduto che il regista fosse nato a Viareggio, Mario Monicelli, come detto, nacque in un quartiere borghese di Roma, figlio di Tomaso Monicelli e Maria Carreri. I genitori del regista si erano appena trasferiti a Roma da Ostiglia, un paese del mantovano celebre per aver dato i natali ad Arnoldo Mondadori.

Tomaso vi era nato nel 1883, a vent’anni aveva iniziato a collaborare con l’Avanti! e l’Avanguardia socialista. Nel 1904 divenne direttore dell’organo giovanile del partito: Gioventù socialista. Nel 1911 Tomaso conosce Arnoldo Mondadori e insieme rilevano La Sociale, che diverrà in seguito la “Arnoldo Mondadori Editore”. L’unione tra le due famiglie fu suggellata dal matrimonio tra Arnoldo e la sorella di Tomaso, Andreina.

Nel 1910 nacque il primogenito di Tomaso, Giorgio, figlio della scabrosa e clandestina relazione tra il giornalista e la famosa attrice teatrale Elisa Severi. Giorgio crescerà nella famiglia Mondadori fino a divenire direttore della collana Urania. Tomaso, nel 1912, conosce Anna, ragazza di umili origini dal carattere burbero, che ricorderà quello di Mario Monicelli. Dalla loro unione nasceranno cinque figli: Franco, Mario, Massimo, Furio e Giovanna.

Tomaso Monicelli

Dopo una breve parentesi al Resto del Carlino, Tomaso si trasferisce a Roma per collaborare al periodico L’idea Nazionale. Nel 1916 si arruola volontario nell’81mo Reggimento dei Granatieri. Nel 1917, al suo ritorno dalla guerra, fonda Penombra, la prima rivista italiana di cinema. Sposa le rivendicazioni irredentiste dirigendo L’Idea Nazionale, poi Il Tempo ed infine Il giornale di Roma, la cui direzione fu condivisa con il futuro ministro delle Corporazioni e dell’Educazione Nazionale Giuseppe Bottai. Dopo la chiusura del quotidiano romano, tornò a Bologna, in veste di direttore del Resto del Carlino che acquisterà l’anno successivo. L’adesione di Tomaso al fascismo terminò il 10 giugno 1924, giorno dell’assassinio di Giacomo Matteotti. Tomaso Monicelli fu isolato dal regime e poté continuare a lavorare soltanto grazie all’amicizia che lo legava a Giuseppe Bottai che gli trovò un posto come direttore editoriale della divisione libri della Rizzoli.

Mario crebbe in un clima simile a quello di un altro grande regista suo coetaneo: Sergio Leone. Entrambi figli di importanti intellettuali costretti dal regime a non poter firmare le loro opere e a sopravvivere grazie all’aiuto di vecchi amici. Nell’ottobre del ’22 Mario assisterà alla marcia su Roma, dalla casa del critico teatrale Silvio d’Amico, padre di Suso, pensando al

fascino di quegli uomini vestiti di nero, con il teschio sulla fronte e la scritta “me ne frego”, mi parevano eroi che andavano a fare la rivoluzione contro i borghesi come mio padre e i suoi amici.

La famiglia Monicelli si trasferì a Viareggio dove Mario frequentò le medie e quattro dei cinque anni del liceo. Lì conosce Giacomo Forzano, figlio del regista Giovacchino, che gli permetterà di frequentare gli stabilimenti cinematografici della Pizzorno a Tirrenia. L’ultimo anno di liceo lo svolge a Milano, in seguito al trasferimento del padre alla Rizzoli. Lì conoscerà i futuri registi Riccardo Freda e Alberto Lattuada. Negli stessi anni fonda, con il cugino Alberto Mondadori, la rivista cinematografica Camminare che il MinCulPop chiuderà in brevissimo tempo, bollandola come contraria ai valori fascisti. Terminati gli studi liceali inizia il travagliato percorso di quelli accademici, con l’iscrizione alla facoltà di Storia e Filosofia di Milano. Nei suoi anni universitari Mario deciderà di fare ritorno a Viareggio, dove inizierà a prendere dimestichezza con la cinepresa.

Io volevo essere un romanziere. Mi piaceva Flaubert, avrei voluto scrivere come Dostoevskij. Mi sono accorto abbastanza rapidamente – perché non sono del tutto stupido – che era meglio abbandonare questa ambizione. Con la musica fu la stessa storia, allora ho ripiegato sul cinema, che comunque mi piaceva.

Il primo esperimento cinematografico di Monicelli fu Il cuore rivelatore, cortometraggio ispirato dal celebre racconto di Edgar Allan Poe girato dalla coppia Monicelli – Mondadori e con la partecipazione di Alberto Lattuada nelle vesti di scenografo. Il terzetto decise di iscrivere il cortometraggio ai Littoriali dello Sport, della Cultura e dell’Arte e del Lavoro. Questo primo esperimento verrà bocciato dal più autorevole esponente della giuria, Luigi Chiarini.

Il tentativo cinematografico successivo andò a segno e la coppia Monicelli – Mondadori strappò un biglietto per la mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia del 1935. I due presentarono un lungometraggio muto di 75 minuti: I ragazzi della via Pal. La pellicola fu presentata nella sezione “a passoridotto” e vinse il primo premio. Per quell’esperimento la coppia di registi aveva scelto, come attori, dei compagni di ginnasio e colleghi di facoltà, rompendo il tabù dell’attore “di professione”. Inoltre, per tutta la durata del lungometraggio non erano presenti didascalie e commenti sonori, lasciando che le sole immagini in 16mm raccontassero la storia.

Il primo premio vinto a Venezia consisteva nel lavorare come aiuto regista in alcune grandi produzioni. A Mario toccò il genio ceco Machaty da affiancare come “attrezzista” nelle riprese, svolte a Tirrenia, del film Ballerine del 1936.

Io nasco facendo l’assistente. Proprio il più miserabile degli assistenti, quello che comincia ad accendere la sigaretta al regista e lo aiuta a mettere il paltò.

Mario osservava ammirato la folle condotta del regista ceco. Capì ben presto che le stravaganze di Machaty non erano i vezzi artistici di una complessa mente geniale ma i normali risultati dell’abuso di cocaina. Si spiegarono così gli accessi d’ira e le urla del regista durante le riprese, intervallate da lunghe pause sceniche che richiedevano all’intera troupe di fermarsi per permettergli di “pensare”.

Chiusa la parentesi di Ballerine, Monicelli troverà lavoro come ciacchista nel film Lo squadrone bianco (1936) di Augusto Genina. Per le riprese si dovette imbarcare e raggiungere Tripoli e, da lì, percorrere 700km di deserto fino a Ghadames. L’esperienza africana gli verrà riproposta l’anno successivo nelle riprese di Equatore che lo porteranno a visitare Gibuti, Kenya e Somalia.

In quegli stessi anni, oltre ad affiancare famosi registi come Mario Bonnard, Mario Mattoli, Mario Camerini e Corrado D’Errico, fa il suo esordio dietro la macchina da presa con Pioggia d’estate (1937). Il film non piacque affatto a Monicelli, tanto che decise di firmarlo con lo pseudonimo di Michele Badiek, ma gli risultò utile – come egli stesso affermò – per imparare a gestire un set cinematografico:

non essere mai troppo supponente, non esagerare con le ore di lavoro e far capire che si sa quel che si vuole.

Pioggia d’estate non fu mai distribuito e fu considerato perduto fino al 2011, anno in cui furono ritrovati quattrocento fotogrammi della pellicola. Tra il 1937 e il 1938 Monicelli scrive la sua prima sceneggiatura per Mario Camerini. Sul set de I fratelli Castiglioni conosce il regista Giacomo Gentilomo con cui girerà, nelle vesti di aiuto regista e co-sceneggiatore, La granduchessa si diverte (1940) e Cortocircuito (1943).

bastava presentarsi alla laurea vestiti da militari e non occorreva né tesi né altro […] Così è stata la mia laurea, non so nemmeno se è valida.

Nel periodo che separa le due pellicole Monicelli si laurea nel 1941 presentandosi in uniforme e viene inviato prima a Zagabria, con le truppe di occupazione tedesche, poi a Napoli, con la prospettiva di salpare alla volta di Tripoli.

