La Svezia continua a rappresentare un punto di riferimento per i liberal-progressisti europei e americani, un paradiso in terra compiuto in cui stato sociale, mentalità aperta, tolleranza e mobilità sociale avrebbero consentito di dar vita ad una delle società più avanzate del pianeta. È il paese in cui l’agenda domestica è monopolizzata alternativamente da tre tematiche: parità di genere, ambientalismo e integrazione degli immigrati non europei.

Le critiche che possono essere mosse al paese nei riguardi dei primi due argomenti sono relativamente poche, il divario salariale tra uomini e donne è sempre più ridotto e i lavoratori godono di ampie protezioni – ad esempio in tema di assegni per i figli e congedi parentali, che i paesi dell’Europa meridionale possono, per ora, guardare come fossero dei miraggi. Il paese è anche all’avanguardia per ciò che riguarda la tutela e la preservazione del patrimonio naturale e la lotta all’inquinamento ambientale; la questione è così sentita dall’opinione pubblica che probabilmente non è una coincidenza che l’icona ambientalista del momento, Greta Thunberg, sia proprio svedese.

Sull’ultimo punto, invece, sono molte le controversie che circondano l’operato inefficiente delle autorità e della classe politica svedesi. Nonostante il paese continui ad essere dipinto come un esempio di multiculturalismo funzionante, la realtà è che i flussi ininterrotti di immigrati, provenienti soprattutto dal Medio oriente e dall’Asia centrale, hanno creato una bomba sociale che è già esplosa.

Il silenzio mediatico è funzionale alla perpetuazione dell’ideologia multiculturalista, ma la situazione è, ormai, così grave che a parlarne, recentemente, è stato Hakan Samuelsson, durante un’intervista rilasciata al quotidiano SVD Naringsliv. Samuelsson è l’amministratore delegato della celebre casa automobilistica svedese Volvo, e ha espresso al giornale la sua preoccupazione per lo stato in cui versa il paese e per l’inerzia politica:

Decisamente non aiuta quando le persone leggono di sparatorie a Göteborg e si chiedono se veramente vale la pena trasferirsi qui […] Noi costruiamo automobili, non possiamo risolvere questo problema […] Il fatto è che si spostano i quartieri generali in paesi in cui le cose funzionano. Al momento, non siamo vicini ad una discussione del genere ma, sì, è qualcosa che potrebbe accadere in futuro.

Samuelsson si è lamentato del fatto che la violenza imperversante a Göteborg sta creando diversi problemi alla casa automobilistica, non soltanto in termini di sicurezza dei dipendenti ma nella stessa ricerca di nuovo personale. Secondo quanto dichiarato da lui, quando gli aspiranti candidati verrebbero a conoscenza del fatto che la sede di lavoro è in città declinerebbero l’offerta, e anche gli investitori stranieri avrebbero espresso malumori, ritenendo la città non più sicura per i loro capitali.

Hakan Samuelsson

Le dichiarazioni di Samuelsson hanno ovviamente suscitato clamore e l’uomo è stato accusato dal capo della polizia della contea di Göteborg, Erik Nord, di fare disinformazione e dipingere una realtà distorta attraverso notizie prese da Facebook e altre piattaforme sociali. Nord ha dichiarato che la criminalità è sotto controllo e la situazione in città non è diversa dal resto del paese. A smentire parzialmente la presa di posizione di Nord è stato, però, il primo ministro Stefan Loefven, secondo il quale:

Se la Volvo sta sperimentando certi problemi, allora è così. Stiamo investendo di più in istruzione. Stiamo addestrando il doppio degli agenti di polizia rispetto a prima.

È difficile capire cosa stia succedendo esattamente nel paese, le informazioni tradotte in lingua inglese scarseggiano e, dal 2005, le autorità hanno smesso di realizzare rapporti sulla criminalità su base etnica. È tuttavia vero che da alcuni anni, ossia da quando sono state aperte le porte all’immigrazione di massa proveniente dal Medio oriente, si sono verificati tre eventi: la proliferazione di enclavi etniche e delle cosiddette no-go zones, l’epidemia di crimini sessuali, l’esplosione di criminalità micro e macro.

