Quello dell’arte contemporanea è un mondo contorto e contraddittorio, che divide nettamente gli ammiratori dai detrattori. Un universo eterogeneo plasmato da un linguaggio non sempre comprensibile. Eppure, o proprio per questo, specchio del nostro spazio-tempo. Da anni, ve lo stiamo presentando attraverso delle interviste ai diretti protagonisti. È la mattina dell’ultimo dell’anno e con Mauro abbiamo deciso di fare una chiacchierata la sera prima.

Immagine 1: Mauro Cuppone e il suo Not Here / 2014 / installazione site specific / 2000×2000 cm / MAAM Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz / Roma

Ci ritroviamo a parlare spontaneamente riguardo la comprensibilità dell’arte contemporanea:

Nell’arte contemporanea – come dicevi tu Lorenzo – si crea un misunderstanding continuo. È come il medichese: così come in ospedale il medico ti cura utilizzando, spesso apposta, un linguaggio tecnico che non puoi capire per legittimarsi e per creare un gap col paziente, allo stesso modo nell’arte contemporanea il curatore o il critico diventano dei filtri che legittimano l’artista, definendo cos’è arte e cosa non lo è. Quando una persona comune si rapporta all’opera, probabilmente non capendola in maniera autonoma, utilizza i canoni che i critici e i curatori le hanno dato per interpretarla.

Potresti parlarci meglio del gioco che si instaura tra critico, artista e visitatore?

Forse non sono la persona più adatta, in quanto mi sono sempre sentito un outsider. Venendo da altri mondi, sono approdato alla fine al mondo dell’arte, almeno in modo ufficiale. Le mie sono dunque considerazioni che vanno prese in questa prospettiva perché vedo questo mondo, con tutte le sue contraddizioni, dal di fuori, prima di tutto da spettatore. Un artista (o un curatore) di lungo corso ti spiegherebbe molto meglio le dinamiche interne alla “catena alimentare” del mondo dell’arte.

the great cuppone, il mago di montefiascone (the man who knows) / 2017 / lambda print / 27 x 44 cm

Prima di iniziare questa chiacchierata, avevo preparato una scaletta: la vorrei ripercorrere per presentarti ai nostri lettori. Dove e come è cresciuto Mauro Cuppone?

Sono nato nel 1960 a Mantova, da padre pugliese e madre trevigiana (esempio di integrazione da boom economico…). Adesso abito a Vicenza, anche se sono stato adottato artisticamente a Roma. Fin da adolescente sono stato attratto dalla cultura anglosassone, in particolare dalla Beat Generation e dal Pop: queste sono le mie radici ed è da qui che vengo. Successivamente mi sono laureato in architettura e ho insegnato all’Università di Venezia per tre anni. Poi, sul finire degli anni Ottanta, ho partecipato alla nascita dell’Università del Progetto di Reggio Emilia (innovativa scuola di design e comunicazione). Ricordo che ai tempi c’eravamo noi e la Domus Academy di Milano. Anche se qui mi occupavo di design, il rapporto tra le due discipline era molto stretto e si usava il design per fare comunicazione e viceversa in modo integrato. Vi hanno insegnato personaggi significativi (tra i tanti il fotografo Luigi Ghirri e il designer Stefano Giovannoni). Un esempio dei tanti progetti, le Poesie Terapeutiche (delle scatole di medicinali con all’interno delle poesie e un bugiardino che dava le istruzioni per l’assunzione), che ci hanno portato a collaborare con la Bayer, o la sinergia con la rivista Abitare con cui realizzavamo finte pubblicità di oggetti immaginari: da cui sono iniziati progetti per Barilla, Max Mara, Perfetti e molte altre aziende. Il periodo d’oro è durato fino al ’94 (Mendini un giorno a lezione da noi disse che la durata innovativa di una scuola non supera mai i sette anni…), da lì ho rallentato e me ne sono andato definitivamente nel ’96.

 Nel ’94 hai frequentato per qualche mese la New York Film Academy, conseguendo il diploma. Perché questo passaggio?

Innanzitutto perché mi annoio, Anche l’arte (quella che vedo e, tutto sommato, anche quella che faccio) mi annoia. La noia è un motore. Secondo poi mi viene naturale essere trasversale. È come se avessi guardato l’erba del vicino sempre più verde della mia: architetto, designer, musicista, pubblicitario, filmaker, artista, sono tutte esperienze che derivano da questo approccio. Il filo conduttore è quello artistico. Per me è fondamentale comunicare il più possibile e nel modo più capillare possibile. È un obiettivo che mi ponevo a vent’anni quando facevo musica elettronica e me lo pongo oggi come artista. Continuo a pormi la domanda se ci siano forme artistiche più efficaci ed attuali di quella che sto praticando al momento: tutte le differenti fasi sono da ricondurre a questo interrogativo. Ad ogni modo, a New York sono rimasto qualche mese, producendo alcuni cortometraggi. Poi sarei voluto restare, ma non ho avuto le risorse per farlo.

