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L’ordine sull’immigrazione emanato da Trump negli scorsi giorni continua a far parlare di sé. Questa volta in riferimento alla cerimonia di premiazione degli Oscar, che si terrà il 26 febbraio al Dolby Theatre di Los Angeles, alla quale non potranno partecipare i protagonisti del documentario White Helmets, proprio a causa del blocco dei loro visti. Mentre l’opinione pubblica si indigna per questo provvedimento e le sue conseguenze, noi, come di consueto, vogliamo offrire un punto di vista differente della questione, delineando una narrazione alternativa verso questa organizzazione umanitaria, attraverso una rilettura del lavoro cinematografico dedicatole. White Helmets è un documentario del 2016, prodotto da Netflix, che narra le gesta di tre coraggiosi volontari (Khalid Farah, Abu Omar, Mohammed Farah) impegnati in azioni umanitarie nelle zone di guerra. Perlomeno, è così che viene generalmente presentato. Si legge all’inizio della recensione ufficiale di Netflix Lovers:

Caschi Bianchi è un corto-doc targato Netflix, che racconta quella che è la straziante situazione in Siria, continuamente sotto bombardamenti. Il nome del documentario deriva proprio da quello dell’omonima associazione di volontariato, che opera a livello internazionale per quanto riguarda missioni di promozione della pace, diritti umani e sviluppo e cooperazione tra popoli

Una presentazione molto occidentalizzante (condita da termini quali diritti, sviluppo, ecc…), ma – si pensa – si è pur sempre su un sito televisivo, non di geopolitica. Inoltre, si collega questa straziante situazione alle attività dell’Isis sul territorio siriano, fiduciosi che, dopo anni di disinformazione, si sia arrivati ad un momento di crescita condivisa. Niente di fatto. Il documentario inizia mettendo in chiaro una cosa: l’organizzazione è attiva nelle aree non soggette al regime, e, come si capirà man mano, contro l’operato di al-Assad e i bombardamenti russi. Mohammed Farah sostiene precisamente che la situazione in Siria è molto difficile, perché i russi dicono di colpire l’Isis, ma colpiscono i civili. Sono tantissime le frecciatine che in poco più di mezz’ora vengono scagliate al governo siriano e all’intervento russo, mentre l’Isis viene nominata un paio di volte, tanto da chiedersi spontaneamente: come è possibile che questo fatto non abbia perlomeno stupito ogni spettatore dinnanzi ad un documentario che si presenta come imparziale?

Trailer ufficiale del documentario
Per rispondere a questa domanda facciamo un passo indietro. White Helmets è girato in gran parte ad Aleppo, città nella quale i protagonisti operano quotidianamente, mentre il resto della vicenda si svolge in Turchia meridionale (dal democratico Erdoğan, no?) dove i Caschi Bianchi si addestrano, supervisionati dal loro responsabile Raed Saleh. L’organizzazione, nota anche come Difesa civile siriana, sia attiva dal 2013, conta 2900 volontari, dislocati in 120 centri del paese. Si memorizzino bene questi dati, perché sono le uniche informazioni che il documentario rivela riguardo il gruppo: nessun fondatore, nessun finanziatore, niente. Ciò che viene documentato sono perlopiù le azioni (lodevoli) dei volontari, mentre è totalmente assente qualsiasi contestualizzazione della loro attività. Più che di documentario si dovrebbe parlare di un tributo a chi dedica la propria vita ad opere umanitarie in un contesto di guerra, come testimoniano le centinaia di vite salvate: da un punto vista puramente individuale questi uomini sarebbero degni di lode e anche, come invocano in molti, del Nobel della pace. Ma, oltre a quella del singolo, c’è la dimensione sociale da valutare e qui guai a presentare questa attività come imparziale e disinteressata politicamente, tesa solo alla salvaguardia della vita umana.

Oltre all’evidente presa di posizione rivelata nelle frasi riportate in precedenza, lo stesso Mohammed Farah ammette di aver combattuto per un gruppo armato (non rivelandone il nome) contro il regime, prima di entrare nei Caschi Bianchi. I White Helmets, allora, risultano dichiaratamente collegati allo pseudo-universo dei ribelli moderati, tanto caro all’Occidente, ma inesistente nella realtà dei fatti, come più volte sostenuto sulle pagine de L’Intellettuale Dissidente e nel reportage Alle porte di Damasco del nostro direttore Sebastiano Caputo. Da questa prospettiva, il giudizio verso quest’organizzazione non può che cambiare: altro che coraggiosi volontari, questi sono dei demagoghi tout court. Le immagini strappalacrime (del “bambino del miracolo”) e le parole commuoventi (ricche di “speranza”) sono le modalità scelte dal documentario per mascherare una posizione tutt’altro che neutrale, ma, al contrario, dichiaratamente di parte in un contesto geopolitico che per molti rimane ancora sconosciuto.