Della vita privata del maestro si saprà sempre poco e il periodo militare non fa eccezione. La ricostruzione presente in molte biografie che vede Monicelli arruolato in cavalleria è figlia della risposta nervosa che Monicelli diede al regista Tullio Pinelli mentre attraversavano in macchina la Maremma, con gli sceneggiatori De Bernardi e Benvenuti. Infatti, Pinelli stava sfottendo il maestro per essersi perso, allorché egli tagliò corto esclamando:

Sono stato in cavalleria, so orientarmi.

Le tracce di Monicelli si ritrovano dopo l’8 settembre del 1943, quando gettò l’uniforme per rifugiarsi a Roma, dove rimase nascosto fino all’anno successivo.

In una riflessione sul cinema ai tempi del Ventennio, Monicelli  – che di Mussolini “pensava tutto il male possibile” – dovette ammettere che:

È stato l’inventore del cinema italiano. Aveva imparato dai sovietici l’importanza della propaganda per immagini. Però il cinema in cui lavoravo da ragazzo non era votato alla propaganda. Si poteva girare quel che si voleva, a patto di evitare omicidi e adulteri. Così le storie di sesso erano ambientate curiosamente in Ungheria. Ci si convinse non so come che le ungheresi fossero tutte zoccole. La nostra Budapest era il quartiere Coppedé, con quelle case neoromaniche che evocano la Mitteleuropa. I nomi si sceglievano sulla guida del telefono.

Con la fine della guerra, Monicelli tornò al lavoro affiancando l’esordiente Pietro Germi, in qualità di aiuto regista, nel film Il testimone (1945). Il rapporto tra i due si trasformò in una lunga amicizia, che ebbe importantissime ripercussioni sulle carriere di entrambi.

Pietro Germi

Nel frattempo, Mario si riappropria della Roma che aveva lasciato da bambino: ne frequenta le trattorie e i bar, cercando ispirazione per un soggetto che tarda ad arrivare. I locali prediletti sono gli stessi di molti altri operatori cinematografici come il Caffè Greco, il Notegen, Rosati a piazza del Popolo e il Babington di piazza di Spagna.

Nel cuore di Roma si intrecciano le vite dei futuri colossi del cinema nostrano e le chiacchiere tra commensali possono divenire accreditamenti nei titoli di testa in qualità di sceneggiatori. È quanto accadde a Mario Monicelli e al suo amico Stefano Vanzina che, durante un pranzo, si intromisero in una discussione tra i registi Giuseppe de Santis, Corrado Alvaro e Carlo Lizzani suggerendo la correzione di un paio di battute. Il film di cui i tre stavano scrivendo e discutendo era Riso amaro, successo internazionale con Silvana Mangano e Vittorio Gassman.

Il sodalizio tra Monicelli e Stefano Vanzina – conosciuto al grande pubblico con lo pseudonimo di Steno – nacque tra i tavolini dei bar nel centro della capitale. I due passavano anche otto ore al giorno a leggere, discutere e chiacchierare di qualsiasi cosa. Il rito veniva interrotto soltanto nell’ultima mezz’ora della giornata quando, in uno straordinario lavoro di sintesi, si riportavano per iscritto i tratti salienti delle loro discussioni. Steno era un sagace umorista, che si era avvicinato alla scrittura come redattore per il giornale satirico Marc’Aurelio. Tra i due l’intesa era ottima. Due modi di scrivere e pensare complementari, più ironico l’uno più malinconico l’altro, ma entrambi proiettati verso una commedia nel senso più classico del termine. I caffè romani divennero i loro uffici e rimasero tali anche quando i due, sceneggiatori prima e registi poi, avrebbero potuto permettersi uno o più appartamenti dove ritrovarsi. Anzi, ne ampliarono le dimensioni convincendo Age & Scarpelli, Benvenuti, De Bernardi e Suso Cecchi d’Amico a sposare quell’insolito metodo di lavoro. Per concludere l’opera Monicelli, con una sacralità rituale, ricopiava a mano, una volta ultimata, tutta la sceneggiatura.

Stefano Vanzina, in arte Steno

Il loro primo successo fu la scrittura della sceneggiatura di Aquila nera (1946). diretto da Riccardo Freda e Federico Fellini. Freda, ammirato dal lavoro della coppia Monicelli – Steno gli commissionò la scrittura per il cinema di un classico della letteratura ottocentesca: I Miserabili (1948). Dall’opera di Victor Hugo, Monicelli e Steno trassero un unico lungometraggio di oltre tre ore che, per comodità, fu diviso due film: Caccia all’uomo e Tempesta su Parigi. Nel mezzo i due furono chiamati per la prima volta insieme – e da soli – a scrivere un film. Come persi la guerra (1947) è, per questo motivo, considerato il vero e proprio esordio della coppia di sceneggiatori. Il sodalizio continuò con la scrittura di moltissimi soggetti, firmati per importanti registi come Camerini, Matarazzo e Righelli.

La straripante ascesa della carriera di Monicelli non andò di pari passo con le fortune affettive del regista. Il padre Tomaso, dopo la sfortunata parentesi del Ventennio, era riuscito a ritagliarsi un ruolo di prim’ordine alla Rizzoli, dedicandosi alla traduzione dei classici letterari francesi. Nel 1945 fu inserito nella rosa dei possibili nuovi direttori dell’Ordine dei Giornalisti ma fu osteggiato da Curzio Malaparte e scelse di non concorrere per la carica. In breve, perse anche il posto alla Rizzoli e, in preda a una profonda depressione, il 26 maggio del 1946 scelse di porre fine alla propria vita con un colpo di pistola.

Ho capito il suo gesto. Era stato tagliato fuori ingiustamente dal suo lavoro, anche a guerra finita, e sentiva di non avere più niente da fare qua. La vita non è sempre degna di essere vissuta; se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena. Il cadavere di mio padre l’ho trovato io. Verso le sei del mattino ho sentito un colpo di rivoltella, mi sono alzato e ho forzato la porta del bagno. Tra l’altro un bagno molto modesto.

 

Il primo film che ho fatto con Totò è stato “Totò cerca casa” ed è nato per caso. Non è che io l’ho scelto o lui ha scelto me, è stata una cosa abbastanza avventurosa, è stato un film che è stato fatto perché c’era Totò libero per quattro settimane.

L’esordio dietro la macchina da presa avvenne quasi per caso. Carlo Ponti, produttore esecutivo della Lux, aveva ingaggiato Totò per il film L’imperatore di Capri il cui tempo delle riprese era stato stimato in sette settimane. Il comico napoletano lo completò in tre, e Ponti, con un’autentica illuminazione, decise di chiedere al principe de Curtis di girare un’ulteriore pellicola nelle quattro settimane rimaste. Il film, contrariamente all’altro, sarebbe stato prodotto autonomamente da Ponti e non più dalla Lux. Totò accettò volentieri e la scrittura del film fu affidata, in tutta fretta, al duo Steno – Monicelli, mentre Ponti andava alla ricerca, risultata vana, di un regista. Ponti allora si rivolse direttamente al duo, affidandogli anche la regia del film. L’episodio in questione lo ricorda lo stesso Monicelli in un’intervista:

C’era la crisi degli alloggi, bastava metterci Totò che ha una famiglia, cerca una casa, tutto quello che può avvenire quando uno cerca casa, con i vari incontri. Scrivemmo questa sceneggiatura assieme ad Age, Scarpelli e altri amici ma, finita la sceneggiatura, non c’era il regista; allora Ponti disse: «Fatelo voi», la cosa è nata così, non è che ci fosse questa grande preparazione. Certo, lo conoscevamo già perché lo avevamo incontrato in occasione delle sceneggiature che avevamo scritto per lui.

 

Totò era un comico straordinario, grande affabulazione, grande mimo.

La regia di Monicelli è scarna, essenziale, fatta di pochi movimenti di macchina e lunghi piani sequenza. Gira i film in ordine cronologico, è un grande estimatore del doppiaggio e non userà mai la presa diretta eccezion fatta per le scene con il principe de Curtis protagonista che, ormai quasi cieco, avrebbe avuto difficoltà a doppiarsi. Uno dei motti di Monicelli fu proprio: “Meno ciak giri meglio è”.

