I tragici fatti di fatti di Parigi hanno sconvolto il mondo intero. Era dall’11 settembre del 2001 che l’Occidente non subiva un così feroce attentato terroristico sul proprio territorio. Ora il terrorismo di matrice islamica a differenza che quattordici anni fa non risponde più alla sigla di Al Qaeda ma a quella dello Stato Islamico (abbreviato IS, noto nei paesi arabi con il nome di Daesh) un’organizzazione fondamentalista il cui attuale capo, Abu Bakr al-Baghdadi, nel giugno 2014 ha unilateralmente proclamato la nascita di un califfato nei territori caduti sotto il suo controllo. Per capire meglio gli scopi dell’IS e le sue finalità abbiamo posto alcune domande a Massimo Campanini già docente di Civiltà islamica nella Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele oltre ad aver insegnato per quasi sei anni Storia contemporanea dei Paesi arabi nella Facoltà di Studi Arabo-Islamici e del Mediterraneo dell’Università degli studi di Napoli “L’Orientale”. Attualmente è professore associato di Storia dei paesi islamici presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento.

Professor Campanini la ringraziamo innanzitutto per il tempo a noi dedicato. Per prima cosa vorremmo chiederle quali sono le origini del sedicente Stato Islamico e soprattutto se è corretto associarlo alla dottrina wahhabita attualmente ideologia di stato dell’Arabia Saudita?

Non è possibile acclarare con certezza e scientificamente le origini dell’ISIS poiché mancano documenti davvero probanti su cui effettuare ricerca storica. La sua comparsa, pressoché improvvisa, è il risultato del convergere di molti fattori che non posso che elencare in ordine sparso: 1) la disgregazione politica dell’Iraq e della Siria, che ha fornito il terreno favorevole alla penetrazione di gruppi armati di ogni genere; 2) la trasformazione (le cui fasi sono però oscure) dell’ex-gruppo qaidista terrorista di Abu Mus’ab al-Zarqawi – responsabile del più feroce conflitto interno dopo l’invasione americana dell’Iraq nel 2003 – in gruppo autonomo (il “califfo” Abu Bakr al-Baghdadi è un ex-adepto di Zarqawi) che evidentemente ha ricevuto armi e denaro in quantità da fonti tuttora non individuabili con certezza, ma certamente operanti (auto-finanziamento? Servizi segreti? Potenze esterne alla regione?); 3) il riciclarsi in unità combattenti di schegge e cellule dell’ex esercito iracheno e del dissolto partito Baath; 4) l’indubbio coinvolgimento di attori esterni per ora non identificabili (vedi punto 2) interessati evidentemente alla destabilizzazione dell’area e forse a un progetto più ampio di scala mondiale di cui l’ISIS potrebbe essere solo uno strumento momentaneo; 5) l’indubbia capacità dell’ISIS di disporre e di usare sofisticati strumenti di comunicazione e di propaganda (ma chi glieli ha costruiti e messi a disposizione? Al-Baghdadi era un terrorista tra molti altri che veniva dalle patrie – irachene – galere). Quanto all’ideologia, il wahhabismo non si incentra in modo distintivo e preciso sull’idea di califfato universale: da questo punto di vista non sembra c’entrare molto. Certo in potenza il wahhabismo è fortemente puritano ed anti-sciita come lo è l’ISIS, ma questa è una caratteristica comune di molta parte, ma non tutta, del radicalismo sunnita e non un marchio di fabbrica. L’ideologo del radicalismo islamico anni ’60, Sayyid Qutb, non può essere certo considerato un wahhabita. Un brend potenzialmente più onnicomprensivo è il “salafismo”, di cui il wahhabismo è una variante, cioè in senso generale – e generico – il richiamo alle fonti fondative della religione e all’esempio del Profeta e dei suoi compagni.

La prima differenza e forse la più importante fra l’IS e le altre formazioni jihadiste, fra le quali Al Qaeda, è che quest’ultimo ha quasi la struttura di un stato e controlla un territorio. Ve ne sono altre di natura dottrinaria?

La questione del radicamento territoriale è indubbiamente dirimente rispetto ad al-Qaeda che era transnazionale e proiettata verso il “nemico lontano”. Oltre a quanto detto nella risposta precedente, aggiungerei che l’ISIS non può in nessun modo essere considerato un califfato nel senso classico del termine per almeno tre ragioni. 1) perché il califfo deve essere qurayshita, cioè discendere dalla tribù del Profeta, ed essere dotto in scienze religiose, cosa che palesemente al-Baghdadi non è sebbene lo millanti; 2) perché il califfo deve essere eletto secondo una precisa procedura che nel caso specifico non è stata rispettata; 3) più importante perché nell’islam il califfato è il simbolo dell’unità e della compattezza comunitaria, mentre l’ISIS alimenta la fitna, cioè il conflitto e l’inimicizia interna tra i musulmani.