left-caschi-bianchi

Copertina del settimanale Left

A quasi sei anni dall’inizio della guerra civile siriana è proprio quest’ignoranza a non avere più scuse, perché permette ad un prodotto evidentemente demistificato di concorrere agli Oscar, sostenendo una narrazione non più credibile (se mai lo è stata in passato), capace di veicolare messaggi direttamente contro chi il terrorismo lo combatte veramente (Assad e russi) e favorendo così gli stessi gruppi terroristici (Al Nusra e Isis). In definitiva, questo documentario non lascia nulla ad uno spettatore minimamente critico sulla realtà dei fatti, se non tanta frustrazione sullo standard del prodotto di informazione degno di riconoscimento. Del resto, le notizie alla White Helmets non sono di certo isolate. In un’intervista di Repubblica ad un Casco Bianco siriano (a seguito del salvataggio di Omran Daqneesh) si possono riscontrare gli stessi elementi del documentario: adesione a gruppi anti-regime, opposizione radicale ad Assad, critica ai bombardamenti russi, ma nessun riferimento all’Isis, nemmeno di striscio, come se il governo siriano questa guerra la stesse combattendo da sola, contro un nemico immaginario, e non fosse il baluardo principale impegnato nella lotta al terrorismo.

James Le Mesurier, fondatore dei White Helmets

James Le Mesurier, fondatore dei White Helmets

L’improbabile narrazione geopolitica tracciata è accompagnata, come detto, da un vuoto di informazioni che fa un rumore pazzesco. Per questo, fermarsi ai quaranta minuti di White Helmets per comprendere la realtà dei Caschi Bianchi denoterebbe una mancanza critica evidente, che l’Occidente (élite e non) ha testimoniato ancora una volta di avere. Come si fa a girare un documentario su un’organizzazione senza presentarne cose quali la struttura, il fondatore o i finanziatori? Per rispondere a queste domande, rimandiamo ad un pregevole articolo scritto da Matteo Carnieletto su Gli Occhi della Guerra. La realtà che emerge da quest’indagine non fa che confermare le perplessità avute riguardo il prodotto cinematografico. L’ideatore dei Caschi Bianchi sarebbe un certo James Le Mesurier, ex ufficiale dell’esercito inglese, consulente del ministero degli Esteri e del Commonwealth. In un’intervista riportata da Il Foglio, Le Mesurier, che ha iniziato a lavorare in Siria nel 2011, ha dichiarato:

Il mio background è nei processi di stabilizzazione. Lavoro in medio oriente da circa vent’anni. Ho lavorato in zone di conflitto in tutto il medio oriente, e l’approccio standard dei governi che vogliono stabilizzare degli stati falliti o fragili di solito segue due linee guida: la democratizzazione e il buon governo e il rafforzamento del settore della sicurezza. Questa è una semplificazione eccessiva, ma in generale queste sono le due opzioni. Ho speso tutta la mia carriera a lavorare sull’una o sull’altra

Parole che non lasciano adito a fraintendimenti. Sempre dall’articolo di Carnieletto si può leggere come i Caschi Bianchi siano finanziati dagli Stati Uniti e sostenuti da Regno Unito, Germania, Giappone e Danimarca. Altra grande sostenitrice dell’Ong siriana è Hilary Clinton, le cui posizioni sulla Siria e il suo presidente sono ben note. Ancora, se i legami con il terrorismo possono essere soltanto dedotti dal documentario prodotto da Netflix, l’indagine presenta dei video che testimonierebbero il rapporto tra i volontari dell’organizzazione e i terroristi di al-Nusra.

Alcuni Caschi Bianchi in compagnia dei terroristi di Al Nusra

Insomma, dietro all’apparente solidarietà disinteressata dei Caschi Bianchi, si celano interessi oscuri, che rispondono alla posizione di uno specifico schieramento coinvolto nella guerra siriana. Considerare White Helmets come un prodotto di informazione valido e addirittura premiarlo agli Oscar sarebbe una sconfitta per chi il terrorismo lo sta combattendo da anni sul proprio territorio, anche contro l’opinione pubblica mondiale. Se indignarsi ha ancora un senso profondo in questo Occidente piagnucolante, non lo dovremmo fare per l’assenza dei protagonisti a Los Angeles il 26 febbraio, ma per la presenza del documentario alla premiazione.