Il secondo lavoro del binomio artistico, dietro la cinepresa, fu una rivisitazione in chiave comica del Faust di Goethe. Al diavolo la celebrità (1949), malgrado abbia avuto un buon successo e sia stato ben giudicato anche dalla critica, non fu mai amato da Monicelli. Infatti, il regista sosteneva che quello fosse un film sfortunato per via di alcune disgrazie che si abbatterono sulla vita di chi vi lavorò. Uno degli attori fu Marcel Cerdan, campione del mondo dei pesi medi che, dopo aver girato il film, perse la cintura in favore di Jake La Motta. Nel frattempo, il pugile, intratteneva una struggente relazione con Edith Piaf la quale gli chiese di raggiungerlo a New York e di farlo in aereo, non in nave, tanta la voglia di vederlo. La notte tra il 27 e il 28 ottobre del 1949 l’aereo su cui salì si schiantò nelle isole Azzorre e il campione perse la vita. Il produttore della pellicola, Maleno Malenotti, dopo aver fallito la produzione di alcuni film scelse di ritirarsi a vita privata in un casale nella campagna di Volterra. Nel 1976 verrà rapito dai pastori sardi i quali, sebbene ricevettero il riscatto (pagato anche da Monicelli), uccisero il produttore.

La svolta artistica nella carriera di Mario Monicelli avviene con la direzione del capolavoro Guardie e ladri (1951). Il film, prodotto da Ponti e De Laurentiis, vede recitare assieme per la prima volta in un film Totò e Aldo Fabrizi. Fu Monicelli a volere entrambi gli attori. Forzò la mano timorosa dei produttori ed assicurò loro che non ci sarebbero stati problemi nella gestione di due personalità così importanti. I due si trovarono a meraviglia, realizzando un film che ancora oggi viene ricordato come un capolavoro e l’antesignano della commedia all’italiana. Sul set i due furono costretti ad interrompersi, di tanto in tanto, a causa delle risate che non riuscivano a trattenere. L’unico problema che la coppia di registi fu costretta ad affrontare fu la scarsa vena mattiniera del comico napoletano che, come ricorda Steno:

Convocare Totò sul set il mattino era un’impresa perché, abituato agli orari teatrali, non connetteva. D’altro canto, era un assertore della teoria, abbastanza giusta, che al mattino non si può far ridere.

Il film strappò applausi al festival Cannes del 1951, in cui vinse la palma d’oro alla miglior sceneggiatura. Il successo era ormai inarrestabile e l’intesa tra i due ottima, tanto che, nello stesso anno, decisero di dirigere ancora Totò e affiancargli Alberto Sordi in Totò e i sette re di Roma.

Aldo Fabrizi e Totò in Guardie e Ladri

La pellicola è l’unica in cui i due giganti della comicità nostrana condivisero lo schermo. Il film, sebbene falcidiato dai tagli della censura, fu un grandissimo successo grazie anche alla capacità di Monicelli di coniugare ironia e malinconia in un connubio che solo Monicelli riuscì a rappresentare così in Italia. Già in Totò e i sette re di Roma emerge la vena malinconica che, nascosta tra sagaci battute e scene paradossali – come quella della fucilazione di un pappagallo da parte dei partigiani poiché accusato di cantare Giovinezza – si rende evidente nel funerale che Monicelli mette in scena facendo comparire Totò dinanzi al proprio feretro.

Il 1952 fu l’anno della rottura del sodalizio tra Monicelli e Steno. Fu una separazione consensuale, figlia di priorità differenti e nulla più:

Finché eravamo un binomio di sceneggiatori non c’erano difficoltà nel lavoro perché, se proprio eravamo oberati o non ce la sentivamo di farlo, avevamo addirittura creato un trust per rifilare l’incarico ad altri sceneggiatori come Age, Scarpelli e De Concini. Ma quando ci dedicammo alla regia succedeva magari che ci offrivano un film e io ero stanco e magari volevo prendermi due mesi di vacanza mentre Steno, essendo sposato e con prole, aveva necessità di farlo e non voleva rinunciare al guadagno. Così magari gli dicevo: “Va bene allora fallo”. Insomma, la separazione è avvenuta un po’ alla volta e senza divergenze.

Rimaneva però da onorare il vecchio contratto firmato dai due con Ponti e De Laurentiis. All’appello mancavano ancora Le infedeli e Totò e le donne. Il primo lo dirigerà Monicelli, il secondo Steno.

L’esordio in solitaria di Monicelli nel grande cinema avvenne ancora al fianco del principe de Curtis. Totò e Carolina nacque da un soggetto di Ennio Flaiano che, come largamente pronosticabile, era troppo sagace, acuto e scomodo per l’italietta dell’epoca. La battaglia campale che si consumò tra il film e la censura vide lo scontro serrato tra Mario Monicelli e Annibale Scicluna Sorge, un ex dirigente fascista riciclato nella direzione della censura repubblicana. Il 17 febbraio del 1954 Monicelli chiese il nulla osta per il lungometraggio, presentando 100 minuti e 2959 metri di pellicola. Il film fu tagliato di venti minuti, pari a circa ottocento metri di pellicola. Inoltre, l’allora sottosegretario agli Spettacoli, nonché nemico giurato di Totò e futuro Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, ne vietò la distribuzione all’estero poiché avrebbe potuto “generare errati dannosi apprezzamenti sul nostro Paese”.

Due anni dopo Monicelli si avventurò in un genere totalmente differente da quello della commedia, cimentandosi nella trasposizione cinematografica del romanzo La Madre di Grazia Deledda. Il film si intitolò Proibito (1954) e il risultato non piacque a Monicelli. Durante le riprese vi fu anche il primo incontro tra il regista e una giovanissima Brigitte Bardot. L’allora ventenne sconosciuta attrice francese fu scartata dal maestro perché, secondo lui, non aveva la stoffa per fare il cinema.  Un errore di valutazione incredibile da parte di un uomo che, nella sua lunghissima carriera, scoprirà talenti assoluti come Claudia Cardinale, Ornella Muti, Susan Sarandon, Raffaella Carrà, Elsa Martinelli, Lea Massari.

Nel 1955 torna a dirigere Alberto Sordi affiancato da Franca Valeri in Un eroe dei nostri tempi. Il protagonista della pellicola è il prototipo di quel personaggio che renderà Albertone così popolare: un uomo debole con i forti e forte con i deboli, meschino e individualista.

Sarà lo stesso Monicelli a spiegare il perché del successo di personaggi così abietti:

Gli italiani fingono di ridere dei propri difetti, ma in realtà finiscono per immedesimarsi in questi personaggi repellenti perché in fondo sono come loro. All’estero invece non riescono a capire come Sordi possa far ridere. Agli stranieri i suoi personaggi fanno orrore.

Nel ’56 è il turno di Donatella, film che si inserisce a pieno titolo nel “neorealismo rosa”. Monicelli dipinge una storia di costume in cui una giovane borgatara romana si inserisce in un contesto alto borghese, ne tratteggia il fascino, i difetti e le contraddizioni. Monicelli gira altri film, come Cenerentola a Parigi, ma solo con Padri e figli il regista conosce il successo internazionale e della critica. La pellicola gli varrà l’Orso d’argento al festival di Berlino. Il film, interpretato da Vittorio De Sica, Marcello Mastroianni, Marisa Merlini e Lorella De Luca, racconta la storia di quattro famiglie italiane con gli occhi di un’infermiera delle quali ne assiste altrettanti parenti in ospedale.

A metà degli anni ’50 l’Italia scopre il benessere economico, il cinema, come ogni altro campo, decolla e nasce la cosiddetta “Commedia all’italiana”, termine coniato in riferimento al film Divorzio all’italiana di Pietro Germi (candidato a tre premi Oscar e vincitore della miglior sceneggiatura originale).

Monicelli, parlando del genere lo definirà dicendo che:

La commedia all’italiana è questo trattare con termini comici, divertenti, ironici, umoristici degli argomenti che invece sono drammatici.

Il capostipite della commedia all’italiana è I soliti ignoti (1958), pellicola sacra del cinema comico nostrano. Il film ha una gestazione particolare, nasce infatti come film di riserva de Le notti bianche di Luchino Visconti di cui avrebbe dovuto sfruttare i set cinematografici. Così non fu e il film venne girato nella periferia romana, in quei “casermoni” che molti capitolini conoscono bene.

Totò, Mastroianni, Gassman, Salvatori e Pisacane in “I soliti ignoti”

La genesi del film è complessa, già dal titolo. Le madame è un titolo che non piace alla critica, Rufùfù non piace a nessuno, O di riffe o di raffe viene bocciato, La commare e La banda del buco vengono considerati titoli poco attrattivi nei confronti del grande pubblico. Si giunge così al titolo definitivo: I soliti ignoti.

