Sede del reame di Sicilia è la città più bella dell’isola; i Musulmani la chiamano al-Madinah ed i Cristiani Palermo.[…] Questo Re possiede palazzi eccelsi, giardini ameni, specialmente nella capitale del Regno, la detta al-Madinah. In Messina ha un palazzo bianco come una colomba, il quale domina la costa del mare. Tiene a suo servizio molti paggi ed ancelle, e non v’ha reame nella cristianità dove il Re meni vita più molle, più deliziosa e più comoda di lui. (Ibn Gubayr, “Viaggio in Ispagna, Sicilia, Siria e Palestina, Mesopotamia, Arabia, Egitto”, trad. it., Roma 1906, p. 322)

Le parole di Ibn Gubayr offrono all’ignaro lettore un quadro altamente significativo e simbolicamente pregnante di ciò che doveva essere Palermo e la Sicilia al termine del XII secolo. Il poeta viaggiatore andaluso condensa nel suo diario di viaggio (Riḥla) emozioni e sensazioni che la vista di quei luoghi e di quella città suscitavano nell’animo dei musulmani, dominatori incontrastati dell’isola sino a qualche decennio prima. Non stupisce, quindi, se sarà ancora un seguace di Muḥammad, ma questa volta siciliano, nativo di Siracusa, a regalarci alcuni tra i più bei versi dedicati alla compianta patria, da cui fu costretto a fuggire a causa dell’invasione normanna.

Custodisca Iddio una casa di Noto e fluiscano su di lei le rigonfie nuvole!

Con nostalgia filiale anelo alla patria, verso cui mi attirano le dimore delle belle sue donne.

E chi ha lasciato l’anima a vestigio di una dimora, a quella brama col corpo fare ritorno… […]

Io anelo alla mia terra, nella cui polvere si son consumate le membra e le ossa dei miei avi. […]

(Ibn Hamdis, “Custodisca Iddio”)

L’immagine e il ruolo di Palermo quale capitale politica e morale di una civiltà lussureggiante e poliedrica, intersezione luminosa di estri e culture differenti, destinata a spiegare la sua esistenza per più di 700 anni, traeva la sua più vigorosa e scintillante consacrazione da ciò che accadde la notte del 25 dicembre 1130. Nella notte di Natale, nella cattedrale dedicata all’Assunta, Ruggero II d’Altavilla, detto anche “il normanno”, viene solennemente incoronato re di Sicilia dalle mani di papa (antipapa) Anacleto II e confermato, nove anni dopo, da papa Innocenzo II con il trattato di Mignano.

Ruggero di Sicilia incoronato da Cristo (Chiesa della Martorana, Palermo)

Palermo, nel 1860, è la capitale storica del Regno delle Due Sicilie, i cui confini sono rimasti pressoché immutati da quel 25 dicembre 1130. La civiltà latina si racchiude entro le due capitali del mediterraneo: Napoli e Palermo. Da un anno, a Napoli, è asceso al trono Francesco II, succeduto al padre Ferdinando II. Le glorie del regno, la vetustà dei suoi ornamenti, il vigore politico e sociale permangono intatte ma è ben percepibile la sensazione che una patina sempre più ampia vada avvolgendo il presente, divorando speranze e flebili aspettative che si infrangono dinanzi al passato, il quale con l’andar del tempo resta la sola e unica garanzia di grandezza.

A pochi chilometri da Palermo, intanto, nella residenza di don Fabrizio Corbera, Principe di Salina, duca di Querceta, marchese di Donnafugata, la recita del Santo Rosario quotidiano scandisce le giornate, dando il ritmo alle stagioni. Divinità olimpiche, simbologie sacre, santi protettori e quadri delle Vergini avvolgono pareti, sormontano soffitti, incidono anelli. Esse, con la loro presenza sfarzosa ma silente, testimoniano l’origine divina di ogni grande impresa. Metafore di grandezza, avvolgono d’un medesimo spirito, destino, l’origine del Regno così come quello di Casa Salina.

