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Due mesi fa sembrava già tutto scritto. Dopo la netta e inaspettata vittoria alle primarie del centro-destra francese, François Fillon, già Primo Ministro di Sarkozy, metteva un’ipoteca sull’Eliseo. Il conservatore-liberale originario della Sarthe, molto mercatista e un poco sovranista, abbastanza politicamente scorretto da far innervosire la sinistra benpensante, abbastanza pro-establishment da guadagnarsi il plauso della stampa internazionale, apriva una sfida tutta a destra contro il Front National di Marine Le Pen. Orfana della sinistra, in piena crisi di identità, la Francia salottiera sembrava aver trovato l’uomo provvidenziale, dal fare deciso ma composto, pacato, rassicurante. La primavera presidenziale era ancora lontana, ma gli astri parevano proprio allinearsi su questo inatteso candidato emerso dall’ombra. Parevano, giacché nelle ultime due settimane il vento a Parigi è cambiato. Fillon, travolto da uno scandalo legato all’utilizzo improprio di fondi parlamentari a favore della moglie Penelope e di due dei cinque figli, potrebbe clamorosamente ritirarsi dalla corsa presidenziale, e anche qualora ciò non accadesse, l’immagine di uomo probo che aveva sedotto buona parte della borghesia francese sarebbe perlomeno compromessa.

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Copertina del Canard Enchainé che accusa Fillon di aver utilizzato i fondi pubblici per pagare la moglie Penelope e due suoi figli per lavori da assistenti parlamentari mai svolti.

Colpito ma per ora non ancora affondato dal Penelope-gate, Fillon cala nei sondaggi, cedendo terreno non tanto ai socialisti quanto al terzo incomodo nel quale non sembrava proprio credere nessuno, Emmanuel Macron, il trentanovenne ex Ministro dell’Economia, dimessosi a fine agosto scorso per dedicarsi interamente al suo progetto politico, incarnato dal movimento En Marche! (In cammino, ndr), lanciato una decina di mesi fa. Stando agli ultimi sondaggi, Macron avrebbe ormai raggiunto Fillon nelle preferenze degli elettori francesi, e le chances di vederlo al secondo turno contro Le Pen, che rimane saldamente in testa in tutti i sondaggi relativi al primo turno delle presidenziali, non sono più così remote.

Macron, che ha ufficialmente annunciato la sua candidatura con un meeting roboante all’inizio di dicembre, corre da candidato indipendente, avendo fatto suo lo slogan ni droite, ni gauche (né destra, né sinistra), già utilizzato peraltro dal Front National. La sinistra e la destra hanno fatto il loro tempo; il vero cleavage, ha ribadito più volte Macron, è quello che sussiste tra conservatori e progressisti, tra chi si attacca allo status quo e chi invece intende mettersi in marcia, agire, faire bouger les choses, liberare la Francia. Da cosa? Dai corporatismi e da logiche stantie, che impediscono al paese di entrare nel XXI secolo. “Il quadro attuale” sostiene Macron “non è più giustificabile”. Il faut en finir. Insomma, che anche Oltralpe soffi il vento della rottamazione! Lo hanno chiamato non a caso il Renzi di Francia. Ma rispetto al nostro ragazzo di Rignano sull’Arno, Macron è colto, seducente e, incredibile a dirsi, probabilmente anche più spregiudicato. Quella dell’Eliseo non sarebbe infatti la prima conquista impossibile per ex numero uno di Bercy, pronto a tutto pur di soddisfare le proprie ambizioni. La sua vita personale lo testimonia.

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Macron al meeting di lancio della sua campagna presidenziale a Porte de Versailles, Parigi, il 10 dicembre 2016.

Nato ad Amiens, in Piccardia, nel 1977 da genitori medici, primo di tre fratelli, Emmanuel Macron spicca a scuola per la sua vivacità intellettuale, amante della letteratura e del teatro. Ed è della sua professoressa di teatro, Brigitte Trogneux, che Macron si innamora, quindicenne, nonostante i ventiquattro anni di differenza. Una relazione impossibile tra un ragazzino e una donna sposata con tre figli, che incoraggerà il suo giovane ammiratore a lasciare Amiens per evitare lo scandalo e completare gli studi liceali a Parigi. L’adolescente Macron partirà dunque per la capitale ma non senza promettere alla sua fiamma che sarebbe tornato per sposarla. Il matrimonio sarà effettivamente celebrato nel 2007, quando il trentenne Macron si appresta ormai a muovere i primi passi nella Parigi che conta, grazie al brillante percorso accademico, tra gli studi di filosofia sotto la guida di Paul Ricoeur e il diploma a Sciences Po e alla prestigiosissima ENA (Ecole Nationale d’Administration), fucina degli alti dirigenti francesi. Tuttavia, l’ambizioso ragazzo di Amiens diserta ben presto la funzione pubblica attratto dal mondo della finanza.

