D’Annunzio è a Gardone, nella gabbia dorata del Vittoriale, la residenza che sta lentamente trasformando da casa colonica a palazzo degno di un principe rinascimentale. I fascisti sono invece al governo, ancora di coalizione, e Mussolini ne occupa lo scranno più alto. Parrebbe una contraddizione: l’unico uomo che sembrava poter diventare il duce degli italiani è recluso sul Lago di Garda, senza mai spostarsi, mentre colui che era quasi tagliato fuori dalla politica, ideatore di un movimento che a stento riusciva a dirigere e trattenere, è ora capo del governo. Ma a ben vedere non è poi così strano che gli eventi si siano srotolati in questo modo: D’Annunzio è un uomo che aspira alla gloria imperitura, già celebre in tutto il mondo e ormai anziano e infiacchito dalla guerra e dalla sconfitta fiumana, nient’altro che un artista alla spasmodica ricerca del capolavoro, non solo il manufatto artistico ma l’intera opera di vita, nella letteratura come nella guerra, in politica e nell’eros, un amante del bel gesto anelante l’eroismo; Mussolini invece è un uomo giovane, energico, infinitamente più rozzo del Vate ma acuto e intelligente, che vuole il potere e sa come usarlo, un capo-partito e un capo-popolo, capace di essere vaso di ferro tra vasi di ferro senza bisogno di orpelli, clamore e slancio eroico. L’idealismo contro il pragmatismo, l’assoluto contro il relativo, e in politica non possono che vincere i secondi.

Mussolini nella foto segnaletica della polizia svizzera. Povero, malvestito e spettinato, così si presenta il giovane Benito. Di tutt’altra pasta rispetto a D’Annunzio, lo vediamo qui ancora socialista, come un rivoluzionario braccato

Qui la questione si trasla dal rapporto tra D’Annunzio e il fascismo al rapporto tra D’Annunzio e Mussolini. Di fatto, il fascismo si sta consolidando attorno al capo, Mussolini sta erigendo pian piano il mausoleo di se stesso e le squadre, il vero problema di Mussolini, sono inquadrate nella Milizia, un’istituzione che ora gli può garantire obbedienza e disciplina. Tra il Vate e il Duce scorre diffidenza, nonostante le pubbliche dichiarazioni di reciproco ossequio. Lo mostra l’invio di Giovanni Rizzo, commissario di polizia, al Vittoriale. D’Annunzio è assillato quotidianamente da ammiratori, questuanti e ogni sorta di scocciatori, così chiede al governo una scorta, che subito gli viene assegnata nella persona di Rizzo, nel settembre 1923. Le disposizioni di Mussolini sono chiare:

Notizie sullo stato d’animo del poeta da comunicare immediatamente. Fare capo a me per tutto quello che riguarda il Vittoriale. Telegrafatemi in cifra, scrivetemi, occorrendo venite a Roma. Troverete lassù tutto un ambiente che ha prevenzioni contro il fascismo. Ciò è comprensibile: è gente devota e fedele al Comandante.

D’Annunzio accetta di mettersi in casa una spia di Mussolini, in cambio di un canale diretto coi piani alti del governo, cui far giungere le sue infinite richieste e lamentele. Il poeta sa di essere intoccabile e di poter osare l’inosabile, si fa spiare quasi a garantire al governo che lui non darà fastidio, se però il suo stesso controllore gli darà buone notizie sul responso delle sue richieste. Il suo stato è ben individuato dallo stesso Rizzo:

Il Comandante aspira a due cose: 1°, che il suo nome appaia alla posterità grande (…); 2°, che egli abbia nei riguardi finanziari quanto gli occorre per vivere, come sempre vissuto, senza preoccupazioni di sorta. (…) Di tutte le altre cose se ne infischia.

Non è mercimonio, il Comandante non si è venduto al fascismo – questa è la conclusione cui pervengono storici e biografi –, non ne ha bisogno, dal momento che i diritti d’autore ora gli garantiscono quanto basterebbe a chiunque per vivere nello sfarzo. Desidera lasciare all’Italia un monumento, il libro di pietra, il Vittoriale che dona alla patria nel dicembre del 1923.

