In una lettera datata 1933 indirizzata a Carl Schmitt per congratularsi della fortuna dell’opera Il concetto del politico giunta alla terza edizione, Martin Heidegger si felicitava col grande giurista per aver citato il Frammento 53 di Eraclito: Conflitto, di tutte cose padre, di tutte cose re, alcuni foggi dei, uomini altri, servi alcuni, altri liberi fece. Oltre a mostrare apprezzamento per non aver tralasciato alcun termine del frammento ed in particolar modo la parola Basileus (re), il filosofo tedesco ammise di aver in serbo da anni una sua particolare interpretazione del breve scritto eracliteo: un’interpretazione, a suo modo di vedere, intrinsecamente collegata al concetto di Verità. Al contempo, però, Heidegger rivelò a Schmitt di essere egli stesso nel mezzo di un conflitto e che ogni progetto letterario avrebbe in quel momento assunto importanza secondaria.

Martin Heidegger

Martin Heidegger

Appare da subito evidente che nel frammento eracliteo col termine pòleimos (conflitto) non si intenda esclusivamente il conflitto armato (il gihad inferiore o esteriore nella tradizione islamica) ma anche e soprattutto un conflitto interiore (il gihad superiore) volto al perfezionamento dell’essere umano per renderlo veramente uomo e dunque sempre più vicino al divino. Così, per Heidegger questo conflitto altro non era che quel travaglio dell’io che lo porterà a ciò che egli stesso definì come un corpo a corpo col proprio sé, ad abbandonare l’insegnamento per diversi anni ma anche, successivamente, a produrre le sue più importanti opere mature: il Nietzsche e Sentieri interrotti. Alla pari di Heidegger che individuava nell’Einkehr (raccoglimento) il primo passo lungo la via del Ruckker (ritorno) come unico cammino filosofico percorribile in un’età in cui la metafisica è stata pervertita nella sua anti-essenza, l’Imam Ruhollah Khomeini riconosceva come l’introspezione e l’autoriflessione fossero le condizioni essenziali dell’inizio della lotta interiore e l’ascensione verso Dio. Secondo l’Imam, l’autodisciplina, la contemplazione e l’autoanalisi erano i prerequisiti per ogni cercatore della Verità che combatte contro il proprio sé nel suo viaggio spirituale verso la via del “risveglio” (yaqzah).

Nella prospettiva dell’Imam, erede diretta della più genuina tradizione sciita e del suo irfan che ha in Molla Sadra una delle sue figure centrali, l’uomo è una meraviglia che possiede due vite e due mondi entro una sola esistenza: la vita del mondo esteriore (associata al corpo) e la vita interiore (associata all’occulto ed al mondo interiore o superiore). Alla realtà del mondo superiore o celestiale, che consiste di diversi gradi e livelli con differenti schiere di “guardiani”, appartiene la sua anima. La schiera relativa alle potenze divine e intellegibili attira l’uomo verso il sublime e lo spinge verso gli atti della virtù. Ma c’è anche una schiera di guardiani ignobile e satanica che attrae l’uomo verso le realtà più basse delle tenebre e dell’infamia. Queste due differenti schiere sono in uno stato di perenne scontro. Uno scontro che riflette anche l’ancestrale natura dualistica del logos iranico. Quando le forze del bene prevalgono l’uomo diviene un essere virtuoso e benedetto che, raggiungendo la stazione elevata degli angeli, si ricongiunge all’Essere, alla realtà unica, a Dio.