Una delle sei bare di Ahab’s Syndrome III / 2010 / legno, metallo / 190x60x42 cm / Palazzo Collicola Arti Visive / collezione permanente / Spoleto

 Quindi hai deciso di tornare in Italia. A cosa ti sei dedicato dal ’95?

Col rimpianto di non poter continuare nel cinema (mio grande amore) e terminata l’esperienza con l’Università del Progetto, ho iniziato a fare il pubblicitario per una quindicina di anni. Dico sempre che sono cresciuto mangiando brioche, quindi per me è stato difficile pensare al pane. Non voglio risultare snob, ma ho avuto la fortuna di riuscire a fare, retribuito, dei lavori fortemente creativi e divertenti fin da subito. Quindi per me era difficile entrare in dinamiche più commerciali. Prima ho lavorato come Direttore Creativo freelance, per alcune agenzie. Poi ho aperto Ultralight Advertising, dove potevo selezionare i clienti, continuando il percorso fatto all’Università del Progetto. Qui ho cercato di lavorare con persone che mi permettessero di utilizzare un linguaggio meno stereotipato. Ho lavorato per progetti specifici con Nutella, DuPont, Fabbri. Nel 2009 per una serie di ragioni (interne ed esterne) ho deciso di chiudere l’agenzia.

Ed è in questo momento che sei approdato compiutamente nel mondo dell’arte contemporanea. Come si è sviluppata questa fase?

L’Advertising non mi divertiva più. Sono approdato all’arte contemporanea per i motivi che ti dicevo prima: trovare una forma di comunicazione artistica incisiva, a seguito di tutte le esperienze precedenti. Ho sempre considerato l’arte una forma più pura e meno contaminata rispetto agli altri mezzi di espressione. Del resto, se da un lato mi ha sempre interessato la cultura pop, dall’altro mi concentro sui temi prettamente artistici: sono due binari paralleli. Inizialmente, pensavo di trovare in questo mondo un clima differente, mentre mi sono imbattuto in dinamiche, come l’autoreferenzialità (per me primo segnale di un corpo – l’arte – tenuto in vita artificialmente) o la frustrazione (dell’artista): il mondo dell’arte non ha più la capacità di incidere sul modello sociale e comunicativo. L’artista stesso si sente isolato, spesso frustrato perché non riesce ad interagire come vorrebbe con ciò che ha intorno.

FART / 2013 / legno, metallo / 1400x350x120 cm / installazione site specific / MAAM Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz / Roma

Proviamo a suddividere questi ultimi dieci anni in fasi, scandite dai tuoi lavori più significativi. Da quale cominceresti?  

Il mio primo lavoro è stato Ahab’s Syndrome, che ho esposto prima in una mostra a Praga e poi a Palazzo Collicola di Spoleto. Si tratta di sei bare a grandezza naturale, come se fossero state griffate da alcuni stilisti di moda (Chanel, Armani, Prada, Valentino, Fendi e Moschino). Il tema della morte (usato come metafora estrema) mi accompagna da sempre. Mi vengono in mente proprio adesso dei riferimenti nel mio lavoro che non sempre riesco a razionalizzare, come l’influenza del cinema horror, in primis i film di John Carpenter. Temi, che già trattavo con gli studenti dell’Università del Progetto, e che produssero un set funerario per la bambola Barbie. Il titolo ovviamente deriva da Moby Dick di Herman Melville, per me un’opera camaleontica: assorbe come una spugna ciò che ha intorno e funziona ancora. Mi interessava dunque evidenziare l’incapacità di acchiappare la balena come la morte. Il paradosso è che passi la vita a prepararti alla morte, ma quando muori vieni scippato della capacità di viverla. Sia chiaro, il lavoro non è una critica alla moda, verso cui nutro grande amore e rispetto. Ma, proprio perché la moda oggi è centrale nella nostra vita quotidiana, mi sembrava un cortocircuito ancora più forte associarla alla morte. Del resto, anche la moda è (un) Moby Dick: la insegui, ma lei è già scappata. La moda simbolizza l’effimero (ma non è detto che lo sia), è trasversale e interessa un po’ tutti.  