Io ho letto come pochi al mondo. Tutti i classici antichi e moderni. Ho sempre avuto una grande passione per Cervantes e i romanzi picareschi. Ma ho letto anche i francesi, gli inglesi, i russi, oltre a seguire la narrativa contemporanea. Soprattutto quando in Italia si cominciarono a scoprire gli americani: Faulkner, Steinbeck, Hemingway…

La commedia di Monicelli risente e “ruba”, come egli stesso dirà, dai grandi classici. Le letture del maestro lo portano a teorizzare un genere unico e definitivo capace di sintetizzare il senso intero dell’esistenza in un sorriso amaro.

La pellicola stravolge i vecchi canoni della risata, si compone di scene esilaranti che, in pochi istanti, sbattono in faccia allo spettatore la morte di uno dei protagonisti. Si tratta di un’autentica rivoluzione, una delle tante idee geniali di Monicelli. Assieme alla comparsa della morte in un film comico si fa largo l’uso di una colonna sonora jazz realizzata da Piero Umiliani ed ispirata ad un duo di trombettisti noto come J&J.

Con I soliti ignoti Monicelli pone le basi di uno dei suoi temi principali: l’amicizia dei protagonisti, tra il virile e l’infantile, che renderanno indimenticabili “L’Armata Brancaleone” e “Amici miei”.

La grande intuizione di Monicelli fu l’aver voluto Vittorio Gassman come protagonista del film. L’attore genovese aveva, fino a quel momento, interpretato esclusivamente ruoli drammatici. Per convincere la produzione, Monicelli accettò di scritturare l’esordiente Claudia Cardinale, Renato Salvatori e Marcello Mastroianni. In più, sempre per ottenere il consenso dei produttori, chiamò per un breve ma indimenticabile cameo Totò, nei panni di un vecchio scassinatore. L’idea di Monicelli fu straordinaria e Gassman, da quel momento, divenne uno dei colonnelli della commedia all’italiana.


 Il cameo di Totò ne “I soliti ignoti”

Il film fu un successo formidabile: incassò circa novecento milioni di lire con un totale di sei milioni di spettatori paganti. Fu distribuito in Spagna, Francia, Svezia, Portogallo, Regno Unito, Svizzera e Stati Uniti. La pellicola ebbe un sequel che il regista romano si rifiutò di girare. L’audace colpo dei soliti ignoti fu affidato a Nanni Loy che sostituì Marcello Mastroianni con Nino Manfredi.

In seguito, ci furono altri tre remake sebbene “non ufficiali”: Operazione San Gennaro (1966) di Dino Risi, Stanza 17-17 palazzo delle tasse ufficio imposte (1973) di Michele Lupo e La Banca di Monate di Francesco Massaro. E ancora, vi furono I soliti ignoti vent’anni dopo e i remake americani Crackers, con Sean Penn e Donald Sutherland, in cui si omaggia il maestro Monicelli dando ad un mafioso il suo nome – e Big Deal, presentata a Broadway da Bob Fosse.

Il maestro non perde tempo e l’anno successivo sfoggia un altro indimenticabile capolavoro: La grande guerra (1959). Ne inizia la lavorazione nei primi giorni del 1959, quando si ritrova tra le mani un soggetto di Luciano Vincenzoni che, a sua volta, aveva trovato ispirazione da I due amici di Guy de Maupassant. La sceneggiatura era debole ma Monicelli si era ormai innamorato dell’idea di raccontare la Grande Guerra sotto una luce diversa da quella dei fasti propagandistici del Ventennio. Insieme ad Age & Scarpelli ne riscriverà completamente la sceneggiatura arrivando a descrivere un primo conflitto mondiale per quello che, a suo dire, era stato realmente:

Una guerra infame, sbagliata, fatta da 80% di analfabeti, messi in trincea a combattere contro degli austriaci.

La ricostruzione poco patriottica fece inforcare le penne a molte grandi firme del giornalismo dell’epoca, ancor prima della distribuzione della pellicola nelle sale. Al più autorevole Paolo Monelli, che attaccò il film dalle colonne de La Stampa, seguirono commenti indignati anche da Il Mattino e Il Giorno. Il polverone arriverà fino in parlamento con il deputato del Movimento Sociale Italiano, Gianni Roberti.

A garantire l’uscita del lungometraggio fu il futuro sette volte Presidente del consiglio Giulio Andreotti. Il Divo Giulio, ex sottosegretario allo spettacolo, intervenne in favore di Monicelli dando il proprio beneplacito per l’inizio delle riprese.

Giulio Andreotti e Anna Magnani

Anche in questo caso Monicelli “rubò” prendendo ispirazione a piene mani dal romanzo Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu. L’autore del testo concesse gratuitamente i diritti al regista che si mise all’opera con Age & Scarpelli. Il risultato fu forse l’apice della scrittura dei tre che confezionarono con eleganza un ritratto ironico e, al contempo, spietato di una guerra sanguinosa. Ancora una volta la commedia si mescola alla tragedia lungo il filo rosso della morte che, stavolta, arriverà per entrambi i protagonisti. Il film fu girato quasi totalmente in Friuli-Venezia Giulia, ad eccezione della scena finale che fu filmata a Ladispoli. Durante le riprese, Dino De Laurentiis criticò Monicelli cercando di dissuaderlo a mostrare i soldati sporchi di fango, malconci e malridotti. Il regista, com’era prevedibile, andò avanti per la sua strada sostenendo che il pubblico avrebbe apprezzato quella rappresentazione più sincera degli eventi. La performance attoriale del duo Sordi – Gassman fu di altissimo livello e valse ad entrambi il David di Donatello come miglior attore protagonista. All’attore romano fu conferito anche il Nastro d’argento. Inoltre, il film fu nominato agli Oscar nella categoria “miglior film straniero” e fu presentato a Venezia.

Ci fu a Venezia, alla fine della proiezione, un applauso così lungo che lasciò esterrefatti gli attori, tutti quanti noi. Non pensavamo che il film avesse questo esito. Speravamo che andasse bene, ma non che avesse un esito talmente trionfale… che poi evidentemente costrinse la giuria a darlo ex aequo a quello di Rossellini…

Il successo di pubblico e di critica costrinse l’organizzazione del festival ad assegnargli il Leone d’oro ex aequo con Il generale della Rovere di Roberto Rossellini che era, invece, il vincitore designato.

La grande guerra, con oltre un miliardo e mezzo di lire, fu il secondo miglior incasso italiano dell’anno secondo solo a La dolce vita.

Alberto Sordi e Vittorio Gassman in “La grande guerra”

Con queste opere l’Italia e il mondo intero scoprono un regista di assoluto livello, considerato ormai da tutti un grande artista. Mario Monicelli è però un uomo riservato, allergico alle adulazioni, un uomo di cinema che si vede artigiano e non artista. Un mestierante e non un divo. Per questo non ha mai rinnegato il titolo di “maestro” ma si è sempre opposto a quello di “artista”. Addirittura, a suo dire, il cinema è un’arte minore perché:

gli manca l’impegno solitario: la difficoltà di stare da soli davanti alla pagina bianca, che è la cosa più drammatica ed estenuante che esista. Stare davanti alla pagina – o al pentagramma, o alla tela – da soli…

Il film successivo sarà Risate di Gioia (1960), il cui soggetto è tratto da due novelle di Alberto Moravia (Le risate di gioia e Ladri in chiesa). I protagonisti sono Totò e Anna Magnani, per la prima volta insieme sul grande schermo, dopo aver condiviso innumerevoli volte quello polveroso del teatro. Il film è un buon prodotto ma non avrà un grande successo di pubblico, incassando solo 206 milioni di lire. Le responsabilità del fallimento furono attribuite, in larga parte, ad Anna Magnani.

Quando si hanno molte star, ognuna vuol far vedere alle altre quanto è democratica e leale, nessuno fa capricci. Mi sono trovato benissimo: tra la de Sio, la Ulmann, la Deneuve, la Sandrelli, la Cenci, la Della Rovere, era una gara di complimenti, inchini, mai una rivalità, un pettegolezzo. I problemi nascono quando la diva o il divo sono soli: allora sono guai.

Totò, sebbene sia stato il più grande comico della storia d’Italia, non ha mai avuto atteggiamenti da “divo”. Al contrario, Annarella, ormai diva hollywoodiana, non accettava che dalle inquadrature potessero trasparire i segni del tempo. In più, proseguendo questa sua inedita vanità, insistette per indossare un’elegante e rifinita parrucca bionda che stonava con il personaggio povero che avrebbe interpretato. Sul set discuteva e, a volte, litigava con Monicelli.

aveva un’eccezionale personalità, ma come donna, non come attrice. Come attrice sapeva fare soltanto sé stessa, la Magnani. Appena uno le diceva di fare una cosa un po’ diversa non sapeva proprio farla.

