Esistono uomini comuni e poi esistono i Guido Keller. Guido Keller è un essere umano di tipo Keller. Il supereroe italiano campione di audacia ed eccentricità discende in realtà da un’antica famiglia della nobiltà svizzera, i Keller von Kellerer, stabiliti a Milano dal XVIII secolo. Aristocratici ma operosi questi Keller, da buona tradizione meneghina. Sono industriali lombardi, ramo tessile, in seguito decaduti per colpa di un incendio che divora l’attività e i risparmi di famiglia.

Guido, nato a Milano nel 1892, ha un’infanzia felice, i Keller stanno ancora molto bene economicamente. Bimbo vispo, curioso, giocherellone, gli piace andarsene a zonzo a piedi nudi, come un barbaro in miniatura. S’arrampica sugli alberi, anche su quelli più alti; è una scimmietta. Occhi volti al cielo, nasino all’insù: come il mare per i marinai, le nuvole e l’azzurro attirano la piccola peste verso orizzonti di libertà.

Come si usa al tempo, il bambino è spedito in un collegio svizzero, ma ci resiste solo due anni. Anche se ragazzino entusiasta interessato ai libri, all’arte, alla filosofia, alla musica, non fa per lui quella galera di rigide regole e di barbosi maestri dalla bacchetta facile. I genitori non sono severi, la madre gli vuole un bene dell’anima, assecondano la sua ricerca personale di cultura a briglia sciolta, selvaggia, seguendo l’istinto della curiosità e non dell’imposizione didattica e delle convenzioni borghesi. Dopotutto i Keller sono molto benestanti, il ragazzo può permettersi di scegliere qualsiasi strada egli voglia intraprendere, come ritrovarsi signorino bighellone a Torino.

Nel capoluogo sabaudo conosce un artista, uno scultore, a cui si lega. L’immersione in un ambiente artistico deve essere per il giovanotto un momento di grande stimolo spirituale. Apprende e modella secondo la propria prospettiva delle cose il concetto di estetica. Il bello. La vita può essere un’opera d’arte, l’esistenza terrena come qualcosa di sublime, irripetibile, originalissima esperienza di carne e ossa che si muovono sulla superficie del mondo, per lasciare un qualche segno del proprio veloce passaggio sulla Terra, foss’anche uno sfregio.

Questa e altre storie ne “Il Club degli Insonni” (GOG edizioni)

Il brutto incendio che devasta l’azienda di famiglia, porta i Keller verso inaspettate ristrettezze, ma a Guido sembra importare poco perché è innamorato. Il cuore gli batte per gli aeroplani, o meglio, per quei primi pericolosi trabiccoli che prendono traballanti la rincorsa su piste di terra o di erba per spiccare non troppo lesti il volo raggiungendo la poco supersonica velocità di 150 km/h. 1915: l’Italia scende per la quarta volta in guerra contro l’Austria-Ungheria per la resa dei conti finale a Nord-Est. Mobilitazione per terra e per mare, da tradizione bellica, ma questa volta s’aggiunge anche la novità della mobilitazione per cielo.

I primi soldati dell’aria, fatta eccezione per i pionieri sperimentatori in Libia durante la guerra contro i turchi del 1911-12, sono gli incoscienti volontari che entusiasti si offrono all’inedito fronte delle nuvole. Tra gli arditi del cielo, esploratori di una materia ancora sconosciuta, c’è Guido, apprendista Icaro del Battaglione Aviatori del Corpo Aeronautico del Regio Esercito. L’addestramento è scuola davvero base. Gli istruttori non è che ne sanno molto di più degli allievi, siamo davvero agli albori dell’aeronautica militare. L’accademia di pilotaggio si limita a lunghe trotterellate nei campi con aerei senza ali e depotenziati, incapaci così di sollevarsi da terra. Un esercizio per prendere confidenza con il mezzo. Bastano poche ore di volo con gli istruttori per essere promossi a piloti; bene, bravo, avanti un altro e avanti Savoia.

