Il 22 aprile 1986, a Chicago, si spegneva Mircea Eliade. Aveva appena pubblicato in francese una raccolta di saggi, Spezzare il tetto della casa, poi tradotto per Jaca Book, come buona parte delle sue opere. Ad onta delle varie critiche – spesso scientifiche, spesso no – mosse al Nostro, a tre decenni dalla sua scomparsa il suo pensiero è più vivo che mai: stanno a dimostrarlo le continue ristampe dei suoi testi, ma anche le nuove opere edite in italiano, che coprono tutto l’arco della sua produzione, dalla narrativa alla saggistica, dalla diaristica al teatro. Il suo pensiero è un’autentica oasi in quel deserto di strutturalismi, decostruzionismi e pensieri deboli, post, neo e via discorrendo, che imperversa oggi. Forse il merito più grande dello storico delle religioni romeno è stato di avere preso il sacro sul serio. Questa la sua eredità, che è compito degli studiosi approfondire e meditare.  Secondo lui il sacro è la categoria fondamentale delle civiltà: non è una sovrastruttura, come vorrebbe un certo materialismo dialettico, non nasconde un sostrato economico o sociale, ma al contrario, li fonda. Tutto il reale è leggibile come ierofania, manifestazione del sacro, della sua potenza: cratofania. Non c’è ambito che non lo sia, nelle civiltà arcaiche. E il sacro è anzitutto collegato al problema del tempo (autentico suo chiodo fisso, che compare anche in molta sua narrativa, da Un’altra giovinezza al recentemente pubblicato Dayan). Attraverso il rito, scrive in quel capolavoro che è il Trattato di storia delle religioni, l’uomo viene reintegrato nell’illud tempus, nel tempo senza tempo precedente la caduta nella storia. Un tempo che però non è confinato in un lontanissimo passato ma che è contemporaneo a tutte le epoche, e che spetta al rito riattualizzare. Solo così l’uomo può incontrare la propria essenza più profonda.

Il rito, il mito, il simbolo: ecco le chiavi che schiudono l’accesso ai tesori dell’antichità e delle culture “altre”. Altro che Lévi-Strauss… Nelle civiltà arcaiche tutto è rituale, tutto è eseguito a regola d’arte, in conformità con l’ordine cosmico (ars, ritus, rta: dove i concetti vacillano, le etimologie sono inequivocabili): la costruzione delle città come l’edificazione delle case, le nascite come le morti, le unioni come le separazioni. Ogni cosa, ogni azione è sacrificio, restituzione agli dèi di ciò che l’uomo ha profanato. Tutto è rituale, ogni azione umana: ogni esistenza si rinnova continuamente, reintegrandosi nella ciclicità del cosmo, ripetendone la genesi. Ogni vita, scrive Eliade, è infatti una lunga e ininterrotta catena di morti e resurrezioni iniziatiche. Con l’uomo, ogni volta, muore e risorge l’universo intero. Da qui anche la funzione fondamentale del mito, modello esemplare (su cui ha scritto pagine indimenticabili Gian Franco Lami), precedente autorevole che garantisce la continuità nell’avvicendarsi delle generazioni e delle ere.

L’archeologia simbolica di Eliade non manca tuttavia di considerare il presente, il nostro mondo. Lo storico delle religioni si cimenta in una lunga analisi comparata (che proseguirà anche il suo allievo, Ioan Petru Culianu, autore di un pioneristico studio su di lui, assassinato in circostanze assai misteriose a Chicago, all’inizio degli anni Novanta). Nel mondo moderno, il sacro non scompare affatto. Al massimo può mutare forma, nascondersi: nella creatività, ad esempio. Viene da sorridere, addirittura, sentendolo parlare di modernissime correnti che trarrebbero energia da componenti mitiche pre-moderne, come la psicanalisi freudiana, anticipata dalla psicologia dello yoga… Il sacro risorge nella scrittura, nelle produzioni dello spirito: addirittura, le ultime pagine di Mito e realtà designano la letteratura fantastica come erede degli antichi miti. Ogni scrittura è mitopoietica, anche quando risolutamente lo nega. Ogni letteratura è fantastica, aveva confessato Jorge Luis Borges negli anni Quaranta, persino quella iperrealista, che vorrebbe sezionare la realtà con il bisturi dello scienziato. Alla saggistica Eliade accosta un’intensa produzione narrativa. Li chiama i due lati, diurno e notturno, della sua attività. Ciò che non riesce a comunicare con la prima emerge nella seconda. Da questo scambio nascono capolavori come Notti di Serampore o Il segreto del dottor Honigberger, autentiche sospensioni del principio di realtà, magnifiche celebrazioni dell’immaginazione creatrice. A proposito dei quali dirà: «Io credo alla realtà delle esperienze che ci fanno uscire dal tempo e dallo spazio». Lo faceva uscire dal tempo anche la musica, specie quella di Bach. Mettendosi a scrivere, nell’avvicendarsi di trame e personaggi Eliade cerca lo straordinario nell’ordinario, il metastorico nello storico. Cerca il Grande Incontro, come l’aveva definito Jünger nei suoi Avvicinamenti, rassegna di esperienze estatiche legate agli stupefacenti (la prima parte della quale è dedicata, non a caso, proprio a Eliade, con cui aveva diretto per più di un decennio la rivista «Antaios»).