A questo passo falso seguì il fallimentare progetto di creare una casa di distribuzione, la Film Cinque. Essa aveva come obiettivo la realizzazione di due film all’anno, uno diretto da Monicelli e l’altro da Lugi Comencini. In entrambe le produzioni il regista non impegnato nella direzione della pellicola ne avrebbe scritto la sceneggiatura assieme al tandem Age & Scarpelli. L’unico film prodotto sarà A cavallo della tigre che non avrà alcun successo.

Mario Monicelli, Anna Magnani e Totò in “Risate di gioia”

Nel 1962, Monicelli incontrò, nel ristorante romano “Da Otello”, Antonella Salerni, una mannequin che all’epoca lavorava per Roberto Capucci e altri sarti. La coppia, che si sposerà nel 1974 con rito civile, ebbe due figlie: Martina, nata il 7 aprile del 1966, a poche ora dalla prima de L’armata Brancaleone e Ottavia, nata nel 1974. In precedenza, tra la fine degli anni Quaranta e Cinquanta Monicelli era stato sposato con un’altra donna, Gabriella, di cui non si sa molto a causa dell’estrema riservatezza del regista:

Ho sempre e solo desiderato stare insieme alle donne che ho amato. Se le ho sposate, è stato perché ho pensato che si dovesse fare, ma senza troppa convinzione personale e con un fondo di ribellione. Così mi sono sposato una prima volta in chiesa. Poi ho divorziato e il secondo matrimonio è stato solo civile.

Negli anni ’60 è il turno del Monicelli “a episodi”. Girerà, infatti, quattro film a episodi come Boccaccio ’70 (1962), Alta infedeltà (1964), Le fate (1966), Capriccio all’italiana (1968) a cui seguirono negli anni ’70 Le coppie (1970), Signore e signori, buonanotte (1976) e I nuovi mostri (1977).

In Boccaccio ’70, film composto da quattro episodi girati da altrettanti registi, Monicelli ne dirige l’unico con attori poco conosciuti. Per questo motivo, il film venne presentato al festival di Cannes orfano dell’episodio del regista romano, mentre vennero mantenuti quelli di Rossellini, De Sica e Visconti.

Il matrimonio tra Mario Monicelli e Antonella Salerni, tra di loro la figlia Martina

Nel 1963 gira I Compagni. La pellicola è un’opera di denuncia sociale che fu – ed è tutt’oggi – trascurata. Il film si ambienta in una fabbrica torinese alla fine dell’Ottocento ed uscirà in Italia a pochi mesi dagli scontri di Torino del 1962. Per il soggetto del film Monicelli si lasciò ispirare da una passeggiata parigina in Place de la Bastille:

A Parigi, mentre attraversavo piazza della Bastiglia insieme al produttore Cristaldi, e riflettevo sul fatto che in quella piazza, in cui non restava alcuna traccia dell’antica fortezza, era cominciata una nuova fase storica perché un gruppo di disperati voleva ottenere il riconoscimento dei propri diritti, e fece una rivoluzione per ottenerli.

Ancora una volta la commedia del maestro si tingerà di sangue con la morte di uno dei più giovani operai della fabbrica, Omero, ucciso dalla cavalleria chiamata a sedare la rivolta. La prima commedia all’italiana “impegnata” non riscosse il successo che avrebbe meritato, forse per via del titolo troppo “di sinistra”, I Compagni, o forse perché gli argomenti e il modo in cui essi sono stati trattati avrebbero messo in ridicolo lo spettatore medio borghese dell’epoca. Venne anche discussa la scelta di Marcello Mastroianni come protagonista del film poiché, secondo i critici dell’epoca, inadatto al ruolo. La pellicola venne comunque nominata agli Oscar come miglior sceneggiatura originale.

Da questa obiezione nacque la successiva collaborazione tra Monicelli e Mastroianni: Casanova ’70 (1965). Il film, scritto con Suso Cecchi d’Amico e Age & Scarpelli, diede al pubblico un Mastroianni più vicino a quello de La dolce vita, facendo interpretare all’attore laziale il pappagallo italiano tanto caro oltreoceano.

Nel 1966 Monicelli confezionò un altro capolavoro tanto che il titolo del film è diventato una locuzione d’uso comune riconosciuta dai maggiori dizionari di lingua italiana, come il Treccani:

La locuzione sostantivale femminile armata Brancaleone sta a indicare, con intento scherzoso (ma anche, volendo, apertamente derisorio e dispregiativo) un qualsiasi gruppo di persone volenterosamente associate in una qualche impresa, attività, lavoro, missione, che mostra evidenti limiti di organizzazione ed efficienza. Insomma, si parla di una squadra raccogliticcia e male assortita. L’espressione riprende il titolo di un grande film comico di Mario Monicelli, L’armata Brancaleone (1966), nel quale si narrano le avventure, picaresche e grottesche, ambientate nel Medioevo, di un raffazzonato manipolo di briganti messo insieme dal millantatore e fraudolento Brancaleone da Norcia (Vittorio Gassman) allo scopo di prendere possesso di un feudo in terra pugliese.

L’Armata Brancaleone nacque come sfida alla concezione cavalleresca del medioevo che fu ridicolizzato e stigmatizzato in personaggi improbabili e una lingua parlata al limite del ridicolo, mescolanza del latino, del volgare, dei dialetti regionali e linguaggio del Ventennio. Il film balenò, per la prima volta, nella mente del regista quando egli vide Donne e soldati, opera mai distribuita di Luigi Malerba che racconta l’assedio medioevale di un borgo emiliano. Inoltre, come accaduto per Sergio Leone in “Per un pugno di dollari”, Monicelli fu influenzato da La sfida del samurai (1961) di Akira Kurosawa. Altri contagi saranno le opere letterarie di Miguel de Cervantes (Don Chisciotte della Mancia) e di Italo Calvino (Il cavaliere inesistente).

Una scena de “L’armata Brancaleone”

Il film viene in prima battuta osteggiato dai produttori che non credono al successo di un così sgangherato lungometraggio in costume. Per convincerli, Monicelli decise di rinunciare al suo compenso chiedendo soltanto una percentuale sugli incassi. Il risultato del film fu tale che successivamente nessun produttore commise più lo stesso errore con il regista romano. Per assicurarsi un buon successo di pubblico la produzione impose a Monicelli Gian Maria Volontè, reduce dai successi di western di Per un pugno di dollari e Per qualche dollaro in più. Monicelli non era convinto dalla compatibilità tra questi e Vittorio Gassman, protagonista designato del film. Ai due attori si aggiunsero anche Enrico Maria Salerno – che si presentò a casa di Monicelli recitando in falsetto per ottenere la parte – Carlo Piscane e Catherine Spaak.

Presi Volonté, la Spaak perché piacevano al pubblico.

L’opera ebbe un enorme successo in Italia e venne presentato fuori concorso a Cannes.

Quattro anni più tardi, Monicelli firmerà anche il seguito de L’Armata Brancaleone dal titolo Brancaleone alle crociate. Il film non ebbe lo stesso successo del precedente ma sono comunque da ammirare le interpretazioni di Vittorio Gassman e di un giovanissimo Gigi Proietti impegnato nella triplice veste dei personaggi di Morte, Pattume e San Colombino.

Sul set si dimostrò ancora una volta il polso del regista romano che arrivò a dare del “borghesuccio” ad un gigante del cinema italiano come Gassman, reo di essersi lamentato per il brutto tempo sul set delle riprese. E proseguì:

Come mai gli attori sono seppelliti fuori dai cimiteri quando il mondo era civile? Perché non avevano anima, non si sapeva chi era l’attore, qual era la sua indole, qual era la sua vera identità. Erano satanici, diabolici. Fuori dai cimiteri!


Il discorso di Brancaleone da Norcia alla sua “armata”

Del resto, Monicelli aveva un proprio modo di intendere la direzione di un film e piccole lamentele, anche innocenti, come quelle di Gassman non potevano essere tollerate:

Il regista è uno che deve comandare, imporre il suo punto di vista, soprattutto dimostrarsi sempre sicuro, dare l’impressione che sa tutto, che è cosciente di tutto, deve rispondere a tono sempre a tutti: sì o no, secco anche se non ne ha la più pallida idea. Basta che tutti credano che tiene la situazione in pugno e può essere anche uno stupido.

