Sono giorni cupi per la storia del nostro paese, ma allo stesso tempo offrono un’occasione assai rara: quella di fermarsi a riflettere e quella di mettere qualche tassello in più, di erigere piccoli presidi ponendo qualche mattone in giro nella nostra rinnovata identità nazionale. In tanti si sono interrogati circa il significato della parola “nazione” e certamente convincente è la risposta fornita da Ernest Renan nel 1882. Sosteneva che la nazione non possa essere identificata in una omogeneità linguistica o etnica, tantomeno da uno specifico e definito territorio. Vi sono nazioni al cui interno sussistono notevoli differenze etniche o linguistiche e vi sono nazioni che non possiedono un territorio definito o non lo possiedono affatto. 

Per Renan la nazione risiede in quella che definiva “coscienza nazionale” ovvero una sentita, specifica e nutrita “volontà” di essere una nazione. Ebbene, nonostante qualche incertezza iniziale, appare innegabile oggi, dinanzi alle strade e alle piazze d’Italia piene di vuoto, che tale volontà sia viva e bruciante nel petto del popolo italiano. Per carità, qualcuno potrà suggerire di mettere da parte la retorica di fronte al puro istinto individuale di salvare la pelle e tutto sommato non avrà solo torti, ma la gente che canta l’Inno di Mameli, Il Canto degli Italiani, dai balconi delle piccole città e dei piccoli borghi della penisola, forse ci sta dicendo qualcosa di più.

Ci sta dicendo che gli italiani, nonostante la loro personalità controversa, nonostante le peculiarità e i limiti della loro percezione sociale, oggi vogliono sentirsi comunità e percepiscono forte la loro coscienza nazionale.

C’è un’immagine di Italia che da tutto quello che sta succedendo deve uscire rafforzata ed è l’Italia del lavoro. Non è pensabile esimersi dal citare chi lavora negli ospedali, principalmente in quelli del nord: addetti alle pulizie, operatori socio sanitari, infermieri, medici sono i nostri eroi nazionali. Quando tutto sarà finito qualcuno dovrà proporre di erigere per loro un grande monumento, magari in Piazza Venezia a Roma: tutti dovranno ricordare, per sempre, il grande spirito di sacrificio di queste donne e di questi uomini che, ogni giorno, con turni massacranti, in condizioni di lavoro al limite della sopportazione fisica, assolutamente privi dei mezzi necessari a tutelare la loro incolumità dal virus e quella dei propri cari, stanno lottando per salvare più vite possibile.

Sarà necessario ricordare che sono donne e uomini del settore pubblico, che lavorano in strutture pubbliche, che sono retribuite con soldi pubblici. Quando tutto questo sarà finito diventerà necessario chiedere conto a chi professava la necessità di introdurre tagli lineari, di chiudere ospedali e ridurre posti letto, a chi parlava di fannulloni, a chi chiedeva di estendere le norme del Jobs Act anche a questi cristiani per poter finalmente licenziare liberamente anche loro. Per adesso restiamo uniti e cerchiamo di far fronte a questa grande sfida: quanto tutto sarà finito vi chiederemo di vergognarvi un po’ e dovrete farlo perché oggi rappresentate il grande alleato del Covid-19 e siete stati il maledetto Cavallo di Troia del Coronavirus.

Poi ci sono i lavoratori della Grande Distribuzione Organizzata, che non fanno mancare i prodotti sugli scaffali dei supermercati e che con questa preziosissima opera minimizzano il panico, ci sono gli addetti alla vendita al dettaglio, ci sono i farmacisti, gli operai nelle fabbriche ancora aperte, i bancari, gli addetti al trasporto pubblico, ci sono gli insegnanti che stanno lavorando da remoto per tramettere sapere anche in questi momenti, i piccoli e medi imprenditori che stringono i denti e soffrono come cani per non mandare a casa nessuno e tanti altri ancora. Queste donne e questi uomini sono la parte migliore del Paese, sono la parte del lavoro e ci stanno salvando la vita. Anche per loro ci vorrà un monumento: un grande monumento fisico e morale perché nessuno dimentichi quanto è stato fatto.