Biplano Farman del “Battaglione Aviatori” in decollo. Il tubo verso il basso serviva a lanciare le granate evitando che finissero addosso all’elica o alle strutture

Il Battaglione Aviatori ha la sua base nel campo di Mirafiori, sobborgo di Torino. Le giovani aquile s’addestrano, e nelle ore di licenza c’è il normale fuggi-fuggi generale dei piloti verso le luci della metropoli, verso i caffè, i cabaret, i divertimenti e i lupanari. Non per Keller, che tipo strano. Allo svago metropolitano preferisce le sue passeggiate igieniche: gite a piedi immerso nella natura, a bighellonare senza meta precisa tra prati e boschi, con la testa fluttuante tra le nuvole, suo habitat naturale.

Un giorno, durante una delle sue passeggiate, finisce davanti al cancello del piccolo cimitero di Mirafiori. Tra le vecchie tombe in rovina e sommerse dalle erbacce, c’è qualcosa che lo fissa: un teschio sogghignante dietro una grata arrugginita. Lo spaventa ma al contempo ne è attratto. La morte gli ride in faccia. Scavalca il cancello sbilenco, e con una lima taglia una sbarra della grata rugginosa per riuscire a infilare la mano e afferrare quel cranio bianco sporco, ma, ahi!, la ritrae subito, quel maledetto osso gli ha morso il dito! Il teschio cannibale! Il bacio della morte! Alla base racconta ai commilitoni l’avventura e lo prendono tutti in giro, è chiaramente il morso di un sorcio, che aveva nel teschio la sua casa di campagna. Non per Guido; è convinto che quel cranio di Mirafiori sia animato da stregoneria e decide di vendicarsi rompendolo in mille pezzi. Tornato al camposanto abbandonato, infila di nuovo il braccio nella grata, afferra la testa avorio del nemico ma rimane impigliato tra le sbarre. Invoca aiuto, lo soccorrono alcuni contadini che lo liberano da quella bizzarra prigionia. Dannato teschio satanico! L’episodio lascia un ricordo indelebile all’apprendista pilota. Teschio simbolo macabro della morte: ne adotterà uno come amico e copilota, lo vestirà con un fez nero e se lo porterà nella carlinga dell’aereo, a caccia di austriaci, sopra il mare del golfo di Venezia e le montagne del Carso. Avanguardia primordiale di un’estetica futura.

Un monoplano Blériot XI

Al campo di volo ne combina una grossa. Atterra con il suo monoplano Blériot da addestramento al limite della pista, troppo lontano dagli hangar dove riposano i falchi meccanici. Per risparmiarsi la fatica di trascinare a braccia il trabiccolo, decide di riavviare il motore. Dà gas, assesta una bella spinta all’elica. L’elica gira e accelera velocemente, sempre di più, troppo; ha dato gas in eccesso, il Blériot s’imbizzarrisce, al cavaliere sfuggono le redini del destriero. Il monoplano scappa sulla pista, lanciato a gran velocità senza pilota, come un aereo posseduto da Lucifero; sembra una scena di un film muto di Buster Keaton con il goffo protagonista a rincorrere il mezzo pestifero e dispettoso, prossimo al disastro epocale.

Guido raggiunge il fuggitivo, si tuffa, lo placca per un’ala, punta i piedi sulla terra per opporre una strenue faticosissima resistenza. Fa a braccio di ferro con il Blériot. Per poco non sputa fuori un’ernia dallo sforzo. Keller diventa un perno vivente e il monoplano attacca a girargli attorno, in una comica giostra aero-umana con movimento all’acceleratore, viene il mal di mare a guardarli, quei due. Avrebbero continuato così fino all’ultima goccia di carburante, senonché Guido inciampa e la testa gli finisce tra le pale dell’elica di legno. L’elica gli squarcia il capo: il pellerossa Blériot prende lo scalpo all’uomo bianco alato con il suo coltello Apache. Ma la testa di Keller è dura, l’elica va in frantumi. Il pilota San Michele Keller, mezzo svenuto, gocciolante sangue dalla fronte, molla la presa del drago che continua la sua folle corsa verso la libertà sfracellandosi dopo pochi metri, esalando l’ultimo sbuffo di motore.