Il pensiero di Sayyid Qutb (1906 – 1966), al quale lei ha dedicato studi molto approfonditi, è sempre stato un punto di riferimento per la galassia jihadista e più in generale per il radicalismo musulmano. Secondo Qutb il mondo islamico era precipitato in una situazione di «ignoranza» (jāhiliyya) simile a quella dell’Arabia precedente alla predicazione di Muhammad: la società si sarebbe allontanata da Dio, travolta dalla miscredenza e dalla corruzione. Sarebbe stato dunque necessario condurre un’attività di propaganda onde richiamare gli uomini alla fede e poi ingaggiare un jihad, una «guerra santa», per difendere l’Islam minacciato in primo luogo dai regimi arabi laici contro i quali si dovrebbe pronunciare la dichiarazione di miscredenza (il takfir) e dai suoi nemici esterni in particolare l’Occidente rappresentato da Stati Uniti e Israele. In quale misura il pensiero qutbiano ha influenzato anche l’IS?

Come accennato poco sopra, il pensiero di Qutb, rivoluzionario, destabilizzante ma non terroristico, ha rappresentato un punto di riferimento ideologico per moltissime correnti radicali contemporanee ed è stato rivendicato anche da al-Qaeda per quanto spronava alla lotta (jihad, certo, cioè sforzo e lotta, ma perché “guerra santa”? – Qutb avrebbe detto: “ guerra giusta”) contro i regimi falsamente musulmani per la liberazione degli oppressi (taharrur al-mustad’afin). Ma, appunto come si diceva, Qutb non fu per nulla wahhabita (non ha mai parlato contro i mistici o contro gli sciiti per esempio, né incitato a fare la guerra ad altri paesi musulmani) e se l’ISIS è wahhabita non è qutbista. Inoltre, il pensiero di Qutb è filosofico, articolato e sofisticato: i suoi epigoni (o presunti tali) da al-Qaeda all’ISIS lo hanno impoverito e banalizzato. Tra l’altro non vedo perché parlare di Qutb sempre in astratto: i suoi libri sono pienamente tradotti e circolanti, nelle librerie e sul web, dal commentario coranico (“In the Shade of the Qur’an” nella traduzione inglese) al manifesto del cosiddetto jihadismo, cioè “Milestones” che si scarica facilmente in internet e si compra da amazon. Basta leggerlo e confrontarlo con le farneticazioni dell’ISIS.

Vi è in questo periodo un intenso dibattito circa l’opportunità che l’Occidente dichiari apertamente guerra contro lo Stato Islamico. Secondo lei la soluzione militare auspicata da qualcuno sarebbe efficace per arginare il terrorismo di matrice jihadista?

L’opzione militare è sempre un azzardo rischioso. Basta considerare i disastri (di cui l’ISIS è un effetto) che ha provocato l’insensata, idiota invasione dell’Iraq da parte di George Bush nel 2003. Ma ad un certo punto, Hitler andava combattuto. Il problema piuttosto è se l’ISIS è veramente quello che dice di essere e/o quello che le cancellerie ci dicono che sia. Perché l’Occidente ha atteso oltre un anno e la strage di Parigi per combatterlo (o far finta di combatterlo) veramente? I generali russi hanno detto a ragione pochi giorni fa che, se ci si mettesse d’impegno, sarebbe facile spazzar via militarmente l’ISIS (in fondo si tratta di 50-60 mila combattenti, ammettiamo anche 100 mila, contro il mondo intero). Perché non lo si fa? L’interrogativo è inquietante e induce a pensare che l’ISIS “serva” a qualcosa o a qualcuno. In ogni caso, il jihadismo non verrebbe perciò eliminato, poiché il jihadismo è frutto delle politiche erronee europee e americane in Medio Oriente da decenni a questa parte, dei regimi repressivi che hanno spadroneggiato per decenni nei paesi arabi esasperando le popolazioni, della crisi economica che ha depauperato i giovani delle banlieues di Parigi come delle bidonvilles del Cairo, dell’immaturità della società civile di buona parte dei paesi musulmani. Quando si è ucciso Bin Laden, non si è posto fine al jihadismo. Uccidere Baghdadi non porrà fine al jihadismo se non si sanano e correggono le storture politiche, economiche e sociali che l’hanno provocato.

