di Corrado Claverini

Occorre sfatare una volta per tutte le troppo facili letture che fanno di Machiavelli un puro realista politico che, con Il Principe, avrebbe scritto un trattato buono per tutti i tempi e per tutte le situazioni. In realtà, non essendo possibile astrarre la famosa opera machiavelliana dal contesto storico in cui venne pensata, vedremo come debba essere letta da una parte come risposta alla crisi che stava attraversando l’Italia del suo tempo e dall’altra come una grande utopia.

Il Principe fu scritto nel 1513 in un periodo molto delicato per la penisola italiana. Pochi anni prima, infatti, l’Italia perse l’indipendenza in seguito all’invasione del re di Francia Carlo VIII, evento che sancì l’inizio delle lunghissime Guerre d’Italia tra Francia e Spagna (1494-1559). Per comprendere la portata di questo evento, si pensi solamente al fatto che, prima di riconquistare l’indipendenza, l’Italia dovrà attendere l’epopea risorgimentale.

Tenendo ben presente il contesto in cui si inserisce la composizione del Principe (1513), una funzione fondamentale è svolta proprio dall’ultimo capitolo: l’Esortazione a pigliar la difesa di Italia e liberarla dalle mani de’ barbari. Qui Machiavelli impiega parole sofferte, gravide di pathos, indicando nei Medici i possibili redentori d’Italia e desiderando muovere all’azione politica immediata. Questo è il motivo che induce pensatori del calibro di Gramsci a considerare Machiavelli un grande filosofo della prassi, a conferire grandissima importanza all’Esortazione ai Medici e a leggere Il Principe come una sorta di “mito sorelliano”. Tuttavia, l’interpretazione gramsciana costituisce un’eccezione nell’ambito della vastissima letteratura su Machiavelli. Infatti, permangono ancora almeno tre grandi pregiudizi che impediscono una corretta interpretazione dell’Esortazione, del Principe e, in generale, dell’intera opera machiavelliana.

Il primo pregiudizio consiste nel credere che Machiavelli abbia scritto l’ultimo capitolo del Principe per adulare i Medici ed essere reintegrato nella vita politica della città di Firenze dalla quale era stato estromesso in seguito alla fine della repubblica di Pier Soderini e il ritorno dei Medici nel 1512. Tuttavia, Machiavelli, se davvero avesse voluto comporre un’opera per ingraziarsi i Medici, avrebbe scritto un testo molto diverso. Nel Principe, infatti, i Medici sono citati pochissimo e mancano tutti quegli elogi alla loro Casata che sarebbero stati necessari se il fine principale del Segretario fiorentino fosse stato adulatorio. Lo scopo principale di Machiavelli era piuttosto l’indipendenza dell’Italia per raggiungere la quale era necessario un principe che si ispirasse ai modelli del passato e che si munisse di un esercito proprio (assolutamente non mercenario).

Il secondo pregiudizio consiste nel contrapporre la visione monarchica e quella repubblicana espresse rispettivamente nel Principe e nei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio. Machiavelli – lungi dal cambiare idea da un’opera all’altra – pensa alla storia romana. Infatti, come i romani nominavano un dittatore nei tempi di profonda crisi per la repubblica, così Machiavelli pensa che solo un principe potrà risolvere la crisi italiana del suo tempo. D’altro canto, nei Discorsi afferma esplicitamente che, laddove vi sia eccessiva corruzione, è difficile se non impossibile creare o mantenere una repubblica. Inoltre nel Principe non vi è alcun accenno ai criteri di successione e questo è uno degli indizi del fatto che Machiavelli non pensi ad una dinastia regnante, ma ad un fondatore di Stati che apre la via alla repubblica.