Ogni principio è gramo

sulla terrestre palla,

nasce dal fango Adamo,

dal bruco la farfalla,[…]

Tu sola o di Salina

Inclita stirpe amata,

nasci quasi divina

di luce coronata!

(“Il Gattopardo”, Feltrinelli, Roma 2006, pp. 292-293)

Don Fabrizio fa parte di una delle famiglie più nobili della Sicilia e dell’intero Regno. Il suo contegno esteriormente stoico e moralmente poco flessibile, però, mal si adatta alla controparte passionale del suo cuore, a cui dona una discreta dose di ipocrisia e cinismo, che tuttavia non scalfiscono la sua irriducibile alterità dinanzi a un tempo e a un’epoca di cui egli non sente di essere parte. La postura aristocratica unita al disincanto totale verso il mondo circostante lo rende, viceversa, particolarmente sensibile allo studio dell’universo e dello spirito umano. “Il problema vero, l’unico – ammette – è quello di poter continuare a vivere questa vita dello spirito nei suoi momenti più astratti, più simili alla morte”.

Il principe Salina recita con vitrea raffinatezza un ruolo fuori dal tempo, quasi disincarnato. Egli rappresenta l’ultima scintilla classica nel mare della modernità. L’ultimo custode dell’otium senechiano, avversario implacabile del negotium borghese, arte nella quale gli uomini mediocri del suo tempo, esponenti del ceto liberale in ascesa, sono maestri

Entrò don Ciccio Ferrara, il contabile. Era un ometto asciutto che nascondeva l’anima illusa e rapace di un liberale dietro occhiali rassicuranti e cravattini immacolati. […] Era irritato […] contro la stupidaggine di Ferrara nel quale aveva ad un tratto identificato una delle classi che sarebbero divenute dirigenti. […]

 

Poco dopo venne Russo il soprastante […]. Svelto, ravvolto non senza eleganza nella «bunaca» di velluto rigato, con gli occhi avidi sotto una fronte senza rimorsi, era per lui la perfetta espressione di un ceto in ascesa.

Con sguardo ironico, all’ombra dei suoi feudi luminosi, svuotati del prestigio di un tempo, egli osserva con commiserazione gli eventi, negando ad essi e ai suoi maggior interpreti dignità di riuscita. Da cultore dell’uomo, egli sa meglio di chiunque altro che il cuore di questi è affollato e sovraeccitato da passioni subitanee, speranze mal riposte dietro cui si celano desideri infimi, piccoli, oscuri.

[…] avremo la libertà, la sicurezza, tasse più leggere, le facilità, il commercio. Tutti staremo meglio: i preti solo ci perderanno. Il Signore protegge i poveretti come me, non loro.

 

Tutto sarà meglio, mi creda, Eccellenza. Gli uomini onesti e abili potranno farsi avanti.

 

Questa gente questi liberalucoli di campagna volevano soltanto avere il modo di approfittare più facilmente. Punto e basta.

Nonostante ciò il principe Salina non è rimasto immune dalla malattia del secolo, dal filosofare grigio e melanconico che, innestato su di un dato temperamento, produce opacità, livore, espresso in un pessimismo senza via d’uscita, che mette al bando interrogativi e lascia inevasi tormenti di coscienza. Egli finisce così con l’assecondare, seppur a malincuore, il corso della storia. Questa però, a dispetto della sicumera con la quale egli pensa di cavalcarla, finisce invece col gettarlo continuamente in terra.

In Tancredi Falconeri, il nipote, troviamo espressa la dissonanza di spessore, di stile, che tuttavia maschera ma non nasconde un’assonanza di fondo, un temperamento cinico che nel giovane ambizioso e a corto di danaro raggiunge l’apice. Sua è la celebre frase, ingiustamente affibbiata al “gattopardo” don Fabrizio: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.

Il giovane Tancredi è rimasto orfano appena quattordicenne, ma dal romanzo emerge che egli è anzitutto orfano di “memoria storica”, che è la vera chiave di lettura dell’opera di Tomasi di Lampedusa. Don Fabrizio, pochi istanti prima di morire, con al capezzale tutta la famiglia, guardandosi attorno constata amaramente tra sé e sé:

Era inutile sforzarsi a credere il contrario, l’ultimo Salina era lui, il gigante sparuto che adesso agonizzava sul balcone di un albergo. Perché il significato di un casato nobile è tutto nelle tradizioni, nei ricordi vitali; e lui era l’ultimo a possedere dei ricordi inconsueti, distinti da quelli delle altre famiglie.