Come è continuato il tuo percorso?

Successivamente il tema della morte è tornato ciclicamente nei miei lavori. Se devo evidenziare un altro passaggio fondamentale sicuramente penserei al Museo dell’Altro e dell’Altrove (MAAM), inizio della mia frequentazione romana. Qui ho spostato il mio lavoro su contenuti solo apparentemente diversi. Sono stato invitato a prendere parte a questo progetto dal suo fondatore, nonché curatore, Giorgio de Finis nel 2013. Fin da subito ho avuto un ottimo rapporto con lui, mentre ero più scettico verso il MAAM. Da cinico quale sono, all’inizio mi sembrava un film già visto e non troppo riuscito. Per cui c’era questo duplice rapporto. Ho voluto provocarli apposta, con un lavoro che pensavo fosse quasi inaccettabile per loro. Ho proposto a Giorgio di fare l’insegna del Museo sul tetto, scrivendo FART (“scoreggia”) con caratteri hollywoodiani e una F un po’ cadente come se si stesse staccando dalla struttura (mantenendo ART): autoironia che è stata capita ed accettata da Giorgio. Da qui è nata anche un’amicizia. Subito dopo un altro progetto site specific Not Here (una grande croce gialla lunga 20 metri visibile dal satellite di Google, come in una mappa del tesoro, con al centro la scritta not here). Un ossimoro: una segnalazione di assenza e una negazione di presenza. Il rapporto si è consolidato ed è continuato nel corso degli anni, con più di una dozzina di lavori (credo di essere stato l’artista più prolifico del Maam) e l’incontro di tante persone meravigliose. L’ironia sull’autoreferenzialità del mondo dell’arte è quindi solo una variazione su temi sempre centrali nel mio lavoro.

“The Great Cuppone & The Divine Jack’s Big Show” presents “The Artist is absent”/
Death to wear – In the future everyone will be a dead artist for 15 minutes / 1-30 novembre 2018 /
MACRO ASILO / Roma

Il rapporto con Giorgio (che ho avuto il piacere di intervistare lo scorso maggio) è continuato quest’anno al MACRO. Cosa mi dici di questa recente esperienza?

Anche qui Giorgio mi ha chiesto di partecipare. Ne abbiamo parlato e lui mi ha esposto la sua idea di museo relazionale e partecipativo, concetti che per me riguardano tutta l’arte. Ad ogni modo, si è ripetuto un po’ quello che è successo al MAAM: me l’ha proposto Giorgio e ho accettato a prescindere, anche se poi gli ho chiesto espressamente di essere uno degli apripista del nuovo ciclo. Il progetto di un mese, The Artist is absent (ancora presenza-assenza) liberamente ispirato al Circo Barnum e alle Wunderkammer (origine del Museo), è un contenitore in cui ho presentato diversi eventi ed installazioni, all’insegna dello stupore e della meraviglia. Ho riproposto vecchi lavori, come XXX Art Curators (dei curatori esposti in una vetrina a luci rosse) e ne ho portati di nuovi: I Cento pittori di via Margutta che ho invitato ad esporre da me. Ho sempre simpatizzato per l’arte non riconosciuta; ho voluto “legittimarla” facendola entrare in un museo. Non do mai risposte, pongo delle domande. Il modello di museo oggi sicuramente è inadeguato se non addirittura obsoleto, forse l’idea relazionale di Giorgio è quella che può ancora dargli un senso. Il museo è un generatore di valore, ma allo stesso tempo è la morte dell’arte, è la sua tomba. Ed è qui che ritorna il concetto di morte.

Ringraziandoti per la tua disponibilità, ti chiedo se credi di rimanere nell’arte contemporanea o se stai pensando di cambiare ancora il tuo mezzo di espressione.

Il futuro? Non lo so, non ho mai considerato l’arte il mio punto di arrivo.  A tal proposito mi viene in mente proprio l’incipit di Moby Dick:

«Ogniqualvolta mi accorgo di mettere il muso; ogniqualvolta giunge sull’anima mia un umido e piovoso novembre; ogniqualvolta mi sorprendo fermo, senza volerlo, dinanzi alle agenzie di pompe funebri o pronto a far da coda a ogni funerale che incontro; e specialmente ogniqualvolta l’umor nero mi invade a tal punto che soltanto un saldo principio morale può trattenermi dall’andare per le vie col deliberato e metodico proposito di togliere il cappello di testa alla gente — allora reputo sia giunto per me il momento di prendere al più presto il mare. Questo è il sostituto che io trovo a pistola e pallottola».