Il 2017 si è aperto per il Venezuela con una notizia decisamente incoraggiante sul piano interno, che aiuta a diradare numerose delle nubi che ancora aleggiano sul futuro di un paese che ha vissuto un 2016 a dir poco turbolento, andando vicino al baratro sotto i colpi della crisi economica e politica e in seguito oscillando sul filo del rasoio per diversi mesi. Nella giornata del 28 gennaio, infatti, l’emittente TeleSur ha annunciato il completamento della Gran Misión Vivienda (GMV), lanciata il 30 aprile 2011 da Hugo Chavez e portata avanti per quasi sei anni dal governo bolivariano, che prevedeva la costruzione e la consegna di 1,4 milioni di alloggi a famiglie venezuelane indigenti, che a seconda del reddito hanno ricevuto l’alloggio gratuitamente o dietro compensazione di un modesto canone. La GMV era stata progettata da Chavez come una delle più imponenti e significative delle Misiones sviluppate nel corso dei primi anni del XXI secolo dal governo bolivariano per «estinguere il debito sociale accumulato dai precedenti governi del Venezuela». Il risultato straordinario del completamento della GMV è arrivato al termine di un periodo contraddistinto dal crescendo delle sofferenze patite dal Venezuela sulla scia dell’espansione della crisi economico-politica avviatasi tra il 2014 e il 2015 dopo il tracollo dei prezzi del greggio sui mercati internazionali: il fatto che il suo completamento sia stato raggiunto offre garanzie positive per l’avvenire e getta una luce positiva sull’amministrazione di Nicolas Maduro, che già nei mesi precedenti aveva mostrato in diversi casi di essersi lasciato alle spalle la “sindrome dell’epigono” che lo aveva attanagliato nei primi anni seguiti alla morte di Chavez.

Chi scrive aveva sottolineato, in un articolo scritto in occasione del terzo anniversario della scomparsa del Comandante, come Maduro si fosse soffermato, all’inizio della sua permanenza a Miraflores, più sulla perpetrazione del mito di Chavez che sulla continuazione del suo operato, pagando inoltre in prima persona l’eccessiva sovrapposizione tra il percorso della Rivoluzione Bolivariana e la figura del suo ideatore. Il conto finale del 2016, che stando ai dati ufficiali apparirebbe a dir poco desolante (L’Almanacco Latinoamericano di dicembre ha riportato stime riguardanti il Venezuela che prospettano una contrazione dell’economia del 12% nell’anno passato), fa tuttavia registrare la riscossa del Presidente Maduro, che ha saputo sobbarcarsi scelte coraggiose per scongiurare l’aggravarsi della situazione del Venezuela, meritandosi l’elogio dell’ex direttore de Le Monde Diplomatique Ignacio Ramonet: questi, come riportato da L’Antidiplomatico, ha definito Maduro come un «uomo di Stato impressionante», sottolineandone la capacità di cogliere risultati positivi nonostante il contesto decisamente sfavorevole.

Hugo Chavez e Nicolas Maduro. Compagno della prima ora dell’ideatore della Rivoluzione Bolivariana, Maduro è stato investito da questi come suo successore legittimo nel 2013. Oberato nei primi anni dal confronto con un leader capace di cambiare in pochi anni un paese a lungo rimasto fermo nell’immobilismo politico, sociale ed economico, Maduro si è lasciato a lungo trascinare dagli eventi sfavorevoli collegati all’insorgenza della crisi economica e al grave conflitto tra il governo di Caracas e le opposizioni, spesso spintesi ai limiti dell’eversione. Negli ultimi mesi, Maduro ha tuttavia ripreso la barra del timone: le prospettive per il 2017 appaiono più incoraggianti rispetto al passato

Hugo Chavez e Nicolas Maduro. Compagno della prima ora dell’ideatore della Rivoluzione Bolivariana, Maduro è stato investito da questi come suo successore legittimo nel 2013. Oberato nei primi anni dal confronto con un leader capace di cambiare in pochi anni un paese a lungo rimasto fermo nell’immobilismo politico, sociale ed economico, Maduro si è lasciato a lungo trascinare dagli eventi sfavorevoli collegati all’insorgenza della crisi economica e al grave conflitto tra il governo di Caracas e le opposizioni, spesso spintesi ai limiti dell’eversione. Negli ultimi mesi, Maduro ha tuttavia ripreso la barra del timone: le prospettive per il 2017 appaiono più incoraggianti rispetto al passato