Nell’infermeria della base, il medico chirurgo sta ricucendo la zucca all’aviatore spelacchiato e attorno alla branda ci sono tutti gli altri piloti, che se la ridono di gusto, canzonando Guido, il ragazzo che prende a testate gli aeroplani. Ma lui, con la zucca bendata, prende la palla al balzo per una nuova trovata. Riunisce la truppa dell’aria, chiede a ciascuno una ciocca di capelli e fonda con solennità la Società degli amici del Pelo. Valori della confraternita: amicizia, amore per il volo, rigorosa dedizione alla conquista di cuori (e non solo cuori) femminili. Gli adepti della setta prestano il loro giuramento e il gran sacerdote Keller s’alza con un nuovo monoplano su Torino, e compie il sacro rito disperdendo i ciuffi dei centauri sopra la guglia della Mole Antonelliana.

All’orizzonte bagliori d’incendi; da levante si alzano boati di marce militari, di fuoco di cannoni, di scoppiettii di mitragliatrice. Per molti coetanei di Guido, la gioventù finisce con la Grande Guerra. Per lui invece, la gioventù scapigliata non termina con l’entrata del conflitto dell’Italia e nel suo impegno al fronte. L’aurea di eterno ragazzo non gli svanirà mai, nemmeno tra le carambole mortali in quota e le tempeste al rovescio – dalla terra all’aria – della recente contraerea, arma anch’essa debuttante.  

Natale del 1915; il sottotenente Keller è a Verona. Militare parecchio eccentrico, è piccolo di statura, ha i capelli lunghi e sempre spettinati, barba incolta da bandito borbonico, e i baffi tenuti all’insù. Sembra una misto tra d’Artagnan, un principe decaduto, un soldato dei battaglioni di disciplina, un poeta e un clochard. Possiede uno sguardo particolare, tutto suo, tra il corrucciato e il dolce. Nei momenti di tensione non perde mai il suo naturale aplomb, la sua calma serafica; è in lui innato un certo aristocratico distacco che si riflette anche nel suo modo di vestirsi o di non vestirsi. Un giorno è capace di sfoggiare un elegante abito di sartoria con eccellenti scarpe ai piedi, da dandy raffinato, e il giorno dopo magari si presenta con lo stesso abito irrimediabilmente rovinato da macchie di olio di motore, e le scarpe aperte e graffiate perché usate la notte precedente per una gita al buio in montagna, in scalate in solitaria per assistere allo splendore dell’alba.

Una volta si becca un bella strapazzata perché incappa in un generale in visita alla base, e lui, appena rientrato da uno dei suoi bagni di sole, gli si para davanti in pigiama calzando pantofole alla turca con la punta rialzata a ricciolo. Non si cura di queste cose formali, tantomeno della disciplina militare, né dei problemi che affliggono gli uomini comuni, da gran signore rimane indifferente alle sue ristrettezze economiche con un accenno di alzata di spalle, spiantato nel portafoglio eppur generoso tutte le volte che può. È uno spirito libero. Questo sentimento di libertà che contraddistingue la sua figura è di certo ben presente nella sua scelta nudista. Non è raro vederselo comparire senza manco i calzini, con il pendolo all’aria aperta che fa fuggire o arrossire le contadinelle venete e friulane. In simbiosi con Madre Natura, segue una dieta vegana, a base di frutta, perché è ostile alle mollezze della buona tavola che ingrassa, impigrisce, fiacca, rammollisce. Al contrario, la frugalità di pasti leggeri e ultravitaminici gli rendono il fisico snello, nervoso, scattante, iperattivo. È un cavo elettrico umano, saettante.

Guido Keller-Nettuno

Keller è tutto questo, e anche molto di più. Oltre alle stranezze è uno dei migliori piloti di aviazione del Regno d’Italia ed è per questa ragione che tante sue stramberie vengono tollerate, perché è un asso, un artista della guerra. Dotato di un’audacia rasente la follia, si fa notare presto. Un tardo pomeriggio dell’estate del 1917 decolla non per una qualche missione, ma solo per sfizio turistico, per ammirare lo spettacolo del tramonto sulle foci dell’Isonzo a bordo del suo biplano Nieuport. Sotto, le trincee brulicano di fanti e i mezzi militari intasano le strade del Friuli durante le grandi offensive di stagione decise da Luigi Cadorna, riassumibili nell’undicesima battaglia dell’Isonzo, ennesimo sanguinoso tiro alla fune tra le cime, preludio del disastro di Caporetto.

