Dal nostro inviato a Gerusalemme (Palestina)

Ieri, 14 novembre 2012, Ahmed Jaabari, capo delle Brigate Ezzedine al-Qassam e responsabile militare di Hamas, è stato assassinato dalle forze aeree israeliane. Molti media occidentali spiegano l’accaduto usando termini più morbidi, tradendo in qualche modo la verità. Infatti non possiamo permetterci di dire che Jaabari è “rimasto ucciso” durante l’inizio dell’operazione Colonna di nuvola dato che i missili israeliani non stavano puntando alcun bersaglio strategico se non la sua auto.  Per molti Hamas è un’organizzazione terroristica, d’accordo. Ma allora come possiamo non definire altrettanto terrorista uno “Stato” che agisce con veri e propri omicidi mirati, in barba a tutte le norme di diritto internazionale? L’operazione Colonna di nuvola fa oggi molta paura, perché riporta alla mente di molti la terribile stagione segnata dall’operazione Piombo fuso, svoltasi appena quattro anni fa, in cui gli omicidi mirati non mancavano. E intanto, mentre i lanci di razzi israeliani su Gaza continuavano per tutta la notte, lasciando 13 morti, e mentre Hamas rispondeva allo stesso modo causando 3 vittime a Kyriat Malachi, il mondo della diplomazia internazionale reagiva prontamente.

 “Siamo venuti davanti al Consiglio di Sicurezza per dire basta: basta ai bagni di sangue, alle ingiustizie e alle politiche illegali contro i palestinesi”, così Ryad Mansour, osservatore permanente dell’Autorità  Nazionale Palestinese all’ONU, insiste, sostenuto da altri 15 ambasciatori di altrettanti Paesi arabi, sulla completa illegalità dell’azione israeliana.  Ma Israele può tutto, perché, essendo uno “Stato”, ha il sacrosanto diritto/dovere di proteggere i suoi cittadini. Già, perché Israele è uno “Stato”, mentre i Territori palestinesi, per ora, non sono niente… Ma per quale motivo Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele, ha dato avvio all’attacco proprio ora? Per quale motivo ha ordinato l’uccisione di Ahmed Jaabari? I motivi possono essere tanti.

Il primo, il più banale, e quindi ovviamente anche il più ufficiale, è perché da qualche giorno la situazione a Gaza si stava scaldando, ed erano già cominciati lanci di razzi.

Il secondo riguarda la leadership di Netanyahu, che a primavera dovrà affrontare le elezioni che, se mai si svolgessero in un clima di guerra, lo riconfermerebbero certamente primo ministro, lui che è il capo del Likud, il partito conservatore e nazionalista, capace di rassicurare l’elettorato israeliano in caso di guerra molto di più rispetto ai laburisti.  Quindi una guerra fa comodo a Netanyahu, certamente, ma ci rendiamo conto che nessun primo ministro con un briciolo di buon senso può essere capace di scatenare una guerra per tenersi il posto.

 Chiarita la posizione di Netanyahu, è il caso di parlare di quella di Abu Mazen, presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese. Questi, a causa di forti problemi economici (per molti mesi gli impiegati statali palestinesi non ha ricevuto pienamente lo stipendio), non gode più di consenso in Palestina. E ancora: essendo il presidente di Fatah (il partito nazionalista che controlla la Cisgiordania) è in diretta concorrenza con Hamas (il partito islamista che controlla la Striscia di Gaza). Quindi Abu Mazen ormai non può più contare su nessuno in patria. Ma può comunque contare sul sostegno dei suoi amici all’estero, e cioè sul sostegno dei 136 paesi che riconoscono la Palestina come uno Stato. Ed avrà certamente il loro sostegno tra 2 settimane esatte, cioè quando presenterà all’Onu la richiesta d’ammissione della Palestina come Stato non-membro. Certo, se tra due settimane sarà ancora Presidente, se non sarà prima costretto alle dimissioni. E in che modo Israele può costringerlo alle dimissioni? Beh, per esempio con un po’ di violenza e di confusione nei Territori. Ma questa per ora è solo un’ipotesi tra tante. Un’ipotesi che però, secondo alcuni media israeliani, è contenuta in una bozza messa a punto da Avigdor Lieberman, capo del partito degli immigrati russi che ha sempre proposto la linea dura nei confronti dei Palestinesi, e che è anche Ministro degli Esteri. Seguiremo con interesse gli sviluppi della vicenda nelle due settimane a venire. Per ora possiamo essere certi solo di una cosa: questo non è che l’inizio di un brutto autunno caldo per gli abitanti di Gaza.