Göteborg è stata particolarmente interessata da tutti e tre i fenomeni e, perciò, merita una lettura più approfondita per capire chi, fra Samuelsson e Nord, possiede la visione più realistica.

Innanzitutto è doveroso sottolineare che il termine no-go zones è di provenienza mediatica, in Svezia ci si riferisce ai quartieri più problematici come aree particolarmente vulnerabili”, “aree vulnerabili” e “aree a rischio”. A partire dal 2015, la polizia ha iniziato a pubblicare un rapporto annuale in cui illustra l’andamento di tali aree. Stando al rapporto più recente, pubblicato quest’anno, nel paese sono state segnalate 22 aree particolarmente vulnerabili, di cui 2 a Stoccolma e 3 a Malmö, ma è proprio Göteborg a guidare la classifica, avendone 5 – ossia quasi ¼ di quelle presenti in tutto il paese.

Alcuni fotogrammi della rivolta del 2017 di Rinkeby, il celebre quartiere-ghetto di Stoccolma

Ad un primo sguardo non sembrerebbe essere una situazione così grave, ma bisogna tenere in considerazione anche le dimensioni demografiche del paese: 9 milioni di abitanti, di cui circa 572mila a Göteborg. Per fare una comparazione: Göteborg è sostanzialmente più piccola e meno abitata di Torino, circa 900mila abitanti, ma ha una “densità criminale” estremamente maggiore, considerando che nel capoluogo piemontese l’unica area potenzialmente categorizzabile come particolarmente a rischio è solo una, Barriera di Milano, ma in cui mancano comunque le principali peculiarità che caratterizzano le no-go zones svedesi: alti tassi di stupri, guerre tra bande, forze dell’ordine impedite nello svolgimento delle mansioni o, peggio, timorose di rispondere a chiamate d’aiuto se provenienti da determinati indirizzi.

L’argomento stupri è tanto sensibile quanto controverso. Si suole tentare di confutare il mito di “Stoccolma capitale mondiale degli stupri” spiegando come nel paese rientrino nella stessa categoria della violenza sessuale anche le molestie e che, perciò, denunciare un abuso faccia automaticamente aumentare la quantità di denunce per stupro. Se anche fosse vero che nel paese non c’è tanto un problema di violenze sessuali, quanto di “semplici” molestie e abusi, ciò non confuta assolutamente la rappresentazione della Svezia quale paese insicuro per le donne.

Nel 2014 un rapporto dell’EU Agency for Fundamental Rights certificava come il 46% delle donne svedesi avesse sperimentato abusi sessuali di natura fisica e l’81% molestie di altro tipo. E, se è vero che mancano statistiche ufficiali sui tassi di criminalità per etnia, un recente studio dello Swedish National Council for Crime Prevention aiuta a far luce sui principali autori di crimini sessuali del paese: rispetto agli svedesi etnici, la tendenza allo stupro sarebbe maggiore fra i nordafricani di 23 volte, fra gli iraqeni di 20 volte, e fra i sub-sahariani di 16,5 volte.

Gli stessi media svedesi hanno iniziato ad indagare per capire se esista un nesso causale tra l’aumento degli immigrati e degli stupri, giungendo a risultati sconcertanti. Secondo un’inchiesta di Swedish Television più dell’80% dei predatori sessuali sarebbero di origine straniera – quando lo stupro è perpetrato da uno sconosciuto.

SVT, invece, per raggirare l’assenza di dati su base etnica nei database della polizia, ha direttamente guardato ai nomi dei condannati per stupri, e tentati stupri, scoprendo che nel periodo 2013-18 il 58% di essi era stato commesso da persone nate al di fuori dell’Unione Europea. Dal 2007 al 2017 il numero di stupri ogni 100mila abitanti è aumentato del 24%, toccando quota 73, e le statistiche confermano che si tratterebbe di una tendenza positiva destinata a crescere negli anni in assenza di contromisure.

