“Non posso che sottolineare la tassativa priorità delle politiche volte a combattere la piaga della disoccupazione giovanile, che mina alle basi la speranza e l’obiettivo di costruire una società più giusta e inclusiva” queste le parole del presidente della Repubblica inviate al ministro del Lavoro Elsa Fornero in occasione della Conferenza italo-tedesca “Lavorare insieme per l’occupazione dei giovani” in corso a Napoli. Così, Pierluigi Bersani nel confronto televisivo tra i candidati premier del Pd ha affermato che è necessario “fare ogni cosa per allargare la base produttiva e dare occasione di lavoro”, creare le “condizioni perché le aziende abbiano più interesse per assumere i giovani, dare più innovazione”. E, aggiunge, servono più “meritocrazia e uguaglianza”. Un problema quindi largamente diffuso quello della disoccupazione giovanile, affrontato a più riprese dagli attori politici attuali.

Secondo gli standard internazionali è corretto affermare che il tasso di disoccupazione è definito come il rapporto tra i disoccupati e le forze di lavoro, ovvero gli “attivi”, che comprendono gli occupati e i disoccupati: oggi, in Italia, più di un giovane su tre “attivi” è disoccupato. Il tasso di disoccupazione non è mai stato così alto, è attualmente arrivato al 35,3%. Questi dati riguardanti la crescita della disoccupazione giovanile erano però largamente prevedibili: riflesso di una situazione economica disastrosa peggiorata dall’insediamento del governo Monti. Nell’analizzare i dati di occupazione si può distinguere un netto contrasto tra la percentuale di occupati nella fascia di età 15-34 anni, diminuita del 20% circa tra il 2007 e il 2012 e la percentuale degli occupati nella fascia di età 55-64 anni che, nello stesso periodo di tempo, è aumentata dell’8%. A disilludere chi può credere che questo significhi che il governo abbia riassunto gli over 55 anni disoccupati giungono elementi chiave: innanzitutto, l’invecchiamento della popolazione lavorativa che si va a sommare all’effetto negativo della crisi economica sulle possibilità occupazionali per i giovani. Tutti gli occupati che nel 2007 avevano 50 anni, infatti, nel 2012 ne hanno più di 55; in secondo luogo, le riforme del precedente governo sul pensionamento (che, a rigor di logica, dovrebbe essere utile a lasciare posti disponibili ai giovani) hanno bloccato molti lavoratori 60enni nel proprio posto di lavoro impedendo il “ricambio generazionale” e aumentando a sua volta la disoccupazione giovanile. Effetto che verrà peggiorato dalla riforma Fornero che prevede di aumentare costantemente, per almeno 4-6 anni l’occupazione degli over 55, senza nuove assunzioni. Salvo un’imprevedibile e  poco realistica incredibile ripresa economica, come trovare il modo di incrementare l’occupazione giovanile? Così, il 14 novembre è stato scelto come giorno della mobilitazione europea “per il lavoro e la solidarietà contro l’austerità”. Infatti, si legge in una nota della Confederazione europea dei sindacati, “l’austerità non funziona” le sue conseguenze sono devastanti per l’Europa: blocco della crescita e disoccupazione in continuo aumento, più di tutte la disoccupazione giovanile. Anche in Italia si manifesterà per richiedere un necessario e urgente cambio di rotta.

I protagonisti della politica odierna attribuiscono poca fiducia ai giovani, che si sono sentiti sfiduciati, maltrattati, insultati. Si chiede ai giovani di cambiare la società attuale, di rivoluzionare i meccanismi del mercato, insomma cambiamento. Ma i giovani sono demotivati, iscriversi all’università italiana che sì, crea le basi ma non garantisce una reale connessione con il mondo del lavoro, è diventato un obbligo che si affronta svogliatamente, perché “va fatto”. Perché, ed è quel che ci sentiamo dire, è quel pezzo di carta tanto agognato, questa famosa laurea che ci permetterà di andare avanti e realizzare pienamente la nostra vita. Ma dov’è finito il “sogno” universitario, secondo cui, dopo la scuola si sarebbe potuta scegliere una materia che ci interessava e che ci avrebbe fatto da trampolino di lancio nel mondo lavorativo? Quanti giovani, oggi, si sentono liberi scegliendo a quale facoltà iscriversi? Questo sistema, formato da una classe dirigente che non sembra promuovere un contesto adeguato alla crescita, vede dei giovani pessimisti e disorientati. Se la convinzione della necessità di talento, di determinazione, di coraggio e di merito per giungere a una qualche soddisfazione lavorativa è alla base dei pensieri dei giovani italiani, la loro è solo una chimera, poiché devono fare i conti con una realtà ben diversa: prima di giungere a essere soddisfatti del proprio lavoro bisognerebbe trovarne uno.