La carriera di Monicelli prosegue con un’altra grandissima intuizione: Maria Luisa Ceciarelli, da tutti conosciuta con il nome di Monica Vitti. Nota al grande pubblico per la sua collaborazione, in ruoli altamente drammatici, con Michelangelo Antonioni, fu reinventata regina della commedia dal regista romano.

Io ero ammiratore e amico di Antonioni. Che fosse così amato dalla critica mi andava bene, tanto io avevo il pubblico.

In La ragazza con la pistola (1968) l’attrice romana si cimenta nel ruolo inedito di una siciliana sedotta e abbandonata in cerca di vendetta. Ad interpretare il ruolo del seduttore in fuga ci sarebbe dovuto essere Adriano Celentano che, invece, accettò di recitare un ruolo in Serafino di Pietro Germi. Al suo posto venne scelto il napoletano Carlo Giuffrè. La celebre acconciatura della Vitti nel film fu un errore della truccatrice che le mise la parrucca al contrario. La stranezza piacque moltissimo a Monicelli che decise di tenerla per le riprese. Il film fu nominato agli Oscar del 1969 in qualità di miglior film straniero.

Tra La Ragazza con la pistola e Romanzo popolare vi furono i trascurabili Toh! È morta la nonna e La mortadella (1971), quest’ultimo segnò il debutto di Danny De Vito e Susan Sarandon sul grande schermo.

Mario Monicelli e Monica Vitti sul set de “La ragazza con la pistola”

In Romanzo popolare (1974) giganteggiarono le interpretazioni di Ornella Muti e Ugo Tognazzi. L’attore cremonese sarà protagonista di un’altra indimenticabile commedia firmata da Monicelli: Amici Miei.

Quest’ultima pellicola nasce da un’idea del regista Pietro Germi che avrebbe dovuto dirigerla. Germi però, fu costretto a chiedere all’amico Monicelli di girare l’opera in quanto egli, malato di cirrosi epatica, non sarebbe riuscito a portarla a termine. La profezia del regista genovese si rivelò esatta ed egli morì il 5 dicembre del 1974, primo giorno di riprese. Amici miei narra le goliardate di cinque amici appartenenti a diversi e rispettabilissimi ceti fiorentini. L’opera consacrò, ancora una volta, Monicelli e i suoi cinque scudieri nell’Olimpo della comicità italiana. Le zingarate di Ugo Tognazzi, Gastone Moschin, Philippe Noiret, Duilio Del Prete e Adolfo Celi quest’oggi fanno parte dell’immaginario collettivo, così come il termine “zingarate”, prima relegato al contesto fiorentino si è esteso in tutta Italia. Il film, il primo delle innumerevoli commedie toscane di successo, racconta le azioni di cinque cinquantenni annoiati che si divertono a prendersi beffe di molti concittadini, di rispettabili professionisti e dell’autorità costituita. Ancora una volta, in un film di Monicelli, la morte e la malattia sono presenti, ma vengono irrise e ironizzate. Gli scherzi crudeli e le battute taglienti non si placano nemmeno davanti alla morte di uno dei cinque che, prima di spirare, pronuncia la sua ultima supercazzora al prete che gli stava impartendo l’estrema unzione. D’altronde, come ebbe a dire Monicelli:

Senza crudeltà non si fa ridere.


Una raccolta delle “supercazzole” di Ugo Tognazzi in “Amici miei”

Il film ottenne un successo straordinario, fu il più grande incasso della stagione cinematografica con più di sette miliardi e mezzo di lire e quasi dieci milioni e mezzo di spettatori. Sette anni dopo Monicelli tornò a dirigere i cinque, ormai quattro, amici nel secondo atto della trilogia. In questa seconda pellicola Duilio Del Prete venne sostituito da Renzo Montagnani Il film uscì nelle sale nel 1982, risultando ancora un grandissimo successo con oltre tredici miliardi di lire d’incasso. Vi sarà anche un Amici Miei Atto III che Monicelli si rifiuterà di dirigere e che verrà realizzato da Nanni Loy nel 1985.

Amici miei (1975) rappresentò uno snodo importante del regista, anche per la vita personale, poiché conobbe una giovane studentessa fiorentina che lavorava sul set come comparsa. Chiara Rapaccini all’epoca aveva ventun anni, ben trentanove in meno del sessantenne Monicelli. Dall’unione nacque, nel 1988, Rosa, la terza figlia del maestro.

Egli, parlando della loro relazione, disse:

è facile per un vecchietto mettersi con una giovane. Chi è il vecchio che si rifiuta? Si, forse, quelli che hanno paura. Paura di essere lasciati soli.

De Luigi, Moschin, Noiret, Celi e Tognazzi in una scena de “Amici miei”

Al contempo Monicelli si era sposato soltanto un anno prima con Antonella e la loro relazione era già sull’orlo della crisi. Spesso la donna si trovò, rispondendo al telefono, a conversare con l’amante del marito. In un’occasione Antonella sentì il marito pronunciare la frase “non posso vivere un minuto senza di te”. Furibonda affrontò il maestro chiedendo a chi fosse rivolta quella frase e lui, calmo e serafico, rispose: “A Furio Scarpelli”.

Nel 1977 diresse Un borghese piccolo piccolo dal romanzo di Vincenzo Cerami con Alberto Sordi, chiamato al secondo ruolo drammatico della sua carriera.

Alberto Sordi era un autore, era qualcosa di più di un grande attore. Era credentissimo, credeva molto nel cattolicesimo e nell’aldilà ma non era un bigotto.

Monicelli non è più in grado di raccontare gli italiani e, per questo motivo, sceglie di portare sul grande schermo la parabola di un uomo suo coetaneo, i cui valori sono venuti meno.

Il film, candidato a Cannes, è l’unico esempio di incontro tra commedia all’italiana e il poliziottesco e diverrà terreno di scontro tra Monicelli e l’emergente Nanni Moretti.

I due registi furono intervistati da Alberto Arbasino nel programma televisivo di Raidue “Match”. Moretti criticherà Monicelli per essere un regista che ha inseguito il successo del pubblico, che ha “bloccato” nuovi autori emergenti e che “non ha educato il pubblico”. In ultima battuta criticherà aspramente il film tratto dal romanzo di Cerami dicendo che:

Un borghese piccolo piccolo non è un film cattivo, è un film molto ambiguo, secondo molti reazionario, anche secondo me… Il giustiziere della notte, Sordi che tortura uno, tutto il sangue…

Alberto Sordi in una scena de “Un borghese piccolo piccolo”

Verso la fine della puntata la stoccata arriva da Monicelli che perde le staffe e sbotta:

Adesso si sta parlando, da un anno, di un film che tu hai fatto (Io sono un autarchico) che nessuno o che pochissimi hanno visto. Hai avuto la fortuna che ne hanno parlato tutti, se ne è parlato in televisione: ma guarda che il tuo film è grazioso, niente di più. Invece si è creata questa cosa per cui tu adesso sei l’esponente della nouvelle vague italiana. Sei stato il press agent più straordinario che ci sia nella gioventù italiana da quarant’anni in giù, credimi. Che il film poi sia grazioso, siamo d’accordo: ma ti assicuro che è molto meno di quello che tu credi.

Monicelli verrà anche criticato per via dei suoi film “disimpegnati” e per non aver mai preso posizione durante uno dei periodi più bui e travagliati della storia repubblicana: gli anni di piombo.

A distanza di molti anni fu lui stesso a spiegare il motivo di questo suo silenzio:

Non sapevamo come raccontarlo (il terrorismo). E cosa raccontare. Ci mancava del tutto il rapporto con questi ragazzi e la loro realtà. Quelli della mia generazione sono sempre stati attivi. Io vado ai cortei ancora oggi, figuriamoci. Ma di loro non sapevamo niente. Chi erano, cosa pensavano, come parlavano.

Il successivo lavoro di Monicelli sarà la direzione di due episodi del film I nuovi mostri (1977), seguito del fortunato I mostri (1963) di Dino Risi. Il lungometraggio fu firmato da Ettore Scola, Mario Monicelli e Dino Risi. Monicelli scelse Alberto Sordi per l’episodio intitolato First Aid – Pronto soccorso in cui Albertone imita il principe romano Giovannelli e denuncia l’ipocrisia dei frequentatori dei salotti romani.