Il conservatorismo di cui Tancredi pare essere alfiere (“Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica”) in realtà ha il colore opaco del compromesso, la veste sdrucita di colui che non esita a scendere a patti con chi ha intenzione di distruggere tradizioni e memoria al fine di poter bricconamente operare una repentina sostituzione di ceti, agitando la raffazzonata bandiera della libertà dal “re tiranno” e della difesa dei poveri dall’oppressione dei “signori” e dei “preti”. Uniche e sole istituzioni (la nobiltà e il clero) che, al contrario, avevano altrettanti oneri almeno quanto fossero gli onori. “L’abolizione dei diritti feudali – ricorda in proposito Tomasi di Lampedusa – aveva decapitato gli obblighi insieme ai privilegi […]”.

Non a caso è proprio uno dei meno privilegiati, l’umile e modesto don Ciccio Tumeo, il cui onore e orgoglio è tutto nell’essere “organista di Santa Madre Chiesa” del piccolo feudo di Donnafugata, a essere scioccato dalla notizia delle nozze fra il nobile Tancredi e Angelica Sedara, appariscente e altrettanto ambiziosa figlia di don Calogero, sindaco di Donnafugata nonché emblema della borghesia rapace e affaristica in ascesa – tanto che appena giunto nel suo feudo, nel maggio del 1860, don Fabrizio è informato dal suo fido amministratore locale, don Onofrio Rotolo, del fatto che “le rendite di don Calogero eguaglieranno fra poco quelle di Vostra Eccellenza qui a Donnafugata”.

Don Calogero aveva visto accresciuta la propria ricchezza insieme alla propria influenza politica, al punto da essere sicuro di venire eletto deputato del Regno non appena si sarebbero svolte le prime elezioni nazionali. Da capo dei liberali a grande possidente terriero, il passo fu breve, al punto che già diverse famiglie benestanti delle zone limitrofe erano state costrette a chiedergli prestiti per il rapido mutamento sociale e politico che stava vivendo la Sicilia in quei mesi. Mancava lui soltanto una cosa, una di quelle che probabilmente più contano, specialmente in Sicilia: l’entrata ufficiale in società, per mezzo di una famiglia principesca, di origine secolare, come quella dei Salina.

(Il Gattopardo, celebre film di Luchino Visconti)

Quando giunge l’occasione propizia, tuttavia, la venuta di don Calogero non manca di suscitare un certo imbarazzo e un’aperta ilarità nel palazzo dei Corbera. Le sue origini sociali e il carattere cialtronesco finiranno infatti con lo svettare come un medagliere su di un frac, per giunta tagliato male. Le considerazioni che in quegli istanti toccarono don Fabrizio meritano di essere rilette nella splendida descrizione che offre Tomasi di Lampedusa.

Francesco Paolo, il sedicenne figliolo, fece nel salotto una irruzione scandalosa: “Papà, don Calogero sta salendo le scale. È in frac! […] Non rise invece il Principe al quale, è lecito dirlo, la notizia fece un effetto maggiore del bollettino dello sbarco a Marsala. […] Adesso, sensibile come egli era, ai presagi e ai simboli, contemplava la Rivoluzione stessa in quel cravattino bianco e in quelle due code nere che salivano le scale di casa sua.[…] Il suo sconforto fu grande e durava ancora mentre meccanicamente si avanzava verso la porta per ricevere l’ospite. Quando lo vide, però, le sue pene furono alquanto alleviate. Perfettamente adeguato quale manifestazione politica, si poteva però affermare che, come riuscita sartoriale, il frac di don Calogero era una catastrofe.