Un occhio rivolto al passato, uno fisso sulla modernità, rea di aver distrutto l’immaginazione, decimato la fantasia, relegandola a una specie di costruzione al di là del mondo, buona solo per chi non sa stare con i piedi per terra. L’opera di Eliade ci ricorda che il tempo storico non esaurisce affatto ciò che siamo, ma che è sempre possibile nelle nostre vite l’irruzione dell’Altra Realtà. Guai a chi afferma che la storia non ha altra dimensione che quella materiale. Guai a chi vede il tempo come lineare. Eliade ha coniato una splendida definizione per descrivere il nostro tempo: è il «terrore della storia», la condizione di chi rinuncia a leggere passato, presente e futuro con un occhio metastorico. Senza un riferimento superiore, allora, le crisi non sono più viste come delle prove ma come dei drammi fini a sé stessi. Laddove cessa un’indagine simbolica sulla storia, essa diviene una collazione di tragedie. Da qui la sua esplorazione del passato dell’Europa: un abisso scompagina la storiografia che noi tutti conosciamo. Mettendosi alla ricerca delle radici europee, scopre che sono molto più profonde di quel che ci hanno raccontato, più antiche della cultura greca e di quella romana, radici che, come racconterà a Claude-Henri Rocquet, «ci rivelano l’unità fondamentale non soltanto dell’Europa, ma anche di tutto l’ecumene che si stende dal Portogallo alla Cina, dalla Scandinavia a Ceylon». Un metodo analogo a quello di René Guénon, che lesse e non mancò di criticare, ma soprattutto di Julius Evola, con il quale mantenne una fitta corrispondenza. Dalle radici al futuro: Eliade fa un sogno terribile, che racconta nei suoi diari. Due vecchi muoiono, in silenzio, l’uno accanto all’altro. Con loro scompare un mondo, in un silenzio colpevole. Ne è terrorizzato: si ritira in una stanzetta, inizia a pregare. Gli rimbomba nelle orecchie una sentenza terribile, l’oscuro mantra del XX secolo: «Se Dio non esiste, tutto è finito, tutto è assurdo». Se l’esistenza non è più legata a qualcosa che la trascende, non rimane che il nulla, il nichilismo compiuto. Ma Eliade ci vede anche qualcos’altro: la scomparsa di un’eredità. Quel che è accaduto ai due vecchi potrebbe un giorno avvenire anche all’Europa. Una perdita terrificante. Le bombe atomiche a distruggere le biblioteche, la tecnica al servizio della barbarie denunciata da Jünger nei suoi libri La pace e Le scogliere di marmo… «Il grande delitto contro lo spirito» confida sempre a Rocquet. Se la Terra cessa di essere tempio, diviene un macello.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale sceglie l’esilio. Dopo anni di servizio diplomatico a Londra e Lisbona, il suo daimon lo conduce altrove. Francia, Stati Uniti. La sua patria? La lingua romena: «Per ogni esiliato, la patria è la lingua materna che continua a parlare». La prolificità della migrazione romena nella prima metà del XX secolo è ancora tutta da raccontare: Eliade, Cioran, Eugen Ionescu, Vintila Horia… Per lo storico delle religioni – lo scriverà in uno dei suoi ultimi racconti, All’ombra di un giglio – l’esilio non è una condizione semplicemente politica, ma molto di più. Un viaggio verso l’ignoto, che però perde le sue fattezze misteriose se analizzato da un punto di vista diverso, al riparo dal terrore della storia di cui abbiamo già detto: «In qualsiasi posto c’è un centro del mondo. Una volta in questo centro, siete a casa vostra, siete davvero nel vero sé e al centro del cosmo». Lo stesso esilio ci aiuta a capire che il vero centro non si esaurisce nella geografia ma risiede in una dimensione più che materiale. Il simbolismo del centro di cui ha parlato nel Trattato l’ha vissuto personalmente, lui.

Quel simbolismo che potrebbe aiutare anche noi, uomini d’inizio millennio, a porci al riparo dai brutti scherzi della storia. Questo il messaggio di Eliade, ciò che di lui è vivo dopo trent’anni.