Il secondo episodio diretto da Monicelli, Autostoppista, mescola fantasia e cronaca. La trama racconta di un viaggiatore che incontra un’autostoppista e le offre un passaggio. La ragazza, in seguito, si scoprirà essere un’evasa pluriomicida e che, per questo, verrà uccisa dal viaggiatore spaventato dalla scoperta. L’episodio si dice esser stato ispirato dalla tragica morte del centrocampista della Lazio Luciano Re Cecconi.

Nel 1980 vi sarà spazio per uno dei pochi insuccessi del maestro: Temporale Rosy (1980). Monicelli aveva scommesso molto sulla pellicola, adattando la sceneggiatura con i soliti Age & Scarpelli e scegliendo un attore importante come Gérard Depardieu. Il film verrà bocciato al botteghino con grande dispiacere del maestro.

Nel 1981 Monicelli firma un altro capolavoro: Il marchese del Grillo. Nel film Alberto Sordi interpreta un nobile arrogante e sornione, esemplificativo della decadenza romana tardo ottocentesca. Una maschera perfida e scherzosa che deride e si prende gioco di tutti, anche del Papa.

Nel film si susseguono un serie di famosissime scene che vanno dal “mi dispiace ma io so’ io, e voi nun siete un c…”  – pronunciato da Sordi nei confronti della marmaglia di una bisca clandestina – fino a quella del povero ebanista ebreo Aronne Piperno, angariato dal marchese con paternalistico antisemitismo papalino. Il tutto, passando per il meraviglioso Don Bastiano, interpretato dal compianto Flavio Bucci. Il film verrà presentato a Cannes e varrà a Monicelli l’Orso d’argento al festival Berlino del 1982.


Il discorso e l’esecuzione di Don Bastiano (Flavio Bucci)

Dopo il successo de Il marchese del grillo Monicelli si cimenta, con scarsissimi risultati, in teatro. Sono di quegli anni le rappresentazioni di Rosa, Arsenico e vecchi merletti, Le relazioni pericolose e Una bomba in ambasciata che si riveleranno dei veri e propri fiaschi. Monicelli comparirà anche come attore in alcune pellicole Rue du Pied de Grue, Sono fotogenico, La vera vita di Antonio H., Nanà, Sotto il sole della toscana e Solo Metro.

Alberto Sordi ne “Il marchese del grillo”

Nel 1984 torna al cinema e gira Bertoldo, Bertolino e Cacasenno, in cui ripropone un’ambientazione medioevale ma il film non sarà indimenticabile.

Nel 1985 si cimenta sul piccolo schermo con Le due vite di Mattia Pascal (1985), un’opera che non impressiona né nella versione cinematografica né in quella televisiva.

L’ultimo grande successo al botteghino per Mario Monicelli fu Speriamo che sia femmina (1986) un racconto quasi tutto al femminile in cui gli uomini sono grottesche e ridicole caricature del sesso forte. Monicelli contraddice la sua opera mettendo in atto un film tutto al femminile e deridendo quel maschilismo che tanto aveva esaltato in Amici Miei.  Il film ebbe un ottimo riscontro, anche a livello internazionale, grazie alla nutrita presenza di eleganti attrici straniere come Catherine Deneuve e Liv Ullmann. La sceneggiatura porta la firma di Monicelli, assieme a quelle di Suso Cecchi d’Amico, Leo Benvenuti, Piero de Bernardi e Tullio Pinelli,  e vinse sia David di Donatello che il Nastro d’argento del 1986.

I picari (1987) è un’ottima pellicola in costume otterrà un buon successo senza raggiungere le vette di altri capolavori. Nel film figurano Enrico Montesano e Giancarlo Giannini come protagonisti con un ruolo minore per Nino Manfredi, alla sua prima ed unica esperienza sotto la guida del maestro Monicelli.

Il 19 aprile 1988 Monicelli stava svolgendo dei sopralluoghi nella zona di Bracciano. Con l’occasione si fermò da alcuni amici a cena, nella cittadina di Ceri. Poco dopo esser ripartito in macchina, perse il controllo della vettura e uscì di strada. I giornali raccontarono che Monicelli, sbandò per un centinaio di metri, finendo in una cunetta. Diversamente, la figlia Ottavia racconta nel libro Guai ai baci che il padre si schiantò contro un albero. Il bollettino medico fu disastroso. Monicelli si ruppe entrambi i femori, il bacino, alcune costole e gli avambracci. Fu portato all’ospedale di Bracciano e da lì trasportato al Gemelli di Roma. Il trasporto fu eseguito da un elicottero militare per volere espresso del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. In ospedale accorsero la compagna Chiara Rapaccini, la seconda moglie Antonella Salerni, la prima figlia Martina, l’amica Suso Cecchi d’Amico insieme alla figlia Silvia e Amanzio Todini, suo stretto collaboratore.

Mario Monicelli e Suso Cecci D’Amico

Rimase in rianimazione per un mese e, durante la degenza, scrisse un’ultima lettera all’ex moglie Antonella:

… del resto penso che non sarai costretta a vedermi ancora a lungo: non mi restano tanti anni da vivere. Scusami se continuo a non capirti, come faccio da decenni a causa del mio egocentrismo, ma credimi che ti voglio bene e non posso immaginare di vederti mai più. Lascia che ti abbracci, Mario.

Si rimise dietro la cinepresa nel 1990 con Il male oscuro, scritto con l’aiuto di Suso Cecchi d’Amico e Tonino Guerra. Il film non avrà grande successo.

Diversamente, Rossini! Rossini! (1991) segnò il ritorno in grande stile del regista settantaseienne. La pellicola racconta la vita del compositore Gioacchino Rossini che viene interpretato in gioventù da Sergio Castellitto e, successivamente, da Philippe Noiret. Per il ruolo minore, ma importante, di un impresario, Monicelli aveva pensato a Paolo Villaggio o a Marcello Mastroianni. Entrambi gli attori rifiutarono e il regista cercò di arruolare nelle sue fila un attore che aveva già provato a corteggiare ai tempi di Caro Michele: Giorgio Gaberščik, meglio conosciuto come Gaber.

Il Signor G accettò di girare la parte malgrado la sua celebre reticenza a lavorare per il mondo del cinema e della televisione:

Le poche trattative che ho avuto con la gente del cinema sono state volgari, solo i funzionari della Rai sono peggio, sotto il livello della dignità umana.

La performance di Gaber fu sorprendente, tanto che il genio milanese ricevette anche una candidatura al David di Donatello. Lo stesso Monicelli ne lodò l’interpretazione, offrendogli un ruolo anche in Parenti Serpenti che, immancabilmente, il Signor G rifiutò. Dopo la sua morte, di lui Monicelli disse:

Mi piaceva di Gaber il suo cinismo, ma in senso positivo, nel suo essere molto composto e asciutto. Sia nei movimenti che nel pensiero. La vera arte è quella di levare e Giorgio toglieva, era secco, senza fronzoli. Era un bravo attore”.

Il Signor G: Giorgio Gaber

Con Parenti serpenti (1991) Monicelli presentò al pubblico la sua personalissima versione dell’ambiente familiare che definì così:

Mi ha sempre ispirato pessimismo e mi pare proprio come l’ho descritta in Parenti Serpenti: una grande scuola di ipocrisia, in cui tutti fingono rispettando un rituale. Tra fratelli o fra genitori e figli ci si abbraccia, ci si bacia, ci si scambiano gli auguri senza che tutto questo corrisponda davvero a un autentico, profondo legame di amicizia.

Con Cari fottutissimi amici (1994) Monicelli veste da soldati Paolo Villaggio e Massimo Ceccherini spedendoli nella Seconda guerra mondiale. Il film ricevette una menzione speciale al Festival di Berlino del 1994. Il 1999 è l’anno della penultima pellicola di Monicelli: Panni sporchi.

Il nuovo millennio porta con sé la fine dei grandi protagonisti della commedia all’italiana. Monicelli dovette assistere alla morte di tanti amici che, insieme a lui, avevano reso grande il cinema italico. Tra loro vi furono Ugo Tognazzi che morirà nel sonno il 27 ottobre 1990, Federico Fellini nel 1993, Marcello Mastroianni nel 1996, nel 2000 scomparve Vittorio Gassman. Nel 2003 Alberto Sordi chiuse questo triste cerchio.

