Siamo negli Stati Uniti, negli anni Venti. Alle donne è sconsigliato fumare sia in pubblico che in privato. “Maschilisti, vergogna!” diremo noi, popolo roseo. Ma per fortuna nel giro di pochi anni gli americani hanno spezzato gli antichi pregiudizi sedimentati sul fondo della loro incoscienza patriarcale. Nel 1929, infatti, durante la marcia di Pasqua, dieci suffragette si presentano alla sfilata munite di sigarette accese. Le innalzano al cielo e le nominano “torce della libertà”. Un passo in più verso la parità dei sessi. Che lieto fine! Abbiamo però omesso il fatto che a mettere in piedi la vicenda è Edward Bernays, al soldo dell’American Tobacco company. Nipote di Freud e studioso di psicologia, Bernays è un esperto di comunicazione, propaganda e manipolazione delle masse. Una sorta di precursore dei moderni spin-doctor, considerato tra le cento persone più influenti del XX secolo. E’ stato lui a pagare le 10 ragazze (tra cui la sua segretaria) e ad avvisare giornalisti e fotografi della grande protesta. Vediamola così, da quel giorno l’American Tobacco company ha raddoppiato la sua base di consumatori.

Ora non si vogliono criticare in questa sede le rivendicazioni del sesso femminile, più che legittime, ma si tenta di capire brevemente la storia della strumentalizzazione che hanno subito a partire dalla nascita formale e ufficiale del movimento femminista, sorto come ramo di protesta dalla più grande mobilitazione borghese contro il Regime di Luigi XVI. Per analizzarne la portata dobbiamo però sfatare il mito della donna sempre oppressa, mito che sostituisce alla lettura della storia in termini di lotta di classe, una lettura in termini di lotta dei sessi. Di fatto nelle società primitive, o feudali e monarchiche, un contadino non aveva più diritti di quanti non fossero elargiti alla donna, perché non esistevano diritti ma ruoli, caratteri e doveri diversi, cui non si dava un giudizio di valore gerarchico. Lavorare nei campi non era più o meno dignitoso di filare la lana o di preparare il pasto. Il focolare domestico era una sinergia di funzioni e compiti diversi. La guerra virile era il contrappeso della maternità femminile; quando l’uomo distruggeva, la donna creava. L’uno non poteva esistere senza la differenza dell’altro. Per quanto riguarda invece le classi più elevate della società, non è credibile pensare che la donna sia sempre stata esclusa dall’ambito culturale o devalorizzata intellettualmente. Platone, nella Repubblica, non escludeva la donna – che peraltro poteva accedere all’Accademia – dalla carriera filosofica. Lo gnosticismo prevedeva alte cariche per le donne/sacerdotesse. Ipazia era a capo della scuola di Alessandria. I carteggi tra Elisabetta e Cartesio, tra Mme de Stael e Rousseau furono epistolari alla pari. La donna, certo altolocata, come doveva essere lo stesso uomo per accedere ai salotti e meritare il titolo di intellettuale, fu sempre presente all’interno del dibattito culturale Occidentale, moderando, organizzando incontri, relazioni, ma anche attività sovversive se pensiamo al ruolo dell’intellighenzia femminile durante il nostro Risorgimento. E’ vero, però, che durante il primo processo di alfabetizzazione dei Paesi europei, le donne delle classi meno abbienti accedevano in rarissimi casi agli studi superiori.

A risolvere le inclinazioni patriarcali della società borghese sono certamente le più giuste e fondate pretese femminili. Ma la creazione del femminismo, come movimento organizzato e istituzionale, ha frammentato le istanze rivoluzionarie. Mentre la dialettica della lotta di classe aveva come scopo il ribaltamento dei rapporti di forza, le proteste femministe creano un conflitto orizzontale, che non annette più la dicotomia sfruttatore/sfruttato a quella di padrone/operaio, ma a quella di uomo/donna, stravolgendo di fatto ogni progettualità rivoluzionaria che si rivolga alla verticalità della stratificazione sociale. L’emancipazione della donna non si attua ai margini delle leggi del mercato, o in un momento di sospensione di queste, ma nel momento di più alta espressione del principio liberale: in nome della parità dei diritti, dei ruoli, degli status, l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro ha obbligato l’uomo ad accettare condizioni subalterne di impiego per non essere sostituito, abbassando così l’asticella del costo del lavoro. Esercito di riserva del capitalismo, così come lo sono gli immigrati attuali, le donne che prima erano oppresse dal marito, ora lo sono anche dal datore di lavoro; prima dal giogo patriarcale domestico, ora dalla precarietà. E in definitiva, quali sono i risultati di questo affanno, se lo status quo è ancora invariato, la parità tra ricchi e poveri è ancora un’illusione, l’ugualitarsimo è sempre astratto, e le disuguaglianze non le creano i sessi ma il conto in banca? La donna non ha ribaltato i rapporti di forza, ne è diventata vittima, schiava anch’essa – salvo casi elitari, al pari della situazione maschile – come l’ultimo degli operai e degli impiegati, della violenza dei modi di produzione (in fabbrica o nei servizi), della flessibilità, del precariato, del part-time e adesso che in Parlamento c’è la quota rosa – emblematica dei pochi risultati effettivi del femminismo – cosa è cambiato? Cosa cambia se a sfruttare sono i padroni o le loro mogli? Anzi, peggio, l’ipocrisia è che la donna è esclusa, invero, dai posti di potere. Dice Zemmour: “da vent’anni a questa parte vi è un aumento della presenza delle donne nella vita politica. Tuttavia, parallelamente, il potere si evapora dalla politica. Guardate, nei contesti in cui si situa veramente il potere, non ci sono donne. Nella finanza la loro presenza è infinitesimale, è marginale”.

Oppressa nel mercato del lavoro la donna è divenuta l’uomo perfetto, mentre l’uomo, androgino e molle, nell’atto permissivo del consumo è la donna perfetta: usa cosmetici, prodotti di bellezza, si depila. A questo punto il femminismo sembra una gigantesca operazione ideologica di marketing, operante nell’esclusiva sovrastruttura (indifferenziazione dei sessi, intercambiabilità dei ruoli e degli status), per incentivare concettualmente la devalorizzazione della maternità, del parto, dell’essere madre, della femminilità (una differenza antropologica spacciata per culturale che deve essere annichilita) per rendere la donna l’operaio perfetto da sussumere nella forma del mercato. Le conseguenza attuali sono l’indisponibilità della coppia alla procreazione, che intimorisce, che ostacola il successo, la carriera e l’indipendenza. La gravidanza è un privilegio delle classi sociali più agiate, a discapito delle famiglie meno abbienti che devono ritardare continuamente la maternità in attesa di una incerta stabilità economica. I figli sono diventati un lusso per i ricchi, per i gay tramite la fecondazione eterologa e per le donne in menopausa che hanno rinviato troppo a lungo il desiderio intimo di un figlio, ma che adesso vogliono togliersi il capriccio, e possono amabilmente comprarlo nei giganti reparti delle cliniche specializzate diffuse in tutti i Paesi del terzo mondo. La maternità surrogata sarà la nuova maternità Occidentale. Il mercato dell’Utero è già valutato per più di 6 miliardi di dollari. E’ il nuovo business delle élite dei Paesi in via di sviluppo, ben accolto dai capricci dell’Occidente in menopausa. Affittare l’utero, ci diranno, è femminismo!