Il due maggio scorso ad Odessa si consumava quello che senza dubbio è il crimine più efferato di tutto il post Majdan. Alcuni appartenenti alle bande neonaziste di Pravyi Sektor, insieme ad altri gruppi radicali, con l’accondiscendenza delle autorità locali e degli organi di polizia della città, incendiavano la Casa dei  Sindacati, piena zeppa di manifestanti anti golpisti e di membri dei partiti di opposizione. In totale, in questo Pogrom, hanno perso la vita quarantadue persone.

Neanche a dirlo nessuna delle cancellerie occidentali, le stesse che non riconoscono il referendum in Crimea e quello nel Donbass, ha detto mezza parola sulla vicenda. Ancora più imbarazzanti sono state le reazioni del giorno dopo da parte della quasi totalità dei media. A superarsi è stata l’Unità, il giornale del Pd ha compiuto un’operazione che ha dell’incredibile: far passare i carnefici per vittime e viceversa, ma questo, come sappiamo, è il pane quotidiano di certa stampa, quindi perché scandalizzarsi? Ormai dall’Ucraina del post Majdan ci si aspetta di tutto: ci si aspetta che tre giornalisti delle televisioni russe “Russia Today” e “LifeNews” , vengano trattenuti per tre giorni dalle forze di polizia di un paese membro delle Nazioni Unite, coccolato dal “mondo libero e civilizzato” e prossimo all’entrata nell’Unione Europea. Ci si aspetta anche che a fomentare le masse insieme ai nazisti di “Settore Destro”, ai gruppi radicali di Svoboda e agli ultrà del calcio ci siano anche le Femen.

Il movimento femminista nato nel 2008 in Ucraina, noto per essere tra i più citati ed apprezzati dalle nostre parti, si è reso protagonista nel corso degli anni di diverse azioni di intolleranza politico-religiosa. Ricordiamo la campagna “Kill Kyril” contro il patriarca della chiesa russa ortodossa, quelle numerose in Vaticano contro il Papa e poi le sempre verdi iniziative contro il presidente russo Vladimir Putin. Per questi ed altri motivi, alcune delle partecipanti, erano state arrestate dalle autorità russe, suscitando le proteste europee e statunitensi. Ma quelli che allora si indignarono, proveranno un po’ di vergogna per aver sostenuto un gruppo di cui fa parte anche tale Eugenia Krayzman? L’attivista, una dei volti più noti delle Femen, è stata infatti immortalata di fronte alla casa dei sindacati di Odessa, luogo nel quale si è consumato il Pogrom di quarantadue innocenti uccisi dalle bande neonaziste con l’accondiscendenza totale del governo di Kiev. Ma fin dove si può arrivare pur di aver un minimo di visibilità? E’ giustificabile eticamente farsi ritrarre davanti ad un edificio in fiamme nel quale muoiono delle persone, pur di dimostrare da che parte si sta? A giudicare dal profilo Facebook della Krayzman sì. Infatti, sopra la foto che la ritrae davanti all’edificio in fiamme, la bella Eugenia scrive: “Avanti Odessa, Avanti Ucraina, siamo un paese libero. Putin va a farti fottere”.

Libera di esprimere il suo pensiero, ma perché il cattivo gusto di farlo davanti a un edificio dove si sta consumando una tragedia di tali proporzioni? Il suo gesto è tanto più grave per il fatto che la Krayzman è ormai un personaggio pubblico, anche se lei e il suo gruppo ci hanno abituato a provocazioni di ogni tipo. Sulla vicenda recentemente, in Francia, è scoppiata una piccola polemica, in seguito ad un articolo pubblicato sulla sezione locale dell’Huffington Post, nel quale si smentiva la tesi dei rapporti con i gruppi neo nazisti da parte delle Femen. Vari sono stati i commenti, anche perché la questione Femen è in Francia molto più sentita che da noi, poiché la front woman del gruppo, Inna Shevchenko, ha trovato asilo politico nel paese, dopo l’arresto per aver segato una croce che commemorava le vittime dell’NKVD. 

eugenia-krayzman-08 Se nessuno accusa, e ci mancherebbe altro, la Krayzman di aver materialmente contribuito alla morte di quegli innocenti, quello che le si contesta è la sua fotografia gioiosa davanti a quell’incendio. Se si guardano, senza indagare come cani da tartufo ma semplicemente scorrendo, le pagine internet pubbliche che la riguardano, capiamo con facilità i motivi che l’hanno spinta a farsi immortalare li, quel giorno  e con quella gioia. La numero due delle Femen si definisce infatti “una Banderista”, un’ammiratrice cioè di Stepan Bandera, fondatore dell’OUN, formazione filonazista ucraina che negli anni della seconda guerra mondiale combatté a fianco dei tedeschi, e che tra i suoi capisaldi aveva l’eliminazione di ebrei, russi e comunisti. Allora non ci si può stupire che sempre lei, Eugenia, sia anche simpatizzante di Pravyi Sektor, gruppo che si rifà al banderismo e che conosciamo ormai benissimo, colonna portante della “Rivoluzione di Majdan”.  A dimostrazione che la simpatia nei confronti di certi personaggi è, in alcuni casi, quanto meno frettolosa.