Nonostante ciò la consacrazione di don Calogero, avvenuta nella residenza dei Salina, a Donnafugata, ebbe uno di quegli esiti mai intravisti, perfino temuti ma in un certo senso anche sperati. A differenza delle sconvenienze e dei modi ineleganti del padre, infatti, la vista della figlia Angelica lascia completamente attoniti i presenti, concentrando su di sé sorpresa e abbaglio. Bellezza, “forza invincibile”, incedere sicuro e possente sono le caratteristiche che ella emana quando si reca con cortesia a fare gli onori di casa alla principessa Maria Stella, moglie di don Fabrizio. La maestria di Tomasi di Lampedusa non manca di far notare una caratteristica, di cui gli ignari lettori avranno maggiore contezza solamente qualche pagina dopo, allorquando al termine della cena ella si renderà protagonista di una crassa risata che ammutolisce la tavolata, epifania trionfante di origini ben celate ma sempre vive sotto la corazza di bon ton. Scrive Tomasi di Lampedusa:

Sotto l’impeto della sua bellezza gli uomini rimasero incapaci di notare, analizzandoli, i non pochi difetti che questa bellezza aveva; molte dovevano essere le persone che di questo lavorio critico non furono capaci mai.

La Bellezza (pulchrum), insegna la filosofia scolastica medievale, è uno degli attributi trascendentali di Dio, assieme alla Bontà (bonum) e alla Verità (verum). Essi sono riversibili l’uno sull’altro, di modo che ciò – per esempio – che è “buono” deve necessariamente essere anche “vero” e ciò che è vero non può che essere anche “bello”.

Il professore brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira affermava che, dal completo disconoscimento della funzione della bellezza, deriva “uno dei peccati capitali del secolo XX” e sicuramente, possiamo dire, dei secoli che lo hanno anticipato, secondo un cammino che lentamente andava facendosi sempre più ripido. Il professore continuava la sua riflessione, osservando che: “[…] Ne deriva che le culture laiche sono fondamentalmente grossolane, perché tendono soltanto al pratico”.

Don Calogero Sedara è la manifestazione visibile di tale spirito; di una nuova epoca che non conosce il bello e non sa che farsene della bellezza poiché essa è poco “utile”. Significative sono le frasi che il sindaco di Donnafugata rivolge al principe durante il gran ballo organizzato nella residenza della nobile famiglia dei Ponteleone. Ammirando la sala, gli ornamenti, gli arazzi egli afferma: “Bello, principe, bello! Cose così non se ne fanno più adesso, al prezzo attuale dell’oro zecchino!” E Tomasi commenta: “Sedara si era posto vicino a lui, i suoi occhietti svegli percorrevano l’ambiente, insensibili alla grazia, attenti al valore monetario”. Una pagina dopo, mentre l’autore e il suo alter ego, il principe di Salina, percepiscono tutta la loro estraneità a quella buona società che, al pari della monarchia borbonica, aveva “i segni della morte sul volto”, a un tratto “si accorse che don Calogero parlava con Giovanni Finale del possibile rialzo del prezzo dei caciocavalli…”.

D’altra parte, sbaglia altrettanto chi di primo acchitto pensi che la bellezza sia un’astrazione per pochi, monopolio di una data classe sociale. Essa, al contrario, è connaturata all’animo umano. Benedetto XVI ebbe a dire che:

Una ragione che in qualche modo volesse spogliarsi della bellezza, sarebbe dimezzata, sarebbe una ragione accecata […] Se guardo questa bella cattedrale: è un annuncio vivente! Essa stessa ci parla e, partendo dalla bellezza della cattedrale, riusciamo ad annunciare visivamente Dio, Cristo e tutti i Suoi misteri […]. Abbiamo appena ascoltato l’organo in tutto il suo splendore e io penso che la grande musica nata nella Chiesa sia un rendere udibile e percepibile la verità della nostra fede […] Questo, penso, è in qualche modo la prova della verità del cristianesimo: cuore e ragione s’incontrano, bellezza e verità si toccano.
(“Insegnamenti di Benedetto XVI”, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2009, vol. IV, t. II, pp. 117-119)

Alla luce di quanto appena letto, appaiono molto più chiare le parole che l’organista don Ciccio Tumeo rivolge al principe di Salina, durante la partita di caccia, pochi giorni dopo le votazioni truffaldine che si erano svolte in Comune e in cui si chiedeva alla popolazione di ratificare l’avvenuta annessione al Regno d’Italia.