Guardando la terra dall’alto, sembra di essere sopra un’apocalittica tela vivente di Hieronymus Bosch, con il violento marasma della trincea, le terribili sofferenze dei soldati, le cannonate senza tregua, gli assalti alla baionetta di uomini che da quell’altezza sembrano formiche in grigio verde che si muovono impazzite nel grande formicaio in fiamme, mentre in cielo un ragazzo si libra sopra il girone infernale con il viso rivolto al sole ed è come se stesse volando dentro un tela tardo-romantica e quasi impressionista di William Turner, con l’orizzonte che arde. La dimensione della guerra e del tragico momento storico per un momento di luce crepuscolare si estrania dalla realtà e fluttua in aria, sopra gli orrori terrestri, al tramonto, in un sogno color arancione-rosso-fucsia, con protagonista Guido Keller, poeta guerriero.

Il biplano Nieuport soprannominato “Bébé” è in volo nel panorama d’infinita bellezza italiana; a sud i raggi d’oro dell’ultimo sole fanno scintillare le onde dell’Alto Adriatico, ad est Trieste, eccola lì, bianca ai piedi dell’altipiano carsico, e l’Isonzo che si tuffa in mare in un abbraccio di acqua che diviene verde, e la luce della sera d’estate è calda, avvolgente, onirica. Il sogno di un crepuscolo di mezza estate s’interrompe brusco, Keller si desta dall’estasi. Quattro velivoli appaiono improvvisamente in rapido avvicinamento. Sono gli austriaci. Guido è andato a volare sopra il nido del nemico, svegliandolo. Quattro falchi della k.u.k. Luftfahrtruppen – l’aviazione dell’ultimo imperatore Carlo I – si sono alzati a caccia dell’aquila italiana. Quattro contro uno. Il Nieuport – Bébé si fa inseguire tra le sottili nuvole rosse sopra il mare, fioccano i proiettili di mitragliatrice, raffiche continue, gli austriaci gli pungono ripetutamente la coda, ma Keller compie manovre pazze, piroetta, s’avvita, si getta in picchiata, dribbla il fuoco nemico, riesce a porsi dietro gli attaccanti, da preda diventa cacciatore. Il biplano con il tricolore mette in fuga gli austriaci a suon di mitragliate: si rintanano feriti. Quando torna alla base è ormai buio pesto; a chi gli chiede come sia andata quella gita al tramonto, risponde che il sole sembrava una gran frittata e si ritira senza aggiungere altro. Al mattino, una folla di altri piloti è attorno al Bébé; contano i fori di proiettili sull’aereo ridotto scolapasta.

La vita sotto le armi è per lui una burla, un’occasione guascona di spregiudicatezza d’azione ed estetica carnevalesca, quasi una versione armata di anni goliardici all’università. Non dorme nelle baracche degli ufficiali, preferisce arredarsi una piccola grotta adiacente al campo, come un eremita. Un suo caro amico è Camillino, un somaro che adotta e che carica sul sedile del passeggero dell’automobile per portarlo alla base, lasciando basiti i carabinieri di sentinella. Povero Camillino, caduto durante il suo coraggioso servizio nel Regio Esercito, ammazzato da una bomba austriaca lanciata da un caccia sull’aeroporto.

Non è raro che decolli solo per il gusto di volare, fregandosene dei biplani con la croce nera che infestano gli spazi aerei lungo la linea del fronte, e del tiro di proiettili shrapnel della contraerea, per leggere Petrarca o L’Orlando furioso, lassù in alto in compagnia del teschio di Mirafiori con il fez, e pure lui indossa un fez da bersagliere con lunghissimo cordoncino con fiocco, che si distende in volo come una coda al vento mentre l’eccentrico aviatore s’immerge nella lettura sorseggiando tè nella tazza di porcellana finissima. Guido Keller è un simpatico cavaliere antico che ha viaggiato per i secoli con la macchina alata del tempo, dalle giostre e dai duelli medievali di cappa e di spada fino alla prima guerra mondiale, al posto della lancia e del cavallo, la mitragliatrice e l’aeroplano.