Il Vittoriale

Cinicamente, se lo fa pagare in parte dal governo, essendo destinato a diventare un bene pubblico: vive come un principe a spese proprie e come un feudatario a spese del governo, lui che ormai si sente migliore come arredatore che come scrittore. E principe lo diventa davvero, nel marzo 1924, Principe di Montenevoso, un monte istriano assegnato all’Italia. Pochi giorni prima ha scritto a Mussolini:

Il Governo e la Nazione hanno il dovere di riconoscermi finalmente.

Vuole essere riconosciuto per quel che è e per quel che ha fatto, esagerando in autocompiacimento, ma certo non senza ragione, dall’alto dei suoi meriti letterari, militari, oratori e d’immagine, che nessun altro in Italia, almeno in tale completezza, ha raggiunto. E desidera riconoscimento sotto forma di titoli, onori e aiuti finanziari.

Mussolini foraggia il narcisismo di D’Annunzio, poiché, come lui stesso dirà:

D’Annunzio è come un dente guasto: o lo si estirpa o lo si copre d’oro.

Opta per la seconda scelta, evidentemente: donazione della nave Puglia, del motoscafo MAS 96 con cui compì la Beffa di Buccari, proposta dell’intitolazione a Principe, promozione a Generale di Brigata Aerea della riserva, nomina a senatore (che rifiuta), nomina a presidente dell’Accademia d’Italia, carica precedentemente appartenuta a Guglielmo Marconi, che accetta quasi contrariato senza presiederne mai una seduta.

I protagonisti della Beffa di Buccari: Luigi Rizzo, Gabriele D’Annunzio e Costanzo Ciano

Mussolini ha nei confronti di D’Annunzio evidente timore reverenziale, come è ovvio per un uomo che, quanto a risultati ottenuti nella vita e a fama raggiunta, non si può di certo accostare al poeta, non ancora. La storia dei due, fino a un certo punto, non può essere più diversa. Li separano vent’anni di età, un’enormità: quando D’Annunzio è già celebre in tutta Europa grazie a Il Piacere, Mussolini frequenta le scuole elementari. Il primo ha una vita magnifica e inimitabile, il secondo vive fino agli anni Venti modestamente e in sordina. Il Vate è inserito nell’alta società, è un dandy acclamato, si muove tra Roma, Firenze, Venezia e Parigi, sempre in compagnia degli uomini più blasonati e delle donne più ambite, scrivendo e vivendo al massimo delle proprie capacità, lontano dall’impegno politico e dagli affari sociali. Mussolini invece diventa presto un socialista, ha in odio i ricchi e l’aristocrazia, è un autodidatta costretto a lavori umili e non certo gratificanti, fino a ottenere una certa fama quando diventa direttore de L’Avanti, il quotidiano del Partito Socialista, assumendone di fatto il ruolo di capo politico.

Hanno idee politiche e stili di vita i più distanti possibili, e nulla li accomuna se non la predilezione per due autori: Carducci e il suo paganesimo romaneggiante, che influenza la formazione di entrambi, e Nietzsche, inteso molto diversamente dai due: Mussolini gli dedica un saggio nel 1908, in cui lamenta che l’idea del superuomo è incarnata macchiettisticamente in Italia da D’Annunzio, mentre Nietzsche è da considerarsi il promotore della trasmutazione dei valori e della nascita dell’homo novus. Non c’è comunanza di sorta fino al 1914, quando entrambi diventano interventisti, seppure per ragioni diverse: il Poeta è un interventista nazionalista, vuole la guerra per Trento, Trieste e la Dalmazia; Mussolini è un interventista democratico, per il quale la guerra è preludio della rivoluzione sociale, contro l’imperialismo tedesco e austriaco. Anche quando sarebbe stato più ovvio, durante le radiose giornate, tra i due non ci sono contatti né traccia di stima reciproca. I due non si considerano affatto.