Io, Eccellenza, avevo votato «no» – esclamava con enfasi don Ciccio – «No», cento volte «no». Ricordavo quello che mi avevate detto: la necessità, l’inutilità, l’unità, l’opportunità. Avete ragione voi, ma io di politica non me ne sento. Lascio queste cose agli altri. Ma Ciccio Tumeo è un galantuomo, povero e miserabile, coi calzoni sfondati […] e il beneficio ricevuto non lo aveva dimenticato; e quei porci in Municipio s’inghiottono la mia opinione, la masticano e poi la cacano via trasformata come vogliono loro.[…] Per una volta che potevo dire quello che pensavo quel succhiasangue di Sedara mi annulla, fa come se non fossi mai esistito[…].

Udendo le parole di don Ciccio Tumeo, don Fabrizio resta sorpreso. Egli vede in un miserabile una dignità smisurata, che lo rende il più eroico regnicolo dell’invitto Regno delle Due Sicilie, il quale, nonostante tutto, continua ad avere sudditi fedeli, che magari poco comprendono di politica, ancor meno sanno di diplomazia, ma fuggono il compromesso perché hanno bene in mente il valore della riconoscenza e di quel martoriato onore vilipeso e infangato dalla moltitudine. Nobiltà compresa.

Per voi signori è un’altra cosa – continua don Ciccio – Si può essere ingrati per un feudo in più; per un pezzo di pane la riconoscenza è un obbligo. Un altro paio di maniche ancora è per i trafficanti come Sedara per i quali approfittare è legge di natura. […] Voi lo sapete, Eccellenza, La buon’anima di mio padre era guardiacaccia nel Casino Reale di S. Onofrio […]. Fu la regina Isabella, la spagnuola, che era duchessa di Calabria allora, a farmi studiare a permettermi di essere quello che sono, Organista della Madre Chiesa […]; e negli anni di maggior bisogno quando mia madre mandava una supplica a corte, le cinque «onze» di soccorso arrivavano sicure come la morte, perché là a Napoli ci volevano bene, sapevano che eravamo buona gente e sudditi fedeli. […] E oggi se questi santi Re e belle Regine guardano dal Cielo che dovrebbero dire? «Il figlio di don Leonardo Tumeo ci ha tradito!» Meno male che in Paradiso si conosce la verità. […] E ora che potevo riparare il mio debito, niente. […] Il mio «no» diventa un «si». Ero un «fedele suddito», sono diventato un «borbonico schifoso». Ora tutti Savoiardi sono! ma io i Savoiardi me li mangio col caffè, io!

Personaggi apparentemente secondari, talvolta sbeffeggiati, talora irrisi, entrano come un pungolo nella vita di don Fabrizio per tentare di disarcionare il suo cinismo, risvegliare il suo onore, ravvivare la coscienza di essere gli ultimi “Gattopardi, i Leoni; [e che invece] quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene”. È il caso del cognato Màlvica, fratello della moglie, la principessa Maria Stella, citato nella prima parte del romanzo. Don Fabrizio immagina che sia proprio lui a rispondere a i suoi interrogativi più profondi, come nel caso del soldato borbonico morto nel suo giardino a causa degli scontri con i ribelli. Il principe si chiede per cosa sia morto: “Ma è morto per il Re, caro Fabrizio, è chiaro” gli avrebbe risposto suo cognato Màlvica […].

Per il Re, che rappresenta l’ordine, la continuità, la decenza, il diritto, l’onore; per il Re che solo difende la Chiesa, che solo impedisce il disfacimento della proprietà, meta ultima della «setta». Parole bellissime queste che indicavano tutto quanto era caro al Principe sino alle radici del cuore.