Infine, il terzo pregiudizio è forse dovuto al fatto che spesso si confonde ciò che è veramente machiavelliano da ciò che è meramente machiavellico. La famosa massima “il fine giustifica i mezzi” – associata il più delle volte al nome di Machiavelli – non è mai stata pronunciata esplicitamente in questa forma dal Segretario fiorentino. Per Machiavelli, infatti, il fine giustifica i mezzi se e solo se il fine è moralmente degno e il particolare contesto storico lo richiede. A tal proposito, si leggano le bellissime pagine che Hegel dedica a Machiavelli nella Costituzione della Germania. Per Hegel, il grande fine che si prefisse il Segretario fiorentino fu quello “di innalzare l’Italia ad uno stato”. Tuttavia, le particolari condizioni in cui versava l’Italia del suo tempo, dove “veleno ed assassinio” erano diventate “armi abituali”, non ammettevano “interventi correttivi troppo delicati”. Era necessaria “la più dura energia”. La crisi italiana non poteva certamente essere curata con “l’acqua di lavanda”.

Machiavelli, dunque, aspirava alla creazione di uno Stato nazionale. Negli anni in cui partecipò attivamente alla vita politica della repubblica fiorentina (1498-1512), il Segretario – attraverso numerose missioni diplomatiche (nella penisola e all’estero) – ebbe modo di constatare l’enorme differenza fra la debole Italia e le nascenti monarchie nazionali in Francia, Spagna e Inghilterra. L’utopia machiavelliana era proprio questa: la creazione di uno Stato nazionale italiano come stava accadendo per le altre potenze europee. Questo rende Machiavelli un pensatore moderno. Infatti, la sua idea di nazione si contrappone sia all’universalismo medievale legato alla Chiesa e all’Impero, sia all’astratto cosmopolitismo degli intellettuali umanisti animati dagli apolidi interessi per l’arte e per la scienza.

Machiavelli scrisse Il Principe innanzitutto per creare una volontà collettiva nazionale-popolare. Infatti, come rileva acutamente Gramsci, la famosa opera machiavelliana non si rivolge tanto alla classe dominante, al principe, ma alla classe rivoluzionaria del tempo (“i Savonarola e i Pier Soderini e non i Castruccio e i Valentino”). Infatti, se avesse voluto rivolgersi al principe, Machiavelli avrebbe scritto una lettera privata e non un trattato che svelava i segreti dell’arte di governo e che, essendo destinato alla pubblicazione, tutti avrebbero potuto leggere. Se il destinatario del trattato fosse davvero il principe, il Segretario fiorentino sarebbe stato poco machiavellico dal momento che i segreti dell’arte di governo funzionano fintantoché non sono conosciuti dalla classe dominata. In realtà, Machiavelli si rivolge “a chi non sa”, al popolo e alla nazione italiana, in modo da creare un sentimento nazionale diffuso per cui il popolo riconosca in un principe il possibile redentore d’Italia.

Machiavelli fonda la sua utopia nazionale su una precisa filosofia della storia che si può sintetizzare con le parole dell’Arte della guerra: “questa provincia pare nata per risuscitare le cose morte, come si è visto della poesia, della pittura e della scultura”. Quella machiavelliana è, dunque, un’utopia fondata filosoficamente, ma irrealizzabile nell’Italia del suo tempo. Non ci soffermeremo sulle cause che, peraltro, sono molteplici (culturali, politiche, militari…) e che hanno spinto certi interpreti a parlare dell’utopia machiavelliana come di un’illusione e di un Machiavelli ben poco realista. Diremo soltanto che la sua utopia nazionale sarà poi la sua eredità spirituale che lascerà ai “giovani che questi mia scritti leggeranno”. I risorgimentali raccoglieranno effettivamente questa preziosa eredità, ora affermando di lavorare sul disegno concepito da Machiavelli (Giuseppe Ferrari), ora parlando di realizzazione – con l’Unità d’Italia – della sua utopia (Francesco De Sanctis).

Machiavelli morì in povertà nel 1527, la sua opera omnia fu inserita nella prima edizione dell’Indice dei libri proibiti nel 1559 e, nel clima controriformistico generale, sarà criticato aspramente persino da un filosofo della statura di Tommaso Campanella. L’utopia machiavelliana sarà capita solamente secoli dopo, ma, anche per Machiavelli, vale quanto affermò proprio Campanella: “il secolo futuro giudicherà di noi, perch’il presente sempre crucifige i suoi benefattori; ma poi resuscitano al terzo giorno, o ’l terzo secolo”.