Quello dei piloti, è un conflitto diverso, se a terra c’è il massacro, l’eroismo degli uomini normali e il fango insanguinato della trincea, in cielo la scenografia appare così diversa, lontana dagli orrori terrestri, come se si combattesse tutt’altra guerra, idealista, priva di ferocia e di odio, pulita, impossibile, in guanti bianchi, sportiva addirittura, di gentiluomini contro altri gentiluomini. Ispirato da quell’idea cavalleresca, elitaria e romantica della guerra, Keller lancia il suo guanto di sfida. Sorvola una base austroungarica su cui lascia cadere un astuccio contenente i termini del duello: nessun’arma, non ci si spara, vince il pilota che per primo riesce a mettersi in coda all’avversario. Gli austriaci accettano e schierano un loro asso. In un’arena celeste con altri aerei di Vienna come spettatori si svolge la gara. Vince Keller! Gli austriaci, molto sportivi, riconoscono la sconfitta, all’italiano è concesso di fare un giro sopra Trieste a bassa quota, per omaggiare la città irredenta e poi i piloti avversari scortano il cavaliere vincitore fino al di là delle linee, e prendono congedo dall’asso salutandolo con amichevoli gesti delle braccia.

Guido Keller vestito da brigante sardo

Ma anche tra gli aviatori non c’è solo sfida cavalleresca. Pure lassù si spara, si brucia, si precipita, si muore. Tra il 1917 e il ’18, Keller abbatte sette aerei nemici, ne costringe alla ritirata tanti altri, si getta in picchiate a rotta di collo sulle trincee austriache riempiendole di piombo, rientra alla base spelacchiato con le ali colabrodo. Dal primo novembre del 1917, durante la piena umana dilagante di Caporetto, viene chiamato a far parte della mitica 91ª Squadriglia aeroplani da caccia, la “Squadriglia degli assi”, dove vola con lo stemma del cavallino rampante (lo stesso simbolo poi usato dai bolidi Ferrari) anche il leggendario Francesco Baracca che vanta un incredibile palmares personale di 34 vittorie aeree, poi caduto in combattimento.

Durante la vittoriosa battaglia di Vittorio Veneto, atto finale del fronte italiano che sancisce la disfatta dell’Impero austroungarico, c’è ancora tempo per un’ultima avventura di guerra. Guido si sta dedicando a tormentare a suon di mitragliatrice un accampamento nemico. Ad un tratto è scosso da una fitta di dolore alla coscia sinistra: l’hanno beccato. Pure i comandi non rispondono più. Spegne il motore, tenta di planare. Precipita invece, si schianta in una gran botta al suolo, dietro le linee nemiche. Ferito, sanguinante, rintronato dal colpo, riesce a sfilarsi dal rottame, e a mettersi in piedi. Barcolla sul prato, nella valle rimbombano le cannonate degli scontri violentissimi nella zona del Piave. Un gruppo di contadine urlanti gli vanno incontro per soccorrerlo, ma lui cerca di mandarle via, sa che se arrivano gli austriaci – solitamente inferociti contro i piloti di quelle temute macchine di morte dell’aria – potrebbero prendersela anche con quelle donne. E infatti da un crinale sbuca un plotone nemico, baionetta innestata, sguardi d’odio, voglia di vendetta, sete di sangue, insulti digrignati in tedesco.

Keller però il tedesco lo capisce e lo parla bene. Con le tempie pulsanti adrenalina, ritto in piedi, e occhi fuori dalle orbite, affronta di petto l’orda che gli corre incontro per farlo a pezzi e ordina secco:

Mettetevi sull’attenti, animali! Sono un ufficiale! Presentate le armi! … Bene. Riposo! E ora prendete dei rami e fabbricatemi una barella, schnell!