Un aspetto inquietante è la possibile correlazione razzista degli stupri. Secondo un’inchiesta del giornale Expressen del marzo 2018, il fenomeno degli stupri di gruppo sembrerebbe coinvolgere in maniera spropositata bande di stranieri che scelgono appositamente donne svedesi, preferibilmente molto giovani. Su 43 persone condannate nel periodo 2016-18 perché appartenenti a bande di stupratori, 40 erano nate all’estero o nate in Svezia da genitori stranieri; 15 anni, invece, l’età media delle vittime, rigorosamente svedesi etniche.

Tornando a Göteborg, è difficile sostenere che la città non stia sperimentando serie problematiche di criminalità, soprattutto organizzata. È da almeno dieci anni che la città è scossa da una guerra tra bande africane e medio-orientali per il controllo di traffici illeciti, soprattutto di stupefacenti, che semina decine di vittime, tra morti e feriti, ogni anno. Nel 2015 ebbe risonanza mediatica nazionale la sparatoria all’interno di un pub, che lasciò a terra 2 morti e 10 feriti, avvenuta proprio nel contesto di tale guerra e primo caso in assoluto nella storia del paese di privati cittadini estranei ad affari criminosi uccisi in violenze gangsteristiche.

Sempre a Göteborg, nello stesso anno e per lo stesso movente, un’autobomba uccideva quattro persone, inclusa una bambina di quattro anni. Autobombe, incendi dolosi, esplosioni, attentati dinamitardi, sono diventati la normalità negli anni della guerra tra bande di cui non si parla. A Malmö, un’altra città pesantemente colpita dall’ondata di criminalità organizzata di importazione, nel 2014 erano stati registrati solo 25 casi di attacchi con esplosivi, l’anno seguente, nel solo mese di agosto, più di 30.

La chiusura di un centro culturale islamico a Herrgården, un quartiere multietnico di Malmö, ha innescato una pesante guerriglia urbana, descritta dalla polizia svedese come la prima, seria rivolta di giovani immigrati nel paese nel 21esimo secolo.

E per i potenziali detrattori alla ricerca di dati più recenti, un’inchiesta del The Economist passata inosservata ha evidenziato come i morti in sparatorie siano aumentati dai 17 del 2011 ai 41 del 2017, anno durante il quale sono stati registrati più di 300 scontri a fuoco, per un totale di oltre 100 feriti. 

Negli anni la guerra si è estesa nel vicinato scandinavo, anche perché le leggi sulla naturalizzazione hanno permesso a migliaia di stranieri di ottenere cittadinanza svedese e danese, mentre il sistema Schengen ha liberalizzato i movimenti. E, proprio la Danimarca, è stata colta di sorpresa, scoprendosi patria acquisita di numerosi criminali di alto profilo che infestano Norvegia, Svezia, Finlandia, mentre è a sua volta diventata luogo di scontro degli stessi. Ad esempio, a giugno, due svedesi, conosciuti alle autorità perché segnalati come membri di bande a Stoccolma, sono stati uccisi a Copenaghen durante un agguato.

Tutti questi eventi stanno accadendo sullo sfondo delle periodiche rivolte etniche nelle aree vulnerabili, e di episodi criminosi ormai divenuti parte integrante della quotidiana normalità delle grandi città, come il fenomeno dei roghi dolosi di automobili.

È chiaro che per capire cosa stia realmente succedendo nel paese sarebbe necessaria una ricerca sul campo, ma i numeri descrivono una realtà per nulla rassicurante che polizia e politici vorrebbero nascondere, per continuare a propagandare l’idea della Svezia quale Eden d’Europa. Ma se la stessa Volvo, che rappresenta uno dei motori principali dell’economia del paese, ha iniziato a pensare al trasloco in porti sicuri, significa che la situazione è ancora più grave di quanto i numeri descrivano.