“E Dio li benedì e disse loro: ‘Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra, soggiogatela e abbiate potere sui pesci del mare, sui volatili del cielo e su ogni animale che striscia sopra la terra” Genesi 1, 28

 

L’antropocentrismo (dal greco anthropos, “uomo”, kentron, “centro”), è la tendenza che considera l’essere umano come centrale nel Cosmo. Conseguenzialmente alla centralità attribuita a se stessa, l’umanità si è arrecata il diritto di soggiogare le altre specie viventi e la Natura nel suo insieme. Si può osservare, a grandi linee, come l’orientamento antropocentrico sia caratteristico delle società occidentali. La cultura giudaico-cristiana, come testimoniano diversi passi dell’Antico Testamento, ne è un chiaro esempio. Al contrario, le popolazioni pagane, le civiltà tradizionali e le religioni o filosofie orientali sono caratterizzate da una visione eco-centrica, dove l’uomo è solamente una parte di un grande Tutto. Oggi, nel secolo della globalizzazione e del capitalismo planetario, questa distinzione sta scomparendo: le differenti culture si stanno sempre più omologando al modello dominante, ovvero quello occidentale di stampo neo-liberista. Ecco, allora, che le multinazionali si diffondono in tutto il mondo e che le persone divengono macchine da produzione e consumo, generando un’incredibile serie di ingiustizie verso la loro stessa specie ed il “proprio” habitat. Ma le vittime di questo sistema, di certo, non sono limitate all’umanità. La Terra e tutti i suoi abitanti non umani soffrono costantemente a causa dell’attività umana. Per loro, noi siamo divenuti un cancro.

Nel 2010 è stato calcolato, da un report del dipartimento per l’agricoltura degli Stati Uniti, che annualmente nel mondo vengono uccisi circa 70 miliardi di animali non umani di terra per scopi alimentari, mentre quello degli animali marini è praticamente incalcolabile, anche se sicuramente maggiore. Nel corso degli anni, le statistiche sono in continuo aggiornamento, ma il numero delle vittime, invece di diminuire, aumenta sempre più. Oltre all’alimentazione, l’uomo schiavizza e mercifica animali in altri numerosi campi, quali: la sperimentazione (medica e non), il divertimento (circhi e zoo) e l’abbigliamento (pellicce, piumini d’oca, cuoio). E, ancora, bisogna considerare tutti quegli esseri che non hanno più una “casa” a causa delle attività umane (come gli oranghi a seguito della produzione di olio di palma). Di fatto, quello che la nostra specie quotidianamente compie verso gli animali è un massacro istituzionalizzato. Non pensiamo mai “cosa”, o per meglio dire “chi”, mangiamo, indossiamo o utilizziamo in un altro modo a nostro piacimento. Tutto scorre nella passività generale e nella sicurezza della nostra presunta esclusività nell’Universo. Ma come si è potuti arrivare a tutto ciò?

La concezione espressa nel primo capitolo della Genesi non è certamente l’unica visione antropocentrica dell’antichità. In antitesi ad alcune tradizioni Classiche, come l’orfismo e la scuola pitagorica, prettamente vegetariane ed al suo maestro Platone, caratterizzato, come è evidente nelle Leggi, da una visione cosmo-centrica, la supremazia dell’uomo sul resto dell’universo emerge in maniera lampante in Aristotele, il quale si esprimeva così nella Politica: “le piante sono fatte per gli animali e gli animali per l’uomo”. Nel corso del tempo, questo pensiero venne rielaborato da alcune correnti (tra cui lo stoicismo) e criticato da altre (neo-platonismo). In generale, però, nella Grecia Classica non si assiste ad uno strapotere netto di una teoria sull’altra. Le cose cambiano, in maniera radicale, con l’arrivo del Cristianesimo ed ancor più quando, nella sua gigantesca Summa Theologiae, San Tommaso D’Aquino riconcilia la conoscenza teologica cristiana con la saggezza secolare dei filosofi, o per meglio dire di quello che lui stesso chiama “il Filosofo”, ovvero Aristotele. Così l’Aquinate: “Nessuno pecca per il fatto che si serve di un essere per lo scopo per cui è stato creato. Ora, nella gerarchia degli esseri quelli meno perfetti sono fatti per quelli più perfetti…”. Tuttavia, anche se solamente per evitare la crudeltà verso gli uomini, una tesi, questa, ripresa più volte in futuro (in particolare da Kant), Tommaso considera sbagliato infliggere sofferenza agli animali. Da lì a poco non sarà lecito sostenere nemmeno più questo. La fiamma empatica di Michel Montaigne, accanito lettore di Plutarco, venne infatti immediatamente spenta dal razionalismo meccanicista di Cartesio. Nella filosofia cartesiana, espressa nel Discorso sul metodo del 1637, gli animali non umani non sono esseri senzienti, ma semplici macchine, incapaci di provare qualsiasi emozione e sentimento. Sono strumenti inermi nella mani dell’uomo, automi privi di piaceri e dolori: ogni cosa fatta loro è conseguenzialmente giustificabile. Accettare le tesi cartesiane, avrebbe portato alla creazione di un vero e proprio inferno per gli animali. E così è stato.

Il risultato pratico di questo esito, unito alla produzione capitalistica sempre più globale, è riassumibile in un pensiero di un allevatore su una rivista specializzata nel 1962, riportata nel libro Animal Machines di Ruth Harrison: “Attualmente la gallina ovaiola è, dopo tutto, solo una macchina convertitrice molto efficiente, che trasforma le materie prime – le sostanze nutritive – nel prodotto finito – l’uovo – scontando ovviamente i costi di manutenzione”. L’animale è, per Cartesio come per gli allevatori, una macchina. Negli allevamenti intensivi odierni gli animali non vengono considerati come esseri viventi, ma come ingranaggi. Nascono per morire, senza di fatto aver mai vissuto. Ma se questo è vero per gli allevamenti, allora è vero per la società intera. Gli animali non verrebbero uccisi se non ci fosse richiesta, o perlomeno se non ci fosse una richiesta così tanto alta, che porta un americano medio a consumare circa 80 kg di carne all’anno. Il dibattito intensificatosi a partire da Cartesio è incredibilmente vasto. Tuttavia, purtroppo per gli animali e per la Terra, a dominare oggi è una visione prettamente antropocentrica della realtà.                                 

Max Horkheimer, negli anni ’30 del novecento, ha descritto la struttura della società come un enorme grattacielo, dove nei piani più alti vi sono i grandi magnati dei poteri capitalistici, poi i magnati minori ed i grandi proprietari terrieri, sotto ancora le masse dei liberi professionisti e della manovalanza politica, gli artigiani, i contadini, i poveri, i malati, i popoli colonizzati, le popolazioni più povere al mondo e poi: “Sotto gli ambiti in cui crepano a milioni i coolie della terra, andrebbe poi rappresentata l’indescrivibile, inimmaginabile sofferenza degli animali, l’inferno animale nella società umana, il sudore, il sangue, la disperazione degli animali. Questo edificio, la cui cantina è un mattatoio e il cui tetto è una cattedrale, dalle finestre dei piani superiori assicura effettivamente una bella vista sul cielo stellato.”                                                                                  

Vedranno mai gli animali il cielo stellato?