Al punto che lo stesso Principe non esita ad apostrofare il nipote Tancredi, appena ricevuta la notizia che egli sosterrà l’avanzata garibaldina: “Sei pazzo, figlio mio! Andare a mettersi con quella gente! Sono tutti mafiosi e imbroglioni. Un Falconeri dev’essere con noi, per il Re”. Salvo cedere un attimo dopo, donandogli il danaro necessario per unirsi agli insorti. Né basteranno gli avvertimenti del cappellano di casa, il gesuita padre Pirrone, alla notizia che don Fabrizio avrebbe passivamente assistito inerme al mutamento istituzionale:

In poche parole voi signori vi mettete d’accordo coi liberali, che dico coi liberali! Con i massoni addirittura, a nostre spese, a spese della Chiesa. Perché è chiaro che i nostri beni, quei beni che sono il patrimonio dei poveri, saranno arraffati e malamente divisi fra i caporioni più impudenti, e chi, dopo, sfamerà le moltitudini d’infelici che ancora oggi la Chiesa sostenta e guida?

O lo sfogo che la principessa Maria Stella, sua moglie, sorella del suddito fedele, il già citato Màlvica, ebbe allorquando don Fabrizio le diede la notizia che Tancredi avrebbe sposato la bella Angelica, la figlia dell’avido don Calogero e non la propria, la raffinata e nobile Concetta.

Ed io che avevo sperato che sposasse Concetta! – disse la principessa – Un traditore è, come tutti i liberali della sua specie; prima ha tradito il Re, ora tradisce noi! Lui, con la sua faccia falsa, con le sue parole piene di miele e le azioni cariche di veleno! Ecco che cosa succede quando si porta nella casa gente che non è tutta del vostro sangue!

Sarà ancora una volta l’organista don Ciccio Tumeo, però, a profetizzare quanto accadrà ai Salina a causa di quel matrimonio.

Questa, Eccellenza, è una porcheria! Un nipote, quasi un figlio vostro non doveva sposare la figlia di quelli che sono i vostri nemici e che sempre vi hanno tirato i piedi. Cercare di sedurla, come credevo io, era un atto di conquista; così, è una resa senza condizioni. È la fine dei Falconeri, e anche dei Salina!

Le verità che emergono da questo romanzo, edito nel 1958, dopo un lungo peregrinare per case editrici che si rifiutavano costantemente di editare l’opera, sconvolgono e tracciano un solco a lungo celato dalla storiografia e dalla critica letteraria. Mario Onofri, probabilmente, è colui che meglio di ogni altro critico ha saputo dare la definizione più azzeccata de “Il Gattopardo”, intesa come una:

«Contro-storia letteraria e civile» capace di distinguersi dal resto delle realizzazioni letterarie del resto d’Italia e di offrire una rappresentazione della storia e del Risorgimento in particolare, che sovverte i luoghi comuni e mostra i risvolti reali sommersi dalla retorica e dalle mistificazioni.

Pur non trattandosi di un romanzo storico, per esplicita ammissione dell’autore – in una lettera del 2 gennaio 1957, indirizzata a Guido Layolo, egli scrive: “Non vorrei però che tu credessi che fosse un romanzo storico! Non si vedono né Garibaldi né altri: l’ambiente solo è del 1860” – i fatti storici hanno un indubbio peso nella complessa trama che vede assoluta protagonista la nobiltà siciliana. In un’altra lettera del marzo ’56, sempre indirizzata a Layolo, Tomasi spiega, inoltre, che:

[…] Tutto il libro è ironico, amaro e non privo di cattiveria. Bisogna leggerlo con grande attenzione perché ogni parola è pesata ed ogni episodio ha un senso nascosto. Tutti ne escono male: il Principe e il suo intraprendente nipote, i borbonici e i liberali, e soprattutto la Sicilia del 1860.