C’è poi invece un lato oscuro in tutta questa storia, un lato oscuro che già in questo momento è necessario portare alla luce perché c’è chi, spietatamente, in questa circostanza non ha rinunciato a speculare e a fare profitto. Esempio emblematico sono le banche italiane. L’ultimo decreto del Governo consente esclusivamente erogazione di servizio pubblico essenziale e per quanto concerne le banche consiste, ai sensi della legge 146/1990, in servizi di erogazione di stipendi, pensione e quanto necessario ai bisogni quotidiani: i bancari sono costretti tutt’ora a lavorare nelle strutture commerciali delle aziende, spesso in condizioni igieniche non adeguate all’epidemia, compresi i contact center, dove i lavoratori vengono tenuti in luoghi open space a contatto con centinaia di colleghi al solo scopo di vendere prodotti a distanza, magari approfittando del fatto che i clienti siano a casa in quarantena. Tutto questo scrive una pagina scura, molto scura, il cui inchiostro immorale ha il colore dell’egoismo e della più impietosa speculazione.

Questa crisi è risolvibile in un solo modo: stando a casa e sottoponendosi a quarantena volontaria. Bene. Tutto questo però ha un costo e non è possibile che venga messo sulle spalle dei più deboli, dei lavoratori: non è accettabile, soprattutto in contesti di grandi aziende e multinazionali, che questa astensione dal lavoro venga scontata facendo ricorso alle spettanze dei lavoratori, alle ferie o ad altri permessi previsti dalla legge e dai contratti. Laddove possibile devono essere le aziende a farsene carico, oppure (meglio ancora) lo Stato.

Servono soldi, tanti tanti soldi pubblici: è necessario un investimento serio, poderoso, come mai se ne sono visti prima e questo investimento non può che essere pubblico: bisogna aiutare il settore produttivo, con particolare riferimento alle piccole e medie realtà; è necessario introdurre forti misure volte alla protezione e alla tutela dei posti di lavoro ed è necessario che lo Stato paghi le quarantene.

È davvero umiliante assistere allo spettacolo di un Governo che elemosina misure decimali all’Europa o a chicchessia per la tutela e la salvaguardia del suo Popolo: lo Stato è un contratto sociale di collettiva utilità e serve proprio a proteggere a tutti i costi la comunità dalla quale trae legittimità. Se lo Stato non è in grado o non dispone degli strumenti necessari per salvare il suo Popolo allora non serve assolutamente a nulla. Non è questione di sovranismo o europeismo: è sopravvivenza. Stanno venendo giù i grandi miti di questa Unione Europea: un’unione che ti nega le mascherine e gli strumenti indispensabili all’Italia per far fronte a questa tragedia, i cui paesi membri chiudono le frontiere ai fratelli immersi nel dramma.

In questi giorni, soprattutto a seguito delle dichiarazioni di ieri del vertice della BCE, fanno quasi tenerezza le dichiarazioni dei tanti europeisti convinti in protesta: “durissime reazioni” le definiscono. Le dichiarazioni di ieri di Mattarella hanno ricordato l’imitazione che ne faceva Crozza, quando come gesto di massima potenza gli attribuiva quello di sbottonarsi un bottone del cappotto in segno di protesta: quando la realtà supera la comicità.

Chi ha indebolito lo Stato è un trojan del COVID-19. Chi ha ridotto il numero degli ospedali è un trojan del COVID-19. Chi ha tagliato i posti letto è un trojan del COVID-19. Chi specula sulla crisi in corso costringendo i lavoratori a produrre fuori dai servizi pubblici essenziali è un trojan del COVID-19. Chi nega permessi retribuiti ai lavoratori in quarantena è un trojan del COVID-19. Chi non impedisce licenziamenti conducibili all’epidemia è un trojan del COVID-19. Chi impedisce allo Stato di supportare con le giuste misure economiche chi soffre è un trojan del COVID-19. Chi elemosina ad altri la possibilità di salvare il suo popolo è un trojan del COVID-19. Chi ha subordinato il bene dell’Italia a sciocchi e irrazionali parametri percentuali è un trojan del COVID-19. Chi è al vertice della BCE è un trojan del COVID-19. L’UE è un trojan del COVID-19. Il liberismo è un trojan del COVID-19.