Mettiamoci l’anima in pace: non sono i critici a stabilire la direzione della poesia, ma i poeti. E nonostante oggi critici e poeti spesso coincidano, un’idea di che cosa sia definitivamente la poesia contemporanea non ce la siamo ancora fatta. Tuttavia, al di là dei nostalgici e rassegnati sostenitori della morte del verso, disturbati dal decadimento dell’editoria, dall’assenza di linee comuni e dal fatto che non ci sia un millenial che assomigli a Pound o a Pasternak e al di là dei pessimisti che gridano che non esiste una vera poesia contemporanea, che non vi siano più i poeti, questo no, non lo affermiamo.

Li leggiamo sulla carta stampata, li leggiamo online, alcuni li vediamo esibirsi – lirici, post-poeti, ricercatori, performer… Li scoviamo con difficoltà perché l’editoria indipendente fatica a farli emergere, perché i lettori di poesia o sono molto esigenti o scarseggiano, perché spesso fanno parte di una nicchia irraggiungibile di adepti e forse perché troppo sovente li ascoltiamo, stufandoci, nei loro comizi mentre fanno critica e parlano di se stessi, prenotando uno dopo l’altro il turno per discutere in belle aule di mogano, citando i versi del collega che ha appena lasciato la cattedra e si è seduto in prima fila tra il pubblico, protagonisti e spettatori a un tempo.

Celebre foto di Ezra Pound scattata nel 1958 da Richard Avedon Rutherford nel New Jersey

Ci chiediamo chi siano costoro e chi siano i loro lettori. E ci chiediamo: da dove vengono? Chi li filtra? Li filtrano il loro pubblico, gli addetti al lavoro, gli accademici, i lettori di appassionati (o, perlomeno, colti), i critici e gli altri poeti. Peccato che sovente i poeti oggi siano anche accademici, critici e lettori colti. Non ci dà fastidio la critica e anzi non vogliamo accusare costoro di eccessiva autoreferenzialità. Carmelo Bene, che fece dell’odio dei critici una vera professione, sputava addosso ai critici perché non sapevano cosa significasse salire su un palcoscenico, perché parlavano di poesia e non erano poeti, parlavano d’arte e non erano artisti.

Almeno questi critici scrivono o salgono su un palco! Ma li conosciamo? Sappiamo perché sono lì? Il pubblico non sa sempre rispondere e la poesia vive quindi due estremi: una certa solitudine ricercata, da una parte, e la mole di produzione poetica degli scriventi poesia (per effetto del fatto che molti di coloro che leggono, oggi, scrivono anche). «Tutti sono poeti, anche gli imbecilli!» gridano alcuni amanti delle lettere. «La poesia è un mondo troppo elitario!» gridano altri. In mezzo stanno tutti coloro a cui della poesia contemporanea non importa un bel niente. Anche per costoro si giudica importante fare chiarezza sulla poesia contemporanea diventa una necessità per chi voglia rispondere alla domanda: chi è il poeta contemporaneo? O ancora: esiste una cosa che si chiama poesia contemporanea? Cerchiamo di intravedere, almeno, qualche parziale linea-guida.

Partiamo da una premessa: domande simili negli Ottanta e Novanta erano domande che sussurravano davvero in pochi. È nel corso dei Duemila che la questione viene posta di nuovo, che rinasce la discussione. Ciò significa che per almeno vent’anni il dibattito è rimasto in uno stato nebuloso. Una cosa però è rimasta da quella nebbia: il disinteresse dei più a porre la faccenda. Non i lettori, non i poeti, bensì tutti coloro che fanno cultura nei modi più vari e non si interessano affatto di poesia. Tutt’ora non si sentono filosofi che parlano di poesia, non si sentono sociologi, antropologi, storici. Si sentono anche accademici del mondo delle lettere affermare che il loro interesse per la poesia è pressoché nullo e nelle discussioni colte si dimostra magari di conoscere la scena cinematografica contemporanea, si va a teatro o a un concerto neanche troppo scontato, ma non si dice nulla di poesia contemporanea.

D’altra parte questa tendenza non è un’invenzione degli anni Ottanta, ma si protrae nel passato. Quale consideriamo un ultimo vero libro di poesia noto alla maggior parte tanto da averlo sempre sulla bocca? Quando ero ragazzino Rimbaud e Baudelaire accontentavano tutti, ma Rimbaud e Baudelaire non hanno nemmeno intravisto una guerra mondiale. Forse in Italia la faccenda ritarda un po’. Gli esempi che ricordiamo della perdita di valore – sociale almeno – della poesia risalgono già ai crepuscolari e a quel Gozzano che rifiutava d’essere poeta di fronte alla signorina di campagna, la Felìcita che aveva un placido mercante per padre. Con sinuosità più o meno complesse questa perdita si distende fino agli albori degli anni Ottanta e quella data che spesso ricordiamo come spartiacque, il festival di Castelporzano del 1979, che qualcuno non ebbe torto a definire uno psicodramma collettivo: trentamila presenti, alcuni tanto infervorati da apparire in pubblico nudi, sul palco che poi collasserà nomi “insignificanti” quali quelli di Borroughs, Ferlinghetti, Ginsberg, Baraka. Qualcosa insomma ad un certo punto, nei Settanta, deflagra definitivamente e non rimane che la dispersione. Una delle ultime vere antologie di poeti prima di questa deflagrazione viene ancora utilizzata nelle aule universitarie ed è quella di Pier Vincenzo Mengaldo.  