Alcuni i osservatori hanno sostenuto che l’IS agisca “in franchising”: vi sarebbero cioè gruppi che adottano la sua sigla e la sua bandiera, insomma il suo trademark, ma agiscano dove si trovano in piena autonomia. Secondo lei gli attentatori di Parigi hanno preso ordini direttamente dal Califfo oppure si tratta di cani sciolti? E nel secondo caso quali misure potrebbero adottare gli stati che vogliono tutelarsi da attentati di stampo terroristico come quelli che hanno recentemente colpito la Francia?

Non essendo un esperto di sicurezza (e non capendo ancora che cos’è davvero l’ISIS) non so rispondere a questa domanda. Personalmente ritengo che l’attentato di Charlie Hebdo fosse opera di cani sciolti che hanno deciso in autonomia di fare un gesto eclatante, mentre gli attentati del 13 novembre sono stati evidentemente programmati con cura. Che poi il programmatore sia il “califfo” dipende anche da una risposta certa ai quesiti che ho posto anche in precedenza. L’ISIS dimostra di possedere una sofisticazione militare, mediatica e organizzativa che presume l’esistenza, dietro un personaggio rozzo e improbabile come al-Baghdadi, di una centrale operativa assai efficiente i cui fini, almeno per me, non sono ancora chiari e sono certamente di lungo periodo.

Alcuni settori politici hanno detto che la comunità musulmana in Italia non avrebbe fatto abbastanza per condannare questi spregevoli attentati terroristici. In particolare le si è rimproverato di non aver preso sufficientemente le distanze dagli elementi radicali (penso ai salafiti) presenti all’interno di essa. Qual è la sua opinione in merito?

Le comunità musulmane, italiane europee e “indigene”, sono nell’occhio del ciclone. Lo shaykh dell’Azhar al Cairo o l’imam di Trento, che ascolto molto spesso, solo per fare due esempi, hanno detto sempre, più volte e con chiarezza, di condannare l’ISIS e il terrorismo. Ma, come dice il leader di Ennahda Rashid Ghannushi, da una parte non vengono creduti (condannano l’ISIS? È perché parlano con lingua biforcuta. Non lo condannano? È perché sono conniventi…), dall’altra, per esempio, controllare il disagio giovanile delle banlieues parigine o degli slums tunisini, da cui provengono i cosiddetti “foreign fighters”, non è né politicamente né sociologicamente facile. Al tempo delle Brigate Rosse, il PCI di Berlinguer si era chiaramente smarcato dall’assassinio di Moro, ma ha continuato ad essere accusato di essere connivente con loro, mentre le trasformazioni ideologiche, le lotte sociali e la crisi economica e generazionale che avevano provocato il terrorismo anni Settanta sono state risolte e assorbite dopo decenni. Ripeto, come ho detto sopra, che bisogna incidere sulle cause non sugli epifenomeni. C’è un fraintendimento che serpeggia continuamente. Il terrorismo è un mezzo, una tattica, non un fine e una strategia. “Combattere il terrorismo” è puro non-senso. A meno che lo scopo non sia l’islamofobia, cioè lo scatenare una guerra di religione contro l’islam, che l’ISIS non rappresenta affatto.

Sappiamo che gli attentatori di Parigi non erano degli stranieri bensì cittadini francesi di quarta generazione. Cosa può spingere un giovane europeo a ripudiare tutto l’universo valoriale in cui è cresciuto e abbracciare un’ideologia così violenta come quella del fondamentalismo jihadista? Forse c’è qualcosa che non va nel nostro modello di integrazione?

La risposta è già tutta in quanto ho detto prima, per cui non mi ripeterò. Aggiungo piuttosto che la scelta dell’islam come bandiera e supporto ideologico (come di Marx e del marxismo-leninismo da parte delle Brigate Rosse) da una parte dipende dal contesto culturale (dove troverà la sua identità un musulmano arabo se non nell’islam arabo?), dall’altra implica una strumentalizzazione politica della religione che non ha nulla di teocratico (dove ci sarebbe la strumentalizzazione religiosa del politico), ma piuttosto dipende dalla facilità con cui il richiamo ai fondamenti religiosi (dall’islam al cristianesimo dei gruppi anti-abortisti che ammazzano i medici, dall’ebraismo del dottor Goldstein che spara sugli oranti di una moschea al buddhismo delle Tigri Tamil e all’induismo della “caccia al musulmano” nell’India rurale) si presta a innervare il movimentismo politico. La ragione di ciò non è indagabile qui.