Free Tibet, il grido è unanime da Lisa Simpson a George Bush, passando per Gianni Alemanno e Condoleezza Rize. Un teologumeno ripetuto spasmodicamente tanto nei salotti buoni di qualche eccentrico new age, quanto nelle sezioni della destra più patriottarda. Entrambi avvinghiati alla groppa di un falso mito: i primi idealizzando un paradiso terrestre, dove la pace e l’amore regnano in un simposio di uguaglianza e mutua collaborazione; gli altri, cavalcando la questione tibetana per agitare i soliti spauracchi sul mostro cinese. Ed è così che il Dalai Lama diviene non solo il custode di un sogno – quello di un Tibet libero e democratico – ma anche l’ennesima figurina da collezionare, un ulteriore volto da stampare sulle t-shirt o sui porta-chiavi. La verità è che Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama, rappresenta un utile idiota, l’ennesimo cavallo vincente sul quale l’Occidente ha riposto il proprio vuoto spirituale. Con le sue frasi ad effetto ed i suoi irenici messaggi di pace e giustizia, questo leader pseudo-spirituale cela una realtà lastricata sullo schiavismo e la sopraffazione delle classi subalterne. Indubbiamente va riconosciuta a Sua Santità un’ottima dote – che peraltro esula totalmente dalle faccende spirituali -, quella di essere uno tra i personaggi del panorama odierno che padroneggia maggiormente il marketing comunicativo, dispensando perle di saggezza approssimativa, condite da un’ottima retorica politically correct. Un mercante della spiritualità che fa scalpitare il cuore di qualche allocco in cerca di uno sfogo metafisico alla monotonia quotidiana. Un atteggiamento che spesso trasfigura la semplice affabulazione, trasformandosi in una vera e propria truffa.

In primis, è necessario sfatare il mito  secondo il quale lamaismo e buddhismo siano sinonimi. Esso, infatti, è solo una delle scuole delle Buddhismo. Questa religione tradizionale, infatti, è divisa in tre tendenze fondamentali, ognuna delle quali, a sua volta, è suddivista in decine di scuole. Senza addentrarsi nell’immensa complessità di questa religione millenaria, il Lamaismo è figlio della terza corrente del Buddhismo, ovvero la Via del Tantra, il vajrayana. Una tra le diramazioni che più si è allontanata dalla Tradizione, insistendo sui punti maggiormente criticati dal Buddha come il ritualismo, la magia, l’organizzazione in un clero confessionale. A tal proposito, alcuni studiosi tendono a porre questa religione fuori dalla tradizione buddhista, interpretando questa scuola come una commissione tra il Buddhismo e le religioni animiste. Paradossalmente, questa corrente è anche la meno diffusa, contando circa 20 milioni di seguaci localizzati grossomodo nella regione tibetana. L’attuale Dalai Lama, XIV incarnazione del Buddha, è stato insediato nel 1940, come da tradizione lamaista. Un’impostazione che prevede che alla morte del Dalai Lama, esso si incarni immediatamente in un’altra parte del paese. Dunque, si inizia una ricerca minuziosa dell’incarnazione in tutti i bambini maschi che presentano delle somiglianze somatiche. Una volta trovato il candidato, egli viene educato dai sacerdoti, conducendo una vita privilegiata con l’obbligo di asternersi da qualsiasi attività impura.

In seconda istanza, è necessario analizzare la reale entità di quelle due parole: Tibet Libero, appunto. Guardando indietro nella storia, più precisamente al periodo prima del 1959 – anno in cui l’Armata di Liberazione cinese destabilizzò e scardinò l’antico sistema feudale -, è possibile notare quanto questo cinematografico paradiso terrestre fosse in realtà dominato da un ordinamento feudale di stampo teocratico. Heinrich Harrer, l’alpinista austriaco le cui memorie furono trasposte nell’opera cinematografica Sette Anni in Tibet, riporta, infatti, una realtà caratterizzata da un forte autoritarismo monastico: “La supremazia dell’ordine monastico nel Tibet è assoluta, e si può confrontare solo con una severa dittatura. I monaci diffidano da ogni influsso che possa mettere in pericolo la loro dominazione. Ad essere punito non è soltanto chi agisce contro il potere ma anche chiunque lo metta in dubbio”. Un realtà che palesemente differisce dal mondo incantato descritto dalla pellicola Jean-Jacques Annaud. Il Tibet rappresentava, infatti, un mondo chiuso ed oscurantista, nel quale non si risparmiavano punizioni corporali e torture che farebbero rabbrividire lo stesso Torquemada. “Mi raccontarono di un uomo che aveva rubato una lampada dorata da uno dei templi di Kyirong. Fu dichiarato colpevole del reato. Gli furono pubblicamente mozzate le mani e il suo corpo fu mutilato, ma ancora vivo fu avvolto in una pelle di yak bagnata. Quando smise di sanguinare, il suo corpo fu gettato in un precipizio.”

Le parole dell’alpinista austriaco fanno ripensare alla reale entità della questione tibetana. Infatti, se ne evince quanto essa sia il risultato di uno scontro tra una forza reazionaria ed una modernizzatrice, paradossalmente rappresentata dalla Repubblica Popolare Cinese. Allo stesso tempo i proclami del leader spirituale dell’ordine lamaista risuonano alle orecchie della storia come dei feroci attacchi di un teocrate spodestato dal suo trono. Un sovrano dalla saggezza approssimata che cavalcando le scene dello star system, strizza l’occhio al mondo Occidentale.