Gli austriaci, si bloccano come sotto un incantesimo. Si guardano tra loro sbigottiti. E davanti all’italiano pazzo s’irrigidiscono, si mettono sull’attenti petto in fuori, s’arrampicano su un albero, spezzano i rami, costruiscono una barella di fortuna. Keller si ritira verso un ospedale da campo avversario, trasportato come un satrapo in lettiga e manda un bacio alle contadinelle dagli occhi a cuore.

La 91ª Squadriglia aeroplani da caccia, da sinistra: serg. Mario D’Urso serg.Gaetano Aliperta ten. Gastone Novelli ten. Cesare Magistrini cap. Bartolomeo Costantini cap. Fulco Ruffo di Calabria col. Pier Ruggero Piccio ten. Guido Keller magg. Francesco Baracca ten. Ferruccio Ranza ten. Mario de Bernardi ten. Adriano Bacula serg. Guido Nardini sott. Eduardo Olivero

La guerra finisce, ma non l’esuberanza esagitata del decorato Guido Keller, ancora strabordante energia, uno scalmanato in tempo di pace. Dopotutto, sono tanti i reduci; è gente che quieta non sa più stare; è gente per sempre scossa dal massacro, gli abiti borghesi stanno stretti. Succede anche in Germania con i Freikorps, oppure anche negli Stati Uniti, nel secondo dopoguerra, con i veterani dell’aria che si aggregano in bande di motociclisti, come gli Hells Angels. Il soldato in guerra impara la vita guerriera e l’orrore, ma quando la guerra finisce? Non tutti vogliono o riescono a rientrare nei ranghi civili, nella moderazione, nella quiete.

Anche nel primo dopoguerra italiano, è così. Oltre alla passione per il volo, l’esperienza bellica trasmette all’asso dei cieli la passione per la cocaina. Non è di certo l’unico aviatore ad averla usata e ad usarla: la custodiscono in scatolette d’oro; la usavano in azione durante missioni estenuanti, ora la sniffano anche a terra. Occhi pallati, scatti nervosi del viso, esaltazioni febbrili, le lancette dell’orologio girano più veloci, notti che ardono, ululati alla luna, occhiaie peste nero calamaio, spuntano i canini, pupille feline, sabba senza fine, per non dormire. È la polvere pestifera delle Ande, l’essenza inca del signore Viracocha “lo Splendore originario”, o la fata bianca di Mama Coca o Cocomama lussuriosa dea della gioia.

Il nostro Keller ne va ghiotto, ha le narici ben farcite. Altri tempi, in quel contesto d’avanguardia nasale è sostanza ben circoscritta a una stretta cerchia di consumatori: aristocratici viziosi, legionari fiumani, artisti, letterati, individui dannunziani. Lui ne fa un uso smodato. I suoi gusti sessuali poi, sono in linea con l’eccentricità del personaggio. Certamente omosessuale in un’epoca in cui non è semplice dichiararsi tale in modo sfacciato, ha un concetto gioioso della promiscuità; non gli mancano esperienze con ambo i sessi, finanche orgiastici, in affollati allegri materassi bisessuali. È l’Asso di cuori, lui può, non si sta mica parlando di un frivolo effeminato da cabaret.

Guido Keller con Gabriele D’Annunzio

Fiume, settembre 1919 – dicembre 1920: la stagione dello slancio verso le stelle. Alcuni ranghi dell’esercito sono in ribellione e capitanati dal Vate Gabriele D’Annunzio, occupano la città dalmata di Fiume, per impedirne il furto deciso dall’americano Wilson. Sedici i mesi d’insonnia in un’oasi fuori dal mondo, ultraterrena. L’11 settembre 1919 il dado è tratto. D’Annunzio parte da Ronchi in testa ai suoi legionari, sulla strada trova il tenente Keller che gli consegna un mazzo di fiori rossi e autocarri stipati di granatieri volontari. Fiume è liberata, Fiume è italiana. Altroché Sessantotto: Fiume italiana è una baraonda di libertà e festa, ma anche e soprattutto fucina di idee, arti, politica. È una ressa multiforme, multicolore, multiculturale. Lista disordinata di individui: arditi, alpini, bersaglieri, carabinieri, avventurieri, cittadini, signore, puttane, marinai, aviatori, eroi, artisti, poeti, futuristi, fasciopionieri, colti samurai giapponesi, studenti, anarchici, libertini, bohémien, dandy, imperialisti, sognatori, pirati, sbandati, nazionalisti, sindacalisti, socialisti, monarchici, repubblicani, stranieri, rivoluzionari, pazzi. È il marasma magnifico di individui, pensieri e intenti; episodio unico ed irripetibile. Fiume è una cometa di bellezza nella Storia.