Quest’ultime parole sono molto importanti poiché non solo ci forniscono il carattere dell’autore, il cui pessimismo, come si evince distintamente da una pur distratta lettura, è trasposto interamente nel testo, ma anche perché dietro aspetti apparentemente innocui e pacifici, per mezzo di un linguaggio esoterico, sono celati significati destinati ad assumere un certo spessore narrativo. Ricerca, del resto, che ha affascinato critici e studiosi d’ogni tempra, almeno a giudicare dalla poderosa bibliografia interessata al tema.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Da parte nostra, crediamo che l’ottica giusta attraverso la quale tentare di dare una risposta non possa che procedere proprio dalla personalità dell’aquila bicefala Tomasi – Salina. Il pessimismo cosmico del Principe e del suo creatore è simile, seppur con un temperamento e uno stile proprio, a quello espresso secoli prima dal poeta di Recanati. Mai parole più riuscite utilizzate nel caso del Leopardi, crediamo, possano essere ugualmente cucite sulla personalità del protagonista de “Il Gattopardo”.

[…] vede ed ascolta, ma sta, solo, «in disparte». Neppur comprende perché […]. Tanto più grande il mistero, quanto più sono vivi il desiderio e la nostalgia della gioia. Al centro […] è precisamente questo mistero. Non si può dire che egli venga escluso: è da se stesso che egli si esclude. Qualcosa lo tiene in disparte. Una vocazione, un destino. […] È come se appartenesse a un mondo diverso. Di questo mondo che lo tiene separato neppure è sicuro, mentre reale è la gioia che si dilata in quell’altro mondo che egli contempla. È come se […] vivesse fra due mondi – uno tutto interiore, tutto suo, nel quale egli non crede e che tuttavia lo tien prigioniero, e l’altro, il mondo esteriore, che lo attrae invincibilmente e del quale sembra non far parte. È il mondo divino della bellezza, della gioia.

(D. Barsotti, “La religione della solitudine”, in “Sempre caro mi fu quest’ermo colle”, a cura di Floriano Grimaldi, Recanati 2013)

Il mondo che “attraeva invincibilmente” don Fabrizio era quello degli astri e dell’esplorazione dell’universo.

Molte ore in osservatorio assorte nell’astrazione dei calcoli e nell’inseguimento dell’irraggiungibile; ma queste ore – si chiede tra sé e sé ormai morente – potevano davvero esser collocate nell’attivo della vita? Non erano forse un’elargizione anticipata delle beatitudini mortuarie? […]

Padre Divo Barsotti ben esprime tale bellezza germinale, foriera di una gioia e di una calma temporanea, la quale benché rassereni l’anima, la liberi momentaneamente perfino dalle noie quotidiane e dalle storture dell’esistenza, tuttavia è incapace di mostrare all’animo un volto reale, vero, dietro cui ristorarsi. Eugenio Montale carpisce la dissociazione interiore del Principe di Salina, frutto del suo essere a cavallo tra due mondi: quelli che prima abbiamo definito della classicità e della modernità (entrambe assiologicamente e non cronologicamente intese). Il poeta e scrittore ligure, nella splendida presentazione dell’opera, pubblicata dal Corriere della Sera il 12 dicembre 1958, scrive di don Fabrizio: “Orgoglioso del suo titolo e del suo censo, e dunque tradizionalista, egli porta tuttavia, in sé i semi dell’illuminismo”.

Più che di “tradizionalista”, di don Fabrizio come per Tomasi di Lampedusa si può a buona ragione parlare di “conservatore decadente”, espressione che Moravia affibbiò allo scrittore e poeta giapponese Yukio Mishima. La contemplazione estatica della morte, il rifuggire romanticamente da questo mondo alla ricerca di un conforto tragico nel nulla, che “liberi” l’anima da questa “inutile zavorra” denominata esistenza nasce da una ipertrofia e “iperdulia” della ragione. “I semi di illuminismo” crescono sino a soffocare del tutto lo sguardo divino che invita il principe a guardare chi si è, da dove si viene, quale dignità spetti al proprio casato.

La Provvidenza, protagonista meno appariscente ma presente, si serve così degli umili come don Ciccio Tumeo, dei saggi come Padre Pirrone, di voci devote e ubbidienti come quella della principessa Maria Stella o del fedele servitore don Onofrio Rotolo, per invitare a scommettere sui due testimoni chiave, i due convitati di pietra eternamente presenti ma ignorati: la bellezza e la pietas, quella memoria storica patrimonio di ogni uomo che il morente don Fabrizio sa di aver tradito perché non ha avuto fede, se non nel “nulla”.