“In politica sempre meno filosofi e sempre più coglioni”. Cantava così Giorgio Gaber

“Fine della libertà”. Così introduceva ieri la prima pagina de “Il Giornale”. Una patetica prima pagina, come patetico diventa chi pure difende l’indifendibile e chi ha la lingua pronta a leccare la faccia del padrone. Cala sulla scena l’ennesimo tragicomico sipario: più tragico che comico. Un paese che va a rotoli, che non riesce a stare in piedi, mentre l’occhio di bue si butta sul sempiterno Silvio Berlusconi, che di onorevole non ha nulla, manco la dignità. Visto che la necessità ci costringe, allora facciamo quattro conti su quello che è successo.

Dopo otto ore di travaglio, la giunta ha respinto la convalida dell’elezione dell’ex primo ministro. Troppe ore se si aggiungono ai mesi: precisamente quattro. Quattro mesi che hanno tenuto un paese già sull’orlo del baratro nella stasi, sempre nella speranza da una parte che venisse salvato, dall’altra che andasse nel paese che molti gli hanno indicato. Il popolo di Forza Italia era in giornata di lutto; tutti vestiti a nero, come quelli a cui la vita ha tolto qualcuno di importante. Esilaranti gag, troppe, che si collezionano alle cialtronate del cavaliere senza ormai un cavallo e del suo popolo che in Silvio ha visto il redentore.

Fine dell’azione politica. Lo dicevamo poche righe addietro: la politica è ferma. C’è un problema in Italia che va avanti da venti anni: piuttosto che risolvere lo sfacelo, trovare soluzioni anche minime, dapprima alla morte della credibilità con Tangentopoli, poi alla cremazione della politica in nome dell’economia europeista, si è occupata sempre di Berlusconi. Nel bene o nel male. I primi a dare il placet furono personaggi a doppia faccia come D’Alema. Tali personaggi hanno da sempre strisciato nell’ambiguità tanto che conveniva loro dire di essere da una parte, per poi agire sottobanco in accordo. Forse pochi lo ricorderanno, ma le parole che si lasciò sfuggire Luciano Violante quel 22 febbraio 2002 sono una mazzata. Citiamo: “l’onorevole Berlusconi perché lui sa per certo che gli è stata data la garanzia piena, non adesso, nel 1994, quando ci fu il cambio di Governo, che non sarebbero state toccate le televisioni. Lo sa lui e lo sa l’onorevole Letta.” E qui rimandiamo ad una semplice ricerca per conoscere i particolari della vicenda, non tacendo il fatto che nonostante le frequenze di trasmissione fossero state consegnate alla rete televisiva Europa7, a seguito di una sentenza della Corte Costituzionale la quale disponeva che Fininvest non poteva possedere più di due reti televisive e avrebbe dovuto cedere Rete 4 e non trasmettere, Letta e D’Alema si misero d’accordo per non lasciar passare il parere della Corte Costituzionale.

Ritornando al punto in questione ci preme fare una osservazione: l’immobilismo è la parola d’ordine. Tutto tace mentre il podio è occupato da Silvio, tradito anche dai suoi, e dal suo esercito.

Chissà quante ancora sarà costretto a subirne il popolo italiano.

Fine e immanenza di un’era. Certamente. Perché l’impronta che ha lasciato Berlusconi è quella dall’inchiostro indelebile. Il Berlusconismo non è stata soltanto un’era. Esso è stato un costume sociale, una religione, la predicazione di una moralità depravata. La religione degli affari loschi, il punto di partenza di una politica marcia, sempre più lontana da un ideale di sani e robusti valori. “E’ un caso che merita particolare attenzione antropologica” diceva la Professoressa Amalia Signorelli, sociologa e antropologa. Perché radicalmente il Berlusconismo è entrato nella cultura popolare oltre che italiana, anche in quella estera. Non c’è nulla di così comico in questo, altro che.

La fine che vorremmo. Fine della politica: destra e sinistra. Fine di una azione, culmine di una situazione perversa, situazione di un governo che marcisce nell’immobilismo senza avere ancora delineato una agenda di governo, ammesso che si possa parlare di agenda. Ma la fine è anche attesa. Del resto l’attesa, specie se traviata, provoca reazioni energiche. E se non parlerà il cuore, un giorno parleranno le braccia, parlerà la forza. D’altra parte di rivoluzione ne sentiremo parlare. Non ora, forse è troppo presto. Ma più buio della mezzanotte non può fare e si toccherà il fondo, quello dal quale si costruirà una Italia diversa.

E Berlusconi è consapevole di questo. Sa che potrà contare sull’esercito di politicanti da due soldi, di sexy girls ed escort, con il “ricatto” di un pater familias.  

Arriverà la fine, ma non sarà la fine . Intanto se non risorgerà Berlusconi,  l’avvenire potrebbe essere targato Renzi e – a parte orge, pagliacciate e scene ridicolizzanti – sembra radicalmente peggio.