Viva l’amore, alalà!

L’ambiente ideale per Guido Keller e per la sua travolgente creatività esistenziale

Il tenente dall’ispido pizzetto voltaico è il beniamino di D’Annunzio, che lo adora. Lo nomina segretario particolare. L’altro lo guarda di storto, offeso. Allora il poeta rivoluzionario lo rinomina segretario d’azione, così lo fa contento. Con quella carica, organizza l’U.C.M. – Ufficio Colpi di Mano, sezione terrestre e marina, sotto la cui responsabilità si muovono gli Uscocchi: pirati del Carnaro, ispirati dalla figura degli Uskok – briganti serbocroati, che flagellavano l’Adriatico saccheggiando navi e porti di Venezia e degli Ottomani.

Gli Uscocchi di D’Annunzio s’infiltrano nell’Italia imborghesita, razziano generi alimentari e militari, dirottano navi, si fanno beffe delle guardie dei politicanti calabrache, nutrono di bottino la causa fiumana. Fiume è Mompracem, Keller è Sandokan e D’Annunzio è Salgari, il creatore dell’avventura. Non basta al fantasioso Keller. La sua immaginazione artistico-guerriera lo spinge a istituire una compagnia destinata come guardia del corpo personale del Comandante GdA.

Arruola una banda di giovani soldati rinnegati, respinti da altri ufficiali di Fiume, che si sono accampati al porto, e che giocano ubriachi e nudi nuotando e tuffandosi dalle prue delle barche, o si trastullano tra vecchie locomotive, o schiamazzano arrampicati sulle gru come macachi senza alcuna disciplina. Magnifici, pensa il tenente. Li inquadra nella “La Disperata”, la guardia d’onore del Comandante, esperimento kelleriano per un nuovo ordine militare privo delle tradizionali gerarchie e regole. Marciano per la città in bermuda e a torso nudo, sfilano cantando pugnale alla cinta, si ritrovano alla sera in una loro tana dove se le danno di santa ragione anche con le bombe a mano; sono turbolenti, sono fedelissimi, sono animali notturni, se ne fregano, loro sono i tigrotti di Keller.

Guido Nettuno edonista ed esibizionista, è il primo corsaro della Reggenza, lo accompagna l’aquila anch’essa di nome Guido, con cui dorme appollaiato in cima agli alberi: in alto, è il richiamo del cielo. Ma non è ancora abbastanza. Assieme all’amico Giovanni Comisso, legionario e scrittore, fonda il Gruppo Yoga e l’omonima rivista che recita il sottotitolo di “Unione di spiriti liberi tendenti alla perfezione”. Si esplora esoterismo, filosofia, metafisica e anche aspetti sociali come la critica alla moderna alienazione tecnologica delle masse operaie. Come simboli scelgono la rosa a cinque petali e la svastica, antico simbolo ariano del sole (è inutile stropicciarsi gli occhi, siamo nel 1920, il nazismo è solo un feto, anzi nemmeno feto, solo seme)

Da YOGA, ritagli:

YOGA – unione nel senso più aristocratico della razza: di quella aristocrazia che da Ronchi a Fiume oltre al Carso, oltre all’acciaio, colle mascelle quadrate dal dominio del volere più forte della morte, ci ha portati in pieno giorno ad annientare l’Europa.

Unione libera di spirti di Fiume: Grifone Italico!

Un’aquila trovata nelle Dinariche presenzia alle adunanze.

Lo stile e la forma dell’azione sono elette dalla bellezza, e vi obbediscono.