Quello di D’Annunzio è un interventismo d’artista, quello del futuro Duce un interventismo da politico, e la guerra rivelerà tutta la distanza che li separa. D’Annunzio prende servizio come il tenente più anziano d’Italia, è aviatore, oratore ed eroe di guerra, compie imprese dall’enorme risonanza propagandistica, fino a terminare la guerra col grado di tenente colonnello; Mussolini invece prende servizio come bersagliere, è in trincea, promosso caporale, e terminerà l’avventura nel febbraio 1917, a causa di ferite riportate durante un’esercitazione. A tal proposito si racconta un divertente aneddoto. Leggenda vuole che Mussolini, ricevuto al Vittoriale dopo due ore di attesa nell’anticamera degli ospiti sgraditi, saluti il Vate con un “salve, o fante alato”; al che D’Annunzio, richiamando la caratteristica corsa dei bersaglieri, gli risponde “salve, o lesto fante”.

Fatto è che non c’è paragone sulla risonanza del reducismo dei due: terminato il conflitto, di Mussolini quasi non c’è traccia nelle cronache, mentre la celebrità di D’Annunzio somma quella militare alla già conquistata letteraria. Fondati il Popolo d’Italia, giornale dalla limitata tiratura, e i Fasci di Combattimento, Mussolini appoggia a parole l’Impresa di Fiume, di fatto negando aiuti materiali, persino l’invio di militanti desiderosi di aiutare il Comandante, cosa che irrita profondamente D’Annunzio, che si rivolge sprezzante al fondatore dei Fasci attraverso lettere per nulla lusinghiere, le cui dure parole lasciano trasparire la totale assenza di stima e considerazione. Questi sono i primi diretti contatti tra i due. Quelli che seguiranno li abbiamo già squadernati.

Entrambi partecipano alla Grande Guerra, ma ben diversamente. Il confronto tra i due ritratti è impietoso: D’Annunzio veste un’elegante uniforme da ufficiale, posando con lo sguardo languido e ammiccante dell’artista-soldato, mentre Mussolini si staglia con gli occhi fissi, quasi pietrificati, nella modesta uniforme da ancor più modesto caporale dei bersaglieri

Ci si chiede a questo punto come si possa passare dall’assenza di comunanze e di sincero rispetto alle foto che li ritraggono a braccetto. La questione è semplice e complessa allo stesso tempo: la concezione politica di D’Annunzio è comunque permeata d’arte, l’arte di governare un popolo, e il rispetto è riservato solo a chi è in grado di creare un capolavoro politico, non ai politicanti di mestiere. Mussolini guadagna la stima di D’Annunzio e un’amicizia di facciata quando il poeta si rende conto di essere stato superato da quel giovanotto rozzo e senza meriti apparenti. C’è una gran differenza tra l’essere il Comandante di Fiume e il Duce d’Italia, D’Annunzio non può che riconoscerlo e rendere l’onore delle armi.

Tra i due però rimangono notevoli le frizioni: quando viene ucciso Matteotti, il Vate – ancora convinto che il fascismo è destinato a sgonfiarsi – scrive privatamente di essere molto triste di questa fetida ruina, frase che diventa subito pubblica e suscita la riprovazione di Mussolini; anche sui Patti Lateranensi D’Annunzio esprime la sua contrarietà, per non parlare dell’alleanza che si va instaurando con la Germania di Hitler, definito dal poeta il marrano dall’ignobile faccia. Non condividono lo stesso indirizzo politico, ma D’Annunzio non può che ammirare il dominio delle masse, l’annessione di Fiume, l’uscita dalla Società delle Nazioni, la nascita dell’Impero d’Italia, e sul piano culturale la diffusa retorica patriottica, lo slancio vitalistico che il fascismo va imprimendo all’Italia, la volontà di creare una comunità nazionale coesa e forte, virile e ambiziosa. D’Annunzio non ama né ha mai amato i fascisti, ma a questo punto non può che rendere omaggio al loro capo.