Un evento significativo che ha impresso fiducia in Maduro è stato senz’altro il successo nella battaglia portata dal suo Partido Socialista Unito de Venezuela (PSUV) per denunciare i brogli nella procedura di raccolta firme indetta dalle opposizioni della Mesa de la Unidad Democratica (MUD) per convocare il referendum revocativo del mandato del Presidente: la delibera della Corte Suprema che ha impedito un suo svolgimento nel 2016 ha permesso infatti a Maduro di raggiungere la data-soglia del 10 gennaio 2017, oltre la quale un eventuale referendum revocativo a lui sfavorevole non comporterebbe più un ritorno alle urne ma un avvicendamento a Miraflores del suo Vice Presidente Tareck El Aissami, allargando di conseguenza il raggio d’azione del governo sino alla primavera del 2018. La maggiore libertà d’azione ha consentito al governo di Maduro di portare avanti nuove politiche correttive per mediare agli effetti della crisi: un importante provvedimento, ad esempio, è stato introdotto per «cambiare la filosofia dell’assistenza sociale», come scritto in un articolo di TeleSur tradotto da Fabrizio Verde de L’Antidiplomatico e trasferire i sovvenzionamenti tradizionalmente rivolti ai prodotti di prima necessità alle persone maggiormente bisognose, in modo tale da contenere il fenomeno del dilagante mercato nero.

L’accorciamento della filiera produttiva e distributiva dei prodotti di prima necessità incentivata dalla realizzazione dei Comités Locales de Abastecimiento y Producción (CLAP) ha ulteriormente razionalizzato il sistema di approvvigionamento, mentre sul finire del 2016 un’importante manovra monetaria è stata decisa dal governo di Maduro per infliggere un’ulteriore spallata ai dilaganti fenomeni del mercato nero, del contrabbando e della corruzione endemica dell’apparato burocratico, manifestazioni concrete di una guerra economica sotterranea che il Venezuela subisce oramai da quasi quattro anni. A dicembre, infatti, il governo di Caracas ha optato per il ritiro dalla circolazione delle banconote da 100 bolivares, delle quali solo il 5% era rimasto sotto il controllo della Banca Centrale del Venezuela (BCV), dato che il taglio in questione era finito per diventare il principale mezzo di pagamento dell’economia sommersa. Dopo diverse difficoltà, il governo ha introdotto tagli di denominazione superiore 500, 10.000 e 20.000 bolivares, riuscendo a riportare sotto il controllo della BCV il 70% della massa di banconote da 100 bolivares circolanti nell’economia sommersa e nell’alimentazione del contrabbando, portando inoltre a un netto recupero del valore della valuta nazionale nei confronti del dollaro, dato che il cambio bilaterale è precipitato da 4.500 a 1 sino a 2.500 a 1 nell’ultima settimana di dicembre.

Delcy Rodriguez, Ministro degli Esteri della Repubblica Bolivariana, ha accusato i tentativi dei funzionari argentini di impedirle l’accesso alla recente riunione del Mercosur, organismo dal quale il governo golpista brasiliano e l’esecutivo di Buenos Aires guidato da Mauricio Macri hanno richiesto l’espulsione del Venezuela. L’ostracismo che i governi anti-bolivariani del Sud America e la maggior parte dei paesi occidentali intendono riservare al Venezuela è emblematico della gravità delle sfide che si trova oggigiorno ad affrontare il «socialismo del XXI secolo»

Delcy Rodriguez, Ministro degli Esteri della Repubblica Bolivariana, ha accusato i tentativi dei funzionari argentini di impedirle l’accesso alla recente riunione del Mercosur, organismo dal quale il governo golpista brasiliano e l’esecutivo di Buenos Aires guidato da Mauricio Macri hanno richiesto l’espulsione del Venezuela. L’ostracismo che i governi anti-bolivariani del Sud America e la maggior parte dei paesi occidentali intendono riservare al Venezuela è emblematico della gravità delle sfide che si trova oggigiorno ad affrontare il «socialismo del XXI secolo»