Guido Gozzano nel 1912

Quei critici e quei poeti (o, ancora, poeti-critici) di cui sopra sono alcuni tra i protagonisti forti di questa rinnovata discussione. Di questa discussione vi è un abbozzo almeno in due recenti lavori, uno di Paolo Giovannetti, La poesia italiana degli anni Duemila, e l’altro di Gianluigi Simonetti, La narrativa circostante, a meno che non si scavalchi l’orizzonte critico per addentrarci direttamente nei luoghi eterei in cui la ricerca poetica pulsa, come Gammm o Ex.it o alcuni tra i più autorevoli blog letterari italiani.

La ricerca, intesa non solo come poesia di ricerca ma come scrittura poetica tout court, si fa invece un po’ dappertutto: sui libri, online, in teatro, nei locali e nei caffè, per strada, nelle università e nelle aule da conferenza, sui muri delle città. Notevoli lavori antologici vengono fatti ad esempio, per citare un nome, nei Quaderni italiani di poesia contemporanea, editi da Marcos y Marcos.

Jean-Marie Gleize

Le questioni sono tante, troppe, e spesso confuse. Giovannetti, il cui tentativo assai meritevole è quello di tracciare delle linee-guida e di differenziazione chiare all’interno del panorama poetico odierno, costellandole anche di riferimenti testuali, esordisce nel suo bel libro parlando di lirica. Giovannetti è da sempre uno studioso acuto e lucido: non deve suonare strano che cominci proprio dalla lirica. Una delle grandi divisioni che animano il dibattito odierno riguardano infatti proprio la lirica, categoria plurimillenaria (tanto che molti considerano la parola come un sinonimo stesso di poesia) che oggi viene messa da molti in discussione tanto da dare vita a una sorta di manicheismo, lirica e antilirica.

È in questo contesto che si inserisce ad esempio la presenza del nome di Jean-Marie Gleize, un nome in Italia molto pronunciato e a cui si deve nientedimeno che la nozione di post-poesia. Sembrerebbe tuttavia che se, come dice Giovannetti, chiamarsi poeti lirici non è insulto negli anni Duemila, chiamarsi post-poeti talvolta lo è. Ad esempio, l’amato (od odiato) Lello Voce, nomen omen, il baluardo italiano del versante orale e performativo della poesia, non apprezza affatto definirsi post-poeta – così ha detto almeno in una recente intervista. La lirica d’altra parte continua ad essere checché se ne dica la poesia par excellence, e nonostante gli anni di intensa ricerca, nonostante il soggetto non se la sia passata bene durante il secolo scorso, la lirica rappresenta ancora duemila anni di tradizione poetica che trent’anni di post-poesia non hanno le armi (e forse la fibra) di cancellare. Entrate in libreria e andate nella sezione “poesia”: la maggior parte della poesia che troverete, nonostante ogni avanguardia o neoavanguardia, è lirica, e questo al di là di ogni giudizio. Citiamo, per andare oltre, una bella poesia di Mario Benedetti, del 2004:

Stamattina il cielo batte la mano del temporale,
l’uomo delle cambiali è venuto a farci stare qui solo per
[guardare
chi può venire sulla porta a fare un grande rumore.
Le nuvole mangiano l’infinito,
mandano al gabinetto tutto lo sguardo. Annina,
è nel rivo di fango il bastone diritto che ricorda la tua casa.
Ha una volta il tetto di lamiera
con i muri grossi, e una volta solo i fiori con Silvio che
[parla.
Nella strada le ombre vanno sotto l’asfalto,
si cercano i bambini nei tubi di cemento della fognatura
[nuova.
Dietro gli scuri grida la lingua dei genitori. Dietro gli scuri
la carne delle bambine ha avuto un cortile pieno di rondini,
le teneva la terra, non so come dire, la sabbia e l’erba.
Il terremoto improvviso
come il morto che viene alla spalla per farci sentire
improvvisa la luna, la luna, la luna.

 

Mario Benedetti, In fondo al tempo

Mario Benedetti

L’oltre la lirica contemporaneo non ha una direzione univoca. Al di là della nozione di post-poesia, l’oralità appena citata è ad esempio una direzione intrapresa (e anche di successo): la poesia performativa, l’improvvisazione, lo slam. Per quanto riguarda invece la parola scritta o digitata, le strade sono le più svariate e tutto si concentra perlopiù in operazioni di straniamento (ad esempio, la deformazione del soggetto in senso assurdo). L’opposto, per così, dire “avanguardistico” della lirica va a defluire in quel serbatoio che conosciamo come poesia di ricerca, dove un’importanza fondamentale è data ad esempio all’aspetto visivo, di design, un’altra dal lavoro di patchwork, di assemblaggio, tutti aspetti che giocano nelle maniere di più varie per creare molto spesso effetti di deterritorializzazione. In molti casi l’intervento è rivolto alla logica del discorso, alla coerenza sintattica e al senso, per fare venire meno queste logiche e decostruirle (l’asintattismo è un caso emblematico).