Rispose ironicamente a chi gli faceva notare, senza molto garbo, che fosse uno degli ultimi reduci di quel periodo storico:

Io non ho paura di morire perché non credo che morirò… può anche darsi, intendiamoci, perché tutto può avvenire, ma io credo che non morirò e quindi non so perché devo aver paura.

Negli ultimi anni di vita del Maestro traspare una certa malinconia al pensiero dei tempi andati e una grandissima disaffezione verso un Paese molto diverso da quello che aveva contribuito a rendere grande.

Quello che serve però non è un altro Sessantotto, che si è rivelato una mezza delusione. È servito soltanto a dare libertà sessuale alle donne: un bel passo, ma si poteva fare molto di più. Io pensavo che fosse l’inizio di un processo di cambiamento che, una volta liberatesi dell’oppressione familiare, le donne avrebbero dovuto diffondere nel mondo le loro idee”. La generazione successiva ha consegnato l’Italia, l’ha abbandonata al mercato, alla sopraffazione, all’ingiustizia, alle mafie.

E ancora:

Voi parlate sempre tutti quanti di classe politica. Ma non è la classe politica. È la classe dirigente ovvero i grandi dell’istruzione, della medicina, dell’editoria, i giornalisti, i padroni dei giornali. Quella va spazzata via. Perché è quella che ha portato l’Italia dove ci troviamo. Secondo me non basterebbe nemmeno la classe dirigente. È la generazione che è bacata, che è morta, che non ha più voglia di fare niente, che vuole solo cercare di divertirsi, non lavorare.

 

Sento il bisogno che cambi veramente la maniera di concepire la conduzione, l’amministrazione di una società. Che ci sia una comunanza di obiettivi, e che soprattutto le opportunità siano uguali per tutti. Che ci sia un’uguaglianza di partenza. Lei crede che c’abbia libertà un muratore in nero? Che se casca di sotto fanno finta che sia morto un giorno prima. Se dice una parola lo cacciano via. Pensate che sia libero e pensate di essere in uno stato democratico? E così viviamo ormai da due o tre generazioni. Sempre peggio. Sempre peggio.

 

Io spero che finisca con una rivoluzione che non c’è mai stata in Italia. C’è stata in Inghilterra, c’è stata in Francia, c’è stata in Russia, c’è stata in Germania, dappertutto meno che in Italia. Quindi ci vuole qualche cosa che riscatti veramente questo popolo che è sempre stato… schiavo di tutti e, quindi, se vuole riscattarsi… il riscatto non è una cosa semplice: è doloroso, esige anche dei sacrifici, sennò vada in malora, come già sta andando da tre generazioni.

Nel 2005, a novant’anni, Monicelli si trasferisce in un monolocale in via de’ Serpenti 29, al primo piano senza ascensore. Motivò questa sua scelta dicendo che:

L’amore delle donne, parenti, figli, mogli, amanti è molto pericoloso. La donna è infermiera nell’animo e, se ha vicino un vecchio, è sempre pronta a interpretare ogni suo desiderio, a correre a portargli tutto quello di cui ha bisogno. Così piano piano questo vecchio non fa più niente, rimane in poltrona e non si muove più e diventa un vecchio rincoglionito.

Un anno dopo decise di tornare un’ultima volta alla regia. Il risultato fu Le rose nel deserto (2006) con Michele Placido aiuto regista ad affiancarlo. Proprio sul set, a chi lo tormentava chiedendogli come stesse, rispose:

Alla mia età o si sta bene o si è morti.

Proprio la convivenza con Placido si fece complessa. L’aiuto regista firmò una clausola per cui avrebbe dovuto concludere il film nel caso in cui fosse accaduto qualcosa a Monicelli. Di risposta Monicelli gridava a Placido ogni qual volta se lo ritrovava davanti poiché la sua sola presenza gli rammentava la clausola. L’opera racconta la storia del terzo reparto della sezione Sanità nell’estate del 1940 in Libia. Monicelli dirigerà il film senza vedere praticamente più da entrambi gli occhi. Una sola brevissima scena fu affidata a Placido poiché il Maestro fu colto da dissenteria.

Dopo l’esperienza de Le rose nel deserto egli chiuse con la regia. Lo confidò in un’intervista ad Antonello Aglioti:

No no, basta, io non faccio più. Non mi va più, non c’ho più voglia e poi è anche l’ora di smettere. Sono responsabilità, io c’ho 93 anni, eh. Un ragazzo che deve cominciare a lavorare dice questo qui a 93 anni ancora che c’avrà da dire per fare un’altra volta un film mentre io non li posso fa’? Mi carica di responsabilità e io me ne guardo bene.

Monicelli sul set de “Le rose nel deserto”

In un’intervista del 2006, in merito alla sua futura morte e ai suoi funerali dichiarò:

Vorrei rivolgermi a Veltroni, che è un caro amico, una persona gentile, molto suscettibile e molto civile. Vorrei pregarlo di evitare quelle manifestazioni gigantesche come sono state fatte per Togliatti, Berlinguer oppure più modestamente per Fellini, Mastroianni e Sordi. Salme esposte al Campidoglio, a Cinecittà, con i carabinieri che regolavano il flusso. Vorrei che le cose fossero più regolari, modeste e divertenti, che qualcuno potesse far sorridere le persone senza la presenza di personaggi istituzionali. Ecco. Via le istituzioni dai funerali.

Nel 2010, anno della scomparsa del regista, muoiono anche Piero de Bernardi, Mario Garbuglia, Furio Scarpelli e, a luglio, l’amica e collega di una vita Suso Cecchi D’Amico:

Ho vissuto cinquant’anni con lei. Entravo e uscivo da casa sua con la naturalezza di chi ci vive. Eravamo come una famiglia. La sua scomparsa mi ha lasciato molto solo, ma dobbiamo piegarci al volere degli anni. Con Suso se ne va un pezzo importante di… una generazione straordinaria non solo nel cinema. Quelle menti rimisero in piedi l’Italia, inventando una nuova maniera di fare le cose, di produrre. Poi tutto fallì con il Sessantotto e con gli anni Settanta. Quella generazione era cresciuta su episodi drammatici come il fascismo e la guerra, ma non dovrebbe servire ogni volta una dittatura per garantire la rinascita di un paese.

Mario Monicelli non era credente:

Io non credo, non sono ateo anzi, credo ancora in Apollo, Marte, Venere la dea dell’amore, mi piace molto quel periodo meraviglioso in cui c’erano tutti questi dei, era una vita meravigliosa. Adesso con un dio solo, cattivo, che devi stare attento, ti deve punire, ci dobbiamo sempre raccomandare, salvaci salvaci da che me deve salvà? A me non me deve salvare da niente. M’ha messo al mondo, me c’ha messo lui al mondo e mo’ s’arrangi.

Il 29 novembre 2010 Mario Monicelli, malato da tempo di un cancro alla prostata, decise di non attendere la morte nel suo letto. Mario, che non era credente, optò ancora una volta per una scelta sofferta ma mai banale. La sera, dopo aver mangiato, attese che le infermiere lo lasciassero solo. Si alzò in piedi e percorse la stanza, fino alla finestra. Prese una sedia e vi salì, sganciò il fermo che le figlie avevano comprato e apposto proprio per evitare quell’ultimo gesto, e spalancò la finestra. Pose fine alla sua vita con un volo lungo cinque piani di ospedale.

Non aspetterò la mia morte in un letto d’ospedale, con i parenti che mi portano la minestrina.

La morte lo aveva sfiorato più volte, Mario l’aveva sfuggita e irrisa, rappresentata e sfidata con ironia nei suoi film. Ora che la morte lo aveva quasi raggiunto scelse di gettarsi tra le sue braccia, prendendola in contropiede.

Mario Monicelli nella sua casa in via dei Serpenti

Qualcuno è venuto con la faccia appesa e l’aria da condoglianze. Io non sono affatto triste della morte di Mario, lui ha addirittura scelto come morire e lo ha scelto in un modo che gli somigliasse, certo brusco e duro, ma schietto e spavaldo. Mario questo era, tutto doveva essere chiaro, silenzioso e di poche parole. Ho visto che quando si celebrano i morti si parla di sé stessi, e non voglio fare eccezione. Ricordo tante cene con Mario, nessuno di noi due parlava. Non mi piace manifestare ed esternare dei sentimenti, perché comunicare il sentimento secondo me lo attenua, con lui si stava anche senza parlare. Questo era il nostro rapporto che è durato oltre sessant’anni.
Ettore Scola