Eppure, non basta ancora, Keller il Buddha alato vuole spingersi ancora più in là, esploratore estremista dell’esperienza terrena. Si consegna alla memoria nazionale con la fantastica beffa del pitale. Per protesta contro il Trattato di Rapallo del novembre 1920, il Buddha alato vola su Roma per lanciare tre messaggi distinti. Sopra al Vaticano lancia rose rosse in onore a San Francesco. Sul Palazzo del Quirinale, residenza della famiglia reale, lascia cadere altre rose rosse, in galante omaggio alla regina Elena e al suo popolo d’Italia. Sul Palazzo Montecitorio invece, scaglia un pitale in ferro smaltato con un messaggio di disprezzo al parlamento e al governo, a firma di Guido Keller – Ala Azione nello splendore.

Con il Natale di sangue del ’20 ha termine l’Impresa di Fiume e la giovinezza al potere, e Guido si ritrova smarrito. Superuomo per imprese eccezionali e guastato da troppa cocaina, fatica a inserirsi nel nuovo corso degli eventi. Così come è stato un pioniere dell’aria, lo è anche dell’ideale fascista, o meglio, della sua estetica. C’è difatti sicuramente più estetica che politica nell’esempio di Keller. Come il suo Comandante D’Annunzio e il futuruomo FTM Filippo Tommaso Marinetti, forse ancor più di loro, incarna l’estremismo del rivoluzionario nazionalista, soldato e opera d’arte vivente.

Con le sue gesta è antesignano del movimento di Mussolini, del suo primo laboratorio sansepolcrista. Ma la fucina di idee eclettiche per pochi agitati maneschi sperimentatori si evolve nella conquista del potere e nel partito del consenso di massa, e l’habitat per i Keller di varia specie viene meno. Guido è un pesce fuor d’acqua, una creatura indomabile, adatto a guerre e alle esibizioni eclatanti, non certo alla stabilità del tempo di pace, alla glorificazione dei bei tempi che furono come fosse un monumento vivente o una macchietta dell’arditismo, e alla nuova autorità con le sue vecchie reazioni che soffocano gli impulsi più eretici e rivoluzionari della stagione fiumana.

Guido si perde. Prova a fare l’imprenditore in Turchia con una compagnia aerea, ma senza successo. Parte poi per il Sud America per cercare l’oro. Prima Brasile e Venezuela, poi giunge in Perù. Sbarca al porto peruviano di El Callao.

Due strani individui camminano sulla banchina sotto il sole. Gli avventori che sorseggiano Pisco all’ombra delle tettoie delle bettole portuali li guardano incuriositi. Uno ha una criniera di capelli neri contraddistinta da una singolare macchia bianca nel mezzo come una fiamma, ha la barba da bucaniere, cammina elastico con le gambe nude, ai piedi porta grossi scarponi da montagna chiodati, indossa una camicia aperta sul petto e una giacca sportiva dalle cui tasche perde sulla strada documenti e mappe; dietro c’è l’altro che arranca, è il suo segretario attendente tuttofare, un ceffo reduce dai reparti d’assalto raccattato in Venezuela e finito lì chissà per quale motivo, che trascina sulla banchina il bagaglio dell’aviatore, cioè un sacco contenente uno smoking, dei calzini, un fazzoletto di seta, un maglione di lana, delle tele da pittore, dei colori ad olio, pennelli, un violino. Sono Guido Keller e il suo maggiordomo: due cartoni animati alla ricerca dell’Eldorado, bislacchi e irresistibili.

Rientra in Italia in povertà, senza più un soldo bucato. Vive ad Ostia, aiutato dagli amici. Il 9 novembre del 1929, un incidente automobilistico se lo porta via. Nel buio fitto di una notte maledetta, cinque amici viaggiano con l’acceleratore pigiato sulle strade collinari tra Lazio e Umbria. A bordo della FIAT 525, oltre a Keller c’è l’eroe di guerra Vittorio Montiglio, alpino. L’auto sbanda su una curva stretta, picchia con il muso il parapetto di un piccolo ponte di pietra rompendolo, e cade giù, sul greto di un torrente, accartocciandosi. Il teschio cannibale nel cimitero di Mirafiori sghignazza con i denti che fanno suono di nacchere. Il Buddha alato precipita, l’Arcangelo Keller è caduto.