di Gabriele Zuppa

«Anche se voi vi credete assolti / Siete lo stesso coinvolti.»

 F. De André, Canzone del maggio, in Storia di un impiegato (1973)

 «Come è accaduto? Di chi è la colpa? Sicuramente ci sono alcuni più responsabili di altri che dovranno rispondere di tutto ciò, ma ancora una volta, a dire la verità, se cercate un colpevole, non c’è che da guardarsi allo specchio.»

 Dal film V per Vendetta (2005)

Lasciare che le cose siano significa contribuire affinché siano proprio così come le abbiamo lasciate essere.

Lasciar essere significa contribuire a quell’essere.

E l’ignoranza è il modo fondamentale del lasciar essere.

Continuamente lasciamo che le cose che ignoriamo o trattiamo con indifferenza crescano – poiché esse, diciamo, non ci riguarderebbero! – e crescano fino a quando prima finalmente le scorgiamo e poi capiamo che fanno la differenza – segnando la nostra vita.

Così, ciò che la nostra ignoranza dice non riguardarci, ci riguarda eccome: sta proprio lì a guardarci e fino a che, da ultimo, non ci inghiotte.

Insomma, come già laconicamente Leonardo da Vinci sentenziava, chi non ostacola il male comanda che si faccia.

E quattro secoli più tardi sembra glossarlo Antonio Gramsci con parole celebri: «L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. […] La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo».  Alla mafia, alla corruzione contribuiamo tutti noi ogni giorno quando ce ne stiamo in silenzio davanti a un sopruso, quando mentiamo, quando facciamo i furbi e i furbetti. I nostri piccoli peccatucci quotidiani sono veramente così innocui? Non ci limitiamo ad essi solo perché non siamo capaci di peccati più grandi? Non siamo limitati nelle nostre piccole porcheriuole solo perché ci limitiamo a vicenda? Ma se potessimo non essere limitati, se fossimo capaci d’altro, troveremmo il limite in noi? Forse che non ci opponiamo alla corruzione perché ancora non conosciamo il valore dell’integrità, perché quell’integrità ancora non l’abbiamo costruita, perché ancora non la sappiamo? Forse perché siamo almeno un po’ come quelli che accusiamo di essere causa dei nostri mali – magari di essere il male? Dunque, quando facciamo il bene, lo facciamo perché sappiamo cosa sia o perché siamo messi nelle condizioni di farlo?

Enormi interrogativi di cui iniziare a farsi carico, tra i quali pare però certo che il primo passo per migliorare una situazione è non lasciarla a se stessa, non lavarsene le mani, non sentirsi non coinvolti. Si inizi pure con un atto d’accusa, se i suoi primi destinatari siamo noi stessi.

 Ma ovunque si rivolga l’accusa si abbia la massima attenzione per ciò: l’odio dovrebbe indirizzarsi propriamente alle azioni malvagie e all’indifferenza, non agli indifferenti o a coloro che fanno del male (come afferma invece Gramsci nell’incipit del passo da cui abbia tratto la citazione), se è vero che male e indifferenza sono i frutti dell’ignoranza. Così prima di noi sapeva Nietzsche, che assevera: «non attacco mai persone» (Ecce homo, Perché sono così saggio, 7); così ci esorta Gesù: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Luca 23,34).

Altrettanto divina è, subito dopo nel passo evangelico, la presentazione di quell’ignoranza, segnatamente l’ignoranza dei capi del popolo che schernivano Gesù, esortandolo a fare l’impossibile: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso» (Luca 23,37). Impossibile perché non è possibile trarsi in salvo senza aver tratto in salvo gli altri, perché, come si diceva, quel che si ritiene non riguardaci – perché sarebbe altro da noi –, non è in realtà così altro, e ci riguarda: salvare se stessi senza salvare gli altri non è affatto possibile.