Ruhollah Khomeini

Ruhollah Khomeini

La verità metafisica fondamentale è costituita dalla sentenza “l’Essere è”. Ed in termini metafisici ciò che esiste in realtà è propriamente l’Esistenza. Tutto esiste per mezzo dell’Esistenza mentre l’Esistenza esiste in se stessa e il nulla non potrebbe aver alcuna presa su di Essa. E l’Esistenza è una realtà unica, non è pura astrazione, e si oppone all’idea unica di nulla. Ogni idea unica non può che riferirsi ad una realtà unica. L’Esistenza è quindi una realtà unica. Tuttavia, l’Esistenza, alla pari della luce che si presenta talvolta sfolgorante, talvolta come lumicino, si manifesta sotto diversi gradi e aspetti che sono comunque modulazioni diverse della sua unica realtà. L’Esistenza è l’Essere assoluto e necessario, causa della causa. La verità metafisica “l’Essere è” tradotta in termini teologici si trasforma infatti in “Dio esiste”. E l’autentica prova di Dio è attraverso Dio solo. La ricerca dell’Essere è ciò che ha contraddistinto gli sforzi intellettuali sia di Martin Heidegger che di Ruhollah Khomeini.

Il grande iranista Henry Corbin riconobbe come vi fosse continuità e non rottura nel percorso intellettuale che lo indusse ad abbandonare il campo della filosofia occidentale (ed in particolar modo gli studi heideggeriani) per abbracciare quello della teosofia islamica. Di fatto, dal suo punto di vista, esistevano evidenti corrispondenze tra la teosofia islamica e l’analitica heideggeriana. E non è un caso se Khomeini abbia spesso ribadito la complementarietà tra filosofia e gnosi. Ora, secondo Corbin, la filosofia heideggeriana forniva la chiave ermeneutica per la comprensione della filosofia trascendentale. La filosofia occidentale, al contrario di quella orientale, ha percorso un sentiero erroneo che l’ha portata a confondere l’Essere con gli Enti ed a trasformarlo in qualcosa di utilizzabile e manovrabile al posto di lottare per scoprire la sua realtà fondamentale al di là della constatazione empirica delle sue manifestazioni. Da qui nasce lo “sforzo” filosofico heideggeriano (la corretta traduzione del termine arabo gihad è proprio sforzo) per riposizionare la filosofia occidentale nella sua corretta dimensione metafisica: il logos puramente apollineo della grecità classica fondato su quell’idea di verticalità e gerarchia il cui annichilimento moderno ha condannato l’uomo al relativismo ed al nichilismo.

Martin Heidegger

Martin Heidegger

La civiltà della tecnica ha il nulla a suo fondamento. Ma la tecnica è metafisica in se stessa: è un atto artificioso del pensiero occidentale che ne ha determinato il suo stesso suicidio (la distruzione del legame tra uomo, natura e cultura). L’uomo universale pensato dalla civiltà della tecnica non ha niente di umano in quanto questa è fondata sulla distruzione di tutto ciò che di umano vi è in noi. È un essere trasformato in macchina che vive un’esistenza inautentica. Per questo motivo l’Imam Khomeini poneva spesso l’accento sulla necessità di essere veri uomini di fronte a quei colonialisti occidentali la cui ingerenza culturale ed economica nell’Iran pre-rivoluzionario stava condannando il popolo a quella stessa inautenticità.

Non vogliono che torniamo a essere umani – affermava l’Imam – perché degli esseri umani hanno paura; se ne trovano uno, di uomo, lo temono […] Per questo ogni volta che hanno trovato un vero uomo lo hanno ucciso, imprigionato, esiliato o ne hanno infamato la reputazione.

Da qui deriva l’idea dell’atto rivoluzionario come evento/frattura spazio-temporale capace di riportare l’uomo a quell’istante pre-metafisico precedente proprio alla distorsione della metafisica nell’anti-metafisica della dismisura e della calcolabilità proprie della civiltà della tecnica. Un evento capace di rovesciare totalmente la prospettiva di quel Dasein (Esser-ci) europeo che aveva scelto di non essere. Mentre nell’ottica khomeinista la Rivoluzione assume il suo reale significato come re-evolutio: come ritorno alla tradizione che, liberata da ogni perniciosa influenza esterna, ristabilisce la perduta connessione tra ordine fisico e dimensione del sacro. È evidente come tale processo coincida con il Ruckker heideggeriano. La Rivoluzione assume il valore di un atto politico che origina da una profonda riflessione intellettuale e spirituale e dalla negazione di ciò che nega: il nichilismo dell’Occidente.