La poesia di ricerca – è oltremodo impossibile stilarne una mappatura in poche righe – ha il merito di espandere (o di farci avvedere della vastità) delle possibilità della poesia, anche come mezzo e anche nei mezzi. Quest’ultima osservazione è avvalorata da alcune pratiche assai avanguardistiche come quella del googlism, del flarf, tipiche negli USA, o dei sought poems, che fanno un utilizzo davvero incredibile della Rete e dell’informatica, dei suoi mezzi, dei suoi luoghi e dei suoi linguaggi con fini di ricerca poetica. In Italia, riguardo a questo, non si può non nominare le sperimentazioni di Ex.it.

il nome proprio ― in breve ― il nome
proprio si beve ― un luogo ― nessun in-
dizio ― sei chiuso in un liquido chiuso ―
se parli nessuno può sentire ― potevi an-
dare al mare ― tra l’acqua e la luce ― un
vetro ― sei tu fino a che non lo dici 


grado per grado ― sei dentro ― ti stai be-
vendo dentro ― fuori ― non ci somiglia ―
è un fatto ― non fa finta ― cresce ―
aumenta di fiato ― sei tu ― nessuno può
sentire ― affiora ― così potrai soffiarti ―
affiora una linea incrinata ― non segna ―
non separa ― tu pensi di essere un sogno […]

 

Giulio Marzaioli da Moduli di prima fase, 2010

Giulio Marzaioli

Non da ultima una critica alla poesia come mezzo criptico e sibillino per la veicolazione di contenuti. Ci ricolleghiamo in parte al nostro discorso d’esordio: spesso il fatto che la poesia debba essere veicolata da critici o accademici e che il lettore non sia autonomamente in grado non solo di comprenderla, ma addirittura di conoscerla (si pensi ad alcuni casi estremi dell’appena citata poesia di ricerca o, più semplicemente, alla poesia in prosa o al rap, dove elementi come la versificazione o comunque fattori di “poeticità” determinanti vengono celati), complica ulteriormente il campo.

In Italia questo versante ha ed ha avuto come protagonista la cosiddetta prosa in prosa (altra coniazione gleiziana) e autori come Bortolotti, Giovenale, Inglese, Zaffarano, Broggi, Raos. La prosa in prosa è, per così dire, un’estremizzazione della poesia in prosa: se la poesia in prosa è in grado di celare il poetico, la prosa in prosa tenta di negarlo pur non trasformandosi in narrativa. Si sottolinea qui l’importanza della cosiddetta letteralità cioè, come dice Giovannetti,

una dimensione testuale priva di ogni trascendenza, di ogni implicazione che non sia la pura scrittura, il puro allinearsi dei segni neri che diciamo “parole”. È come se le parole ormai contassero più per i loro legami sintattici fine a se stessi che per la capacità di produrre significato.

Il prato non sorprende. Ma i suoi confini sono di difficile determinazione. Puoi cominciare da un’immagine. Una delle “immagini interne”. Quelle che si presume tu custodisca nella testa. Un buon residuo di tanti ricordi, ad esempio, traversato da sovrapposizioni, angoli o sfondi, che appartengono invece a sogni. (Ma forse hai solo sogni di praterie, o di sabbia, o di rocce con qualche cespuglio spinoso.) (Forse hai pochissimi ricordi, solo quelli che non hai potuto cancellare, e non sedimentano immagini di prato, ma di pavimenti, piastrelle o marmo o legno. Pavimenti con confini precisi, muri intorno e porte, solitamente chiuse.) Servirebbe un’immagine, prima che ad avvicinarlo sia la parola. Oppure una fotografia, di cui sia facile amputare la sagoma o l’ambiente umani, per ritenere una striscia breve, di sola erba, di erba su erba, un cominciamento di prato. A mediare ancora un personaggio, stavolta una donna se l’altro, il precedente, era uomo. Che ti accompagna ancora a fissare la stessa stampa, tenuta contro la parete da due puntine di metallo. È una riproduzione dell’Annunciazione di Beato Angelico. Lei dice che non guarda mai le due figure umane, l’angelo e la vergine. Dice che non le ha ancora mai guardate, e neppure l’interno della loggia. Dice ogni volta, tenendomi per il polso, che solo l’erba la interessa, “questo lembo di prato, vedi? – mi ripete – come s’infila sotto la palizzata, quante specie di fiori ed erbe tu ci vedi?”. E pretende una risposta, che tu non sai darle, che non vuoi darle, e che lei, comunque, non vorrebbe sentire. È del suo stupore che si tratta, non dell’enumerazione precisa ed erudita delle specie.

Andrea Inglese, Prato n° 18 (olio su tela), 2009