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Emmanuel Macron, 39 anni, e la moglie Brigitte, 63, sposata nel 2007.

Nel 2009 entra come associato da Rothschild, la storica banca d’affari parigina. È qui che Macron affina l’arte della negoziazione e della seduzione, nonché dello story telling. Fondamentale in banca d’investimento è infatti la capacità di costruire e raccontare una equity story, una storia per convincere gli azionisti circa la bontà dell’operazione di fusione o acquisizione in questione. Il talento puro di Macron si rivela nell’operazione con cui la Nestlé riesce ad acquisire la Pfizer Nutrition. Siamo nel 2011, ed Emmanuel Macron è già diventato milionario. Un anno dopo il Presidente François Hollande lo chiama all’Eliseo come Segretario Generale all’Economia. I due si sono conosciuti qualche anno prima, grazie alla mediazione di Jacques Attali, lo storico consigliere di Mitterrand. Onnipresente, pur restando nell’ombra, nei primi due anni della presidenza Hollande, Macron si dedica anima e corpo alle riforme economiche. È lui la mente dietro la narrazione hollandiana sul patto di solidarietà e responsabilità, volto ad abbassare i contributi a carico delle aziende al fine di stimolare l’occupazione.

Tuttavia, deluso di non essere stato promosso ad un ruolo più prestigioso dopo il primo rimpasto di governo che porterà Manuel Valls alla carica di primo ministro, Macron lascia l’Eliseo per tornare nel privato. Ma la lontananza dalla stanza dei bottoni dura poco. Nell’agosto 2014, Macron viene nominato Ministro dell’Economia al posto di Arnaud Montebourg, defenestrato in occasione del rimpasto che si concluderà con la formazione del governo Valls II. Finalmente seduto su una poltrona alla sua altezza, il nuovo inquilino di Bercy non tarda a far parlare di sé, battendosi per all’approvazione della legge che poi porterà il suo nome, vertente sulla deregolamentazione e l’apertura di nuovi mercati, come quello dei trasporti. La battaglia politica sarà assai aspra, e sconfortato delle opposizioni incontrate tanto a destra quanto a sinistra, Macron medita di intraprendere una nuova strada, da solo.

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Hollande e Macron. Un astro cadente e uno nascente?

Nell’aprile 2016, ad un anno preciso dalle presidenziali, lancia En Marche! (le cui iniziali, EM, sono quelle del suo nome), suscitando non poco malumore nel governo e nell’entourage di Hollande. Attali, suo primo mentore, non esita ad accusarlo di individualismo e a liquidare il progetto come narcisista e fondato sull’apparenza. Per dissipare ogni dubbio circa la natura delle sue intenzioni, Macron lascia l’incarico il Ministero dell’Economia nell’agosto 2016. A chi lo accusa di tradimento politico, egli risponde che si tratta piuttosto di fedeltà alla propria visione politica. Fedeltà è una delle quattro parole chiave scelte da Macron per presentare En Marche!, il cui programma ufficiale, tuttavia, ancora non è stato reso pubblico. Fedeltà, insieme a lavoro, libertà e apertura al mondo. Leitmotiv del macronismo è infatti la volontà di riconciliare progresso e libertà, tramite la liberazione del lavoro (si badi bene, non dal lavoro), che nel discorso di Macron appare come dimensione più importante della vita del singolo, grazie alla sua forza emancipatrice: “Abbiamo bisogno di giovani che hanno voglia di divenire miliardari” aveva già dichiarato due anni fa, suscitando molte polemiche. Riconciliare, dunque, il paese con il gusto del rischio, dell’iniziativa e dell’imprenditoria: “Alcuni falliranno, altri riusciranno, ma nel frattempo il paese avanzerà”. E avanzerà nel quadro dell’Unione Europa di cui Macron, smarcandosi dal sovranismo timido di Fillon e spavaldo, almeno a parole, della Le Pen, rimane un fervente sostenitore.

Il rottamatore d’Oltralpe

Macron il progressista, dicono in conservatori. Macron il conservatore, dicono i progressisti. Macron che confonde le idee e sfugge alle facili categorizzazioni, anche perché su molte questioni calde (immigrazione, terrorismo, islam, laicità, diritti civili) l’ex-finanziere non si è più di tanto pronunciato. Macron il liberale diciamo noi, giacché il liberalismo sfugge alle definizioni così come il Renzi di Francia tenta ambiguamente di sottrarsi agli schemi politici tradizionali. Macron l’enigma vivente, per riprendere i termini con cui egli stesso ha definito Giovanna d’Arco in un discorso tenuto ad Orléans nel corso di una festa popolare in onore della santa paladina di Francia. Nella stessa occasione Macron re-interpretò, in maniera più o meno discutibile, la vicenda di Giovanna d’Arco come una straordinaria esperienza di volontà, individuale e di popolo. E quindi, per concludere, Macron, l’uomo dalla volontà di ferro che sedusse la sua professoressa, pronto a sedurre la terra di Francia.