Il filosofo tedesco, spesso definito come il più creativo pensatore religioso del XX secolo, sottolineava la stretta connessione tra ermeneutica e teologia. L’ermeneutica è la chiave di comprensione dell’esoterismo nei testi sacri. La ricerca del vero (alitheia) è un togliere fuori qualcosa di nascosto, di occulto. E la ricerca della Verità corrisponde alla “cerca” dell’Imam occultatosi nella tradizione sciita ed alla preparazione all’evento della sua Parusia. Ermeneutica corrisponde al termine arabo tawil che a sua volta deriva dal vero awwala: portare qualcosa indietro alle sue origini, al suo significato archetipico. Ed è questo il significato del ritorno heideggeriano.

Ruhollah Khomeini

Ruhollah Khomeini

Se Heidegger non influenzò direttamente il pensiero dell’Imam saldamente ancorato alla tradizione sciita ed all’esempio del suo maestro Mohammad Ali Shahabadi che definì Reza Shah come un mulattiere che si è opposto al Corano ed all’Islam, la sua elaborazione teorica trovò un’ampia eco in molti circoli intellettuali iraniani e tra diversi pensatori che incisero in modo determinante sul processo rivoluzionario come Ahmad Fardid e Ali Shariati. Proprio Shariati affermò:

è stato Heidegger ad affermare che diventiamo parte di ciò che conosciamo e, inoltre, l’unica nostra speranza di essere salvati da questa intossicazione occidentale e da questa malata modernità è comprendere il vero spirito dell’Occidente.

Molti di questi pensatori trovarono in Heidegger l’ispirazione filosofica per confrontarsi, rimanendo saldamente ancorati alla propria tradizione, con l’imposizione della modernità occidentale all’Iran. E questi pensatori si concentrarono in particolar modo sul problema dell’esistenza inautentica.

La riflessione sull’Essere nasce dal rapporto dell’uomo tra spazio e tempo. Il Da del Dasein (il – ci – dell’Esser-ci) indica allo stesso tempo una dimensione spaziale e intellettuale. Questo è il punto dove si trova il nous: l’anima o l’intelletto, la radice più profonda dell’essere umano. Essere umani significa in primo luogo pensare. La conoscenza dell’Essere è riservata agli esseri umani che, però, esistono in modi differenti a seconda di come ognuno di loro (anche in termini di persona collettiva o sinfonica – dunque come popolo/ethnos – secondo la fortunata espressione del linguista russo Nikolaj S. Trubeckoj) attualizza/realizza le possibilità che ha in se stesso e stabilisce una specifica relazione col mondo. Non esiste un unico ed universale sistema di pensiero. Ed il processo del pensiero è intrinsecamente collegato alla cultura che per sua natura è sempre etnocentrica.

Ali Shariati

Ali Shariati

Ne consegue che l’inautenticità si esprime nella perdita della propria identità dovuta all’imposizione di modelli filosofici estranei. Questa era l’idea alla base del concetto di gharbzadegi (intossicazione da Occidente) elaborata dagli intellettuali iraniani pre-rivoluzionari. La lotta contro l’imposizione della modernità occidentale all’Iran fu una delle cause principali del processo rivoluzionario che portò alla nascita della Repubblica islamica. La modernità non ha nulla a che fare con la contemporaneità. Questo è un mero modello civiltà. E nella contemporaneità permangono società di tipo tradizionale di cui alcune realtà del mondo islamico ne sono gli esempi più evidenti. Se Khomeini poté affrontare la sua battaglia su un terreno favorevole in cui, parafrasando Nietzsche Dio non era ancora morto, Heidegger non poté fare altrettanto. Ed è per questo che in una delle sue ultime interviste dichiarò:

solo un Dio ci può salvare.