Il popolo non crede ai cultori delle cedole bancarie. Crede all’azione, a chi gli indica le vie del destino. Crede soprattutto a chi gli aprirà le strade vere della giustizia sociale. – Filippo Corridoni

Che l’Italia viva, o meglio agonizzi, ormai dal celeberrimo anno 1992, senza uno straccio di classe politica, è ormai un fatto. Seconda e Terza Repubblica hanno completamente distrutto la concezione stessa di politica, in un paese che ha prodotto invece, nel corso dei secoli, un’illustre galleria di pensatori e uomini politici. Da Machiavelli a Gramsci, l’elenco è sterminato: molti, ovviamente, sono stati dimenticati per la loro originalità, impossibili da catalogare secondo le becere logiche del mondo attuale. E’ il caso, ad esempio, di Filippo Corridoni, dimenticata ma splendida figura di rivoluzionario e italiano. L’azione politica di Corridoni si svolge principalmente in un luogo ben preciso, Milano, in un periodo altrettanto limitato, il decennio che va dal 1905 al 1915. Giovane disegnatore tecnico, arriva nella metropoli lombarda, con un vago bagaglio di idee repubblicane: matura la sua ideologia dirigendo la sezione socialista di Porta Venezia e, soprattutto, scrivendo su diversi giornali di chiara ispirazione sindacal-rivoluzionaria. Corridoni rifugge dal riformismo sterile dei vari Treves, Turati, indicando al proletariato industriale la via della rivoluzione per mezzo dello sciopero; eppure, tale ideologia non era foriera di grandi consensi.  «Milano è una delle poche città d’Italia che è ricca di tutte le caratteristiche necessarie ad un completo trionfo delle nostre idealità: (…) purtuttavia il riformismo- e cioè: l’armonia fra le classi, l’intrigo piccolo borghese e bottegaio, il cretinismo schedaiolo, la repugnanza per qualsiasi lotta che potrebbe accentuare la lotta di classe a detrimento della pace sociale e quindi dell’iride elettorale- da dieci anni vi ha regno incontrastato, e, proprio a Milano, è riuscito ad esercitare i suoi più malsani esperimenti».

Contrario, come Mussolini e un giovane Pietro Nenni, alla guerra di Libia, partecipa alla creazione dell’Unione Sindacale Italiana (USI), nel novembre 1912, insieme a Giuseppe Di Vittorio e ai fratelli De Ambris. Sono anni, quelli antecedenti alla guerra mondiale, di grande fermento proletario. Corridoni è in prima linea durante la Settimana Rossa del 1914, venendo arrestato in seguito a violenti scontri di piazza a Milano. Assisterà dal carcere alla crisi di luglio e all’inizio delle ostilità europee: scarcerato in settembre, si schiera subito per l’intervento dell’Italia nel conflitto, opponendosi alla linea neutralista allora dominante, anche nelle classi subalterne. «La immane catastrofe in cui è piombata l’Europa ha fatto crollare come fragili impalcature di palcoscenico tutte le costruzioni ideali ed umanitarie che i popoli avevano eretto in quarant’anni di pace e di lavoro fecondo…Ma vi sono avvenimenti che scuotono la fede più cieca ed incrollabile: la guerra europea è uno di quelli. Noi non credevamo al tradimento dei proletari tedeschi ed austriaci: s’è consumato (…). I fatti ci hanno dato la più solenne smentita, e noi se non siamo dei caparbi, della gente che vuole avere ragione ad ogni costo, siamo in dovere di riconoscere che non vedemmo giusto, e siamo in obbligo quindi di riprendere in esame tutti i nostri piani di guerra per conformarli alle esigenze della mutata situazione».

Fonda, nonostante venga bollato come traditore da molti vecchi compagni, i Fasci d’Azione Internazionalista, confluiti in seguito nei più importanti Fascio d’azione Rivoluzionaria, diretto da Benito Mussolini, anch’egli divenuto interventista e direttore di un nuovo quotidiano, il Popolo d’Italia. La sinergia tra i due diviene sempre più forte, fino all’apoteosi delle radiose giornate di maggio 1915, in cui guidano, insieme a d’Annunzio, il fronte interventista al successo. Corridoni non esita, pur essendo malato di tisi, ad arruolarsi volontario, partendo nel luglio con i complementi del 32 Reggimento di Fanteria verso la zona di guerra. Scrive a Mussolini «Carissimo, fra pochi istanti partiamo per la linea del fuoco. Viva l’Italia! In te bacio tutti i fratelli delle battaglie di ieri sperando nell’avvenire». Smanioso di combattere, si fa trasferire in prima linea, partecipando all’assalto contro la famigerata trincea delle Frasche, vicino a San Martino del Carso. Cade difendendo la trincea dai contrattacchi austriaci, con un colpo di fucile in piena fronte. Il suo corpo non verrà mai ritrovato. Verrà premiato alla memoria di una medaglia d’argento, trasformata in medaglia d’oro da Mussolini nel 1923. Caduto nel 1915, Corridoni non potrà assistere ai futuri successi del suo sodale interventista, quel Mussolini che si approprierà della memoria e dell’opera corridoniana, affermando la figura di Corridoni come precursore e anticipatore del Fascismo. A tal proposito Malaparte dirà «I precursori e gli iniziatori del fascismo sono quelli stessi, repubblicani e sindacalisti, che avevano per primi sollevato il popolo contro il socialismo deprimente e rinnegatore ed avevano voluto ed attuato, con Filippo Corridoni, gli scioperi generali del 1912 e del 1913».

In effetti, Corridoni aveva definitivamente abbandonato il Partito Socialista nel maggio 1915, affermando in Piazza Duomo a Milano che «Il partito socialista e la Camera di Lavoro hanno firmato oggi il loro decesso: non risorgeranno più». E’ impossibile affermare, a posteriori, come avrebbe agito innanzi al fenomeno Fascista: alcuni suoi collaboratori divennero in seguito seguaci di Mussolini, altri invece si opposero con forza alla nascente dittatura delle camice nere. Quel che realmente interessa della vita e dell’opera di Corridoni è la totale dedizione alla causa della giustizia sociale e dei diritti dei lavoratori; totus rivoluzionario, seppe infiammare le fiacche masse italiane come pochi altri, dimostrando un’ars oratoria invidiata perfino da Mussolini; il suo esempio mostra al Mondo, ancora una volta, la singolarità del caso italiano rispetto alla sfida della modernità e della società di massa e industriale: antitetico al capitalismo, segue più George Sorel che Karl Marx, anticipando, tramite il Produttivismo Nazionale, la terza via fascista e il corporativismo di Spirito e Bottai.