Benito Mussolini, ormai Duce degli italiani, saluta la folla dall’alto del suo podio. D’Annunzio, che mai ha amato il fascismo, quando vede Mussolini plasmare il suo capolavoro politico, gli rende omaggio come a colui che è riuscito a compiere qualcosa di più grande di quel che egli stesso aveva fatto. Mussolini ha edificato il mito di se stesso molto più di quanto non vi sia riuscito D’Annunzio

Una lettera del settembre 1936 bene immortala questo stato di sudditanza morale che ormai il Comandante, vecchio e prossimo alla dipartita, esprime nei confronti di chi è diventato più grande di lui, anche esagerando nella compiacenza:

Mio caro compagno, (…) ti ho ammirato e ti ammiro in ogni tuo atto e in ogni tua parola. Ti sei mostrato e ti mostri sempre pari al destino che tu medesimo rendi invitto e immoto (…). O compagno, non ti insudiciare nel rivolgerti alla gravedente Cloaca di Ginevra [la Società delle Nazioni, ndr]. (…) Ti abbraccio. E ti domando di morire per la tua Causa che è la mia ed è quella del Genio latino indomito.

Non la causa fascista, la causa del genio latino. D’Annunzio, nonostante la pena che suscita leggere lo sdilinquimento di un magnifico vecchio verso un indegno dittatore, resta distante dal fascismo: la sua fede è l’Italia e l’italianità, non la causa di un partito. Si sente vicino al regime perché entrambi condividono obiettivi e tensioni ideali, ma certo D’Annunzio non ha alcun interesse nell’abbracciare l’ideologia di una parte politica. Se invece dei fascisti altri avessero portato al governo nazionalismo, patriottismo, giovanilismo e opposizione alle potenze imperialiste, il Comandante sarebbe stato probabilmente vicino a questi.

A differenza di altri, c’è da dire che D’Annunzio è costretto a guardare con un misto di fastidio e affetto i suoi figli politici illegittimi, che da lui hanno imparato e a lui si sono ispirati, copiandone i modi e l’estetica: come un genitore insoddisfatto che vede il proprio figlio diventare adulto tra sbagli, inciampi e deviazioni, ma non può non riconoscerlo sempre come sangue del suo sangue, così il Vate osserva il fascismo rendendosi conto di esserne stato l’involontario demiurgo, di avergli fornito le basi, lo stile e alcuni obiettivi.

D’Annunzio incontra a Verona, nel 1937, Mussolini in rientro dalla Germania. Il Vate è vecchio e malmesso, di lì a poco morirà, mentre il Duce è al massimo della sua celebrità. I testimoni di quell’incontro raccontano, come la stessa foto mostra, che Mussolini cammina spedito davanti a sé senza quasi mai voltarsi a guardare D’Annunzio che, arrancando, fatica a tenere il passo e rimane indietro. Il fu giovanotto di Predappio ormai conta molto più del Poeta, per questo si permette di trattarlo non già da pari a pari, ma da superiore a sottoposto

Su questa via, tra ammirazione per il Duce e lo scontento per alcune scellerate politiche – prima fra tutte l’alleanza con Hitler, il pagliaccio feroce –, si spegne il Poeta, consumato dall’odiata vecchiaia da lui considerata il peggior male dell’uomo. Il primo marzo del 1938 Rizzo telefona a Mussolini annunciandogli:

ho il dolore di darvi una buona notizia.

Mussolini presenzia i funerali, il volto contrito, senza pronunciare una parola. Galeazzo Ciano confida:

non posso dire che il Duce fosse molto commosso. (…) Ha detto che nei confronti del regime si è portato sostanzialmente bene, seppure non ha mai fatto, nei primi sette-otto anni, adesione aperta. Crede però che, se nel 1924 D’Annunzio si fosse schierato contro, sarebbe stato un pericoloso avversario, perché aveva molto seguito nella gioventù. (…) Ha riconosciuto che D’Annunzio ha rappresentato molto nella sua vita, