Il 2019 resterà impresso nella memoria storica collettiva, per un evento del tutto singolare e dalla straordinaria capacità evocativa. Papa Francesco, atterrato alle 18:48 del 3 febbraio all’aereoporto internazionale di Abu Dhabi, è stato accolto con tutti gli onori dal principe ereditario, lo sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan. Un evento che intende ricollegarsi idealmente a quello che vide protagonisti 800 anni or sono san Francesco e il sultano al-Malik al-Kāmil.

La tre giorni del Pontefice intende mandare un messaggio ad un intero mondo, ma soprattutto ad una religione in preda a grandi difficoltà, in balia tra seduzioni integraliste e volontà di riscatto. Le kefiah bianche degli sceicchi, lo sfarzo architettonico di chi ha piena consapevolezza di ciò che l’uomo può realizzare in pieno deserto e il ritualismo farisaico che unisce i grattacieli arredati da Gucci ai dhikr ripetuti in nome del profeta, fanno del Wahhabismo una strana mistura intrisa di una santa opulenza. Ciò ha permesso, attraverso trame che solo la Provvidenza conosce, che gli Emirati Arabi Uniti avessero il primato di tolleranza religiosa tra le monarchie del Golfo. Il fondatore dello Stato, lo sceicco Zayed bin Sultan Al Nahyan, aprì le porte alla tolleranza religiosa e ad uno scambio epistolare piuttosto inusuale con Giovanni Paolo II, verso il quale provava una grande ammirazione. Le Chiese cattoliche poterono sorgere senza particolari problemi, purché non venisse fatto proselitismo tra gli autoctoni, con la proibizione di esporre simboli religiosi all’esterno degli edifici.

La visita del Papa si situa in questo orizzonte sociale, reso ancor più labile e minacciato dalla situazione internazionale, che vede centinaia di attentati terroristici condotti in nome di Allah. La fotografia del Papa procedere mano per la mano con lo sceicco Khalīfa bin Zāyed Āl Nahyān e con l’imam Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyib, mentre si accingono a fare visita al Founder’s Memorial di Abu Dhabi, costituisce l’immagine di cui l’islam e il cattolicesimo intendono farsi simbolo. Prima di procedere alla ratifica del Documento sulla Fratellanza Umana, Papa Francesco ha affermato nella sua prolusione che «la fratellanza, quale vocazione contenuta nel disegno creatore di Dio» è possibile realmente, concretamente se si riconosce che «Dio è all’origine dell’unica famiglia umana» e che tutti gli uomini sono creati ad immagine e somiglianza di Dio. Il «riconoscimento dell’alterità» porta al rispetto della pluralità religiosa. Di fronte ad essa – spiega il Pontefice – «il giusto atteggiamento non è né l’uniformità forzata, né il sincretismo conciliante».

Purificare i cuori dall’individualismo, «che si traduce nella volontà di affermare sé stessi e il proprio gruppo sopra gli altri» è una costante insidia che minaccia «perfino la più alta e innata prerogativa dell’uomo, ossia l’apertura al trascendente e la religiosità». L’imam Ahmad Al Tayyb, prima della firma del Documento ha spiegato come è nata l’idea della dichiarazione e della volontà che questo importante atto «diventi una Carta di principi per la vostra vita», chiedendo che essa venga insegnata alle generazioni che verranno «perché è un’estensione della Costituzione dell’Islam, è un’estensione delle Beatitudini del Vangelo». Nel Documento, però, non compare mai il Nome di Gesù Cristo (né Papa Francesco Lo ha mai citato durante il discorso) facendo sorgere il rischio che il Pontefice addita quando afferma che «il giusto atteggiamento non è né l’uniformità forzata, né il sincretismo conciliante». Del secondo non ce n’è traccia, ma è più che doveroso rilevare come il fatto che non si faccia il pur minimo accenno alla “testata d’angolo” (che dai musulmani è considerato come profeta) costituisce un venire meno a ciò che si è. Inoltre, l’affermare che «le diversità di religione…[…]» sono frutto di una “sapiente volontà divina” oltre ad essere cosa non vera, è foriera dei più grandi equivoci. La diversità dei culti è frutto del peccato dell’uomo, come insegna il Magistero della Chiesa da sempre. Se è volontà divina che un uomo preghi Allah, perché Gesù ha detto ai discepoli: «Andate per tutto il mondo, predicate il vangelo a ogni creatura. Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato; ma chi non avrà creduto sarà condannato» (Mc 16, 15-16)?

Qualche giorno fa, l’ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinale Gerhard Müller, rispondendo alla domanda su quale sia il problema più grave per la Chiesa oggi, ha affermato «la relativizzazione della fede», aggiungendo che:

«Invece di proporre la fede, educare la gente, insegnare alla gente, si tende sempre a relativizzare, si dice sempre un po’ di meno, meno, meno, meno… […] Quando ci si trova con persone di altre religioni non possiamo unirci in una fede generalizzata. Si riduce la fede a una fede filosofica, Dio a un essere trascendente, e poi diciamo che Allah o Dio Padre di Gesù Cristo sono la stessa cosa. Così come il Dio del deismo non ha nulla a che vedere con il Dio dei cristiani».

Nessuna “fraternità” sarà mai possibile se si rinuncia a sé stessi.