Gli spiragli positivi per una progressiva risoluzione delle turbolenze del Venezuela, come visto, esistono, e potrebbero essere ulteriormente ampliati se il governo di Caracas sarà in grado di sviluppare ulteriormente i suoi progetti di diversificazione economica che potrebbero ridurre la dipendenza del paese dall’esportazione di greggio o derivati petroliferi. La sfida più importante, per il Venezuela del 2017, si giocherà in ogni caso sul piano politico: sul profilo interno, Maduro si trova di fronte alla tenace e persistente sfida lanciatagli da un’opposizione che, dopo aver capitalizzato in sede elettorale il dissenso contro il governo nelle elezioni legislative del 2015, ha persistito in una continua forzatura dei poteri costituzionali, mirando apertamente alla destabilizzazione del legittimo governo di Caracas e venendo meno alla possibilità di portare avanti un operato costruttivo. Il Parlamento venezuelano, di fatto, viene sfruttato dalla MUD come cassa di risonanza per condurre la sua linea anti-Maduro e promuovere ordinanze in cui, violando i dettami della Costituzione, l’opposizione invita alla destituzione del Presidente, cosa possibile solo con l’apposito referendum. Più volte, infatti, il Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ) ha dovuto richiamare l’Assemblea Nazionale e i leader della MUD, sottolineando come il potere legislativo tuteli Maduro da una possibile eversione parlamentare simile a quella che ha prodotto l’avvicendamento tra Dilma Rousseff e Temer in Brasile. L’opposizione ha anche lasciato, a partire dal 6 dicembre, il tavolo negoziale col governo che veniva portato avanti con l’intermediazione dell’UNASUR e del Vaticano, i cui lavori ora stentano a ripartire data la preminenza di figure ostili al dialogo con Maduro ai vertici della MUD, che dopo Leopoldo Lopez e Henry Ramos Allup hanno conosciuto l’ascesa di Julio Borges, eletto a inizio gennaio Presidente dell’Assemblea Nazionale.

Nel frattempo, sul piano internazionale, il Venezuela si trova nuovamente di fronte a incredibili tentativi di delegittimazione del suo governo, portati avanti attraverso il travisamento completo della sua situazione interna da parte delle cancellerie occidentali, che non hanno mancato di dichiararsi a più riprese ostili alle politiche del governo Maduro. Se sul versante latinoamericano i governi di Brasile ed Argentina guidati da Temer e Macri sono oggigiorno i maggiori avversari del Venezuela bolivariano, sono gli Stati Uniti a condurre una nuova offensiva diplomatica contro Caracas: poco prima di cedere la Casa Bianca a Donald Trump, infatti, Barack Obama ha rinnovato l’ordine esecutivo che definisce il Venezuela una «minaccia per la sicurezza nazionale» degli Stati Uniti, sul cui solco sembra destinato a muoversi anche il nuovo capo della diplomazia a stelle e strisce Rex Tillerson. L’ex CEO di ExxonMobil si è pubblicamente espresso a favore di un regime change in Venezuela, lasciando intendere che i prossimi quattro anni saranno nuovamente contraddistinti da forti screzi tra Washington e Caracas e palesando la sua particolare ostilità personale nei confronti della Repubblica Bolivariana dovuta a numerosi alterchi tra quest’ultima e la compagnia petrolifera da lui guidata nel decennio passato, ben descritti da Sary Levy-Carciente e Maria Teresa Romero su TeleSur. Nel suo piccolo, anche l’Italia ha contribuito alla disfunzionale visione che il mondo occidentale ha del Venezuela: il 24 gennaio, infatti, il Senato ha approvato una risoluzione proposta da Pier Ferdinando Casini con la quale il mondo politico italiano si impegna, con la motivazione formale di tutelare i connazionali risiedenti in Venezuela, a richiedere il «rispetto dei diritti umani» da parte del governo e a risarcire alcune imprese che hanno avuto dei ritardi nei pagamenti con Caracas. Fabrizio Verde ha definito la mozione di Casini come un vero e proprio «vuoto cosmico che attacca la sovranità del Venezuela»: tale definizione ci sembra la più azzeccata per comprendere la bassezza a cui sono giunti gli attacchi contro la Repubblica Bolivariana, una volta di più al centro del mirino in una fase in cui il suo governo si adopera faticosamente per normalizzare lo scenario interno.