Lo avvertite questo silenzio? Percepite una insolita pacatezza dei modi, una strana assenza di sensazionalismi, una surreale quiete? Dal mondo della politica non una provocazione, nessuna dichiarazione. È l’astuto gioco al ribasso, dettato da cautela e timore: i partiti nazionali tacciono, rimandano, osservano. La grande attesa delle imminenti elezioni regionali mette tutti d’accordo: prudenza è la parola d’ordine. E così i più importanti temi di vita sociale, quelli che dovrebbero sempre muovere le varie parti nei confronti politici, cadono in secondo piano. Ma non per questo si dissolvono.

Eurostat, nella giornata di ieri, ci ha fatto una bella doccia fredda. Se pensavate che fossimo un paese sempre più unito, vi sbagliavate di grosso. Dati alla mano, la questione è piuttosto seria. Ci sono vari settori in cui si stanno formando grossi divari che, prima di quanto possiate immaginare, potrebbero provocare vere e proprie rotture sociali. Eurostat, dunque, ci mostra come il primo allarme, per quanto appaia lieve, sia in realtà di grande importanza: il divario tra ricchi e poveri, in Italia, è aumentato a 6,09. Solo l’anno scorso questo dato era fisso a 5,92, e in percentuale significa che il 20% dei redditi più alti può contare su entrate sei volte maggiori rispetto al 20% dei redditi più bassi. Questi numeri, che possono sembrare lontani dalla vita reale del paese, sono un importante segnale della situazione in cui versa la nostra società: imparità significa, da sempre, ingiustizia. Ma, ancora più preoccupante, risulta il confronto eseguito in relazione agli altri paesi dell’Euro-zona: si noti la Germania, ferma a 5,07, la Francia a 4,23, il Regno Unito a 5,95 e la Spagna a 6,03, in deciso calo sull’anno precedente. Siamo terzultimi in Europa. E, perfino restando nei nostri confini, appaiono evidenti le cifre in netto contrasto: si apre così un’altra crepa, quella territoriale. ciò è evidente nel confronto, ad esempio, tra il Friuli Venezia Giulia, che ha un indice del 4,1, e la Sicilia o la Campania, che registrano un grave gap con il loro 7,4. Attraverso una visione ad ampio raggio, diviene lampante il grande distacco presente tra Nord e Sud. E non è tutto. L’ultima crepa, forse la più caratteristica dei nostri tempi, riguarda il conflitto generazionale, un argomento mai trattato con i dovuti approfondimenti, che l’Italia si trascina dietro dagli anni Sessanta. Ed ecco che, infatti, torna attualissimo: mentre gli over 65, grazie alle pensioni, resistono meglio e si aggiuidicano un indice del 4,86, gli under 65, al confronto, perdono ben due punti, attestandosi, secondo Eurostat, un altissimo 6,55, addirittura in crescita rispetto al 2017, quando era al 6,34.

Il tempo per provare a disinnescare queste bombe sociali sta terminando. Il trend segnalato sulla stessa piattaforma è in salita da alcuni anni: la politica deve affrettarsi a mettere in campo idee concrete e, sopratutto, realizzabili. Una prima risposta a livello nazionale può essere il reddito di cittadinanza. La ridistribuzione della ricchezza e l’inserimento nel mondo del lavoro, progettata dal Movimento 5 Stelle, sta ora affrontando la seconda fase, in cui, in cambio del sussidio economico, diventa obbligatorio prestare lavori socialmente utili nel proprio comune di residenza. Si tratta di progetti vantaggiosi per la collettività, che non devono superare le 8 ore settimanali e verranno svolti in ambito culturale, artistico, ambientale, formativo e di tutela dei beni comuni. Lasciamo le critiche mirate e prevenute ai grandi quotidiani, che si dilettano nella narrazione del contingente. Qualsiasi proposta che punti a un risanamento di tali divari è la benvenuta, poi si valuteranno gli effetti. O desideriamo davvero che si apra una nuova stagione di rivolte sociali tra classi contrapposte, o che si alimentino nuove guerre tra poveri? In ogni caso, a guadagnarci sarebbero sempre i pochi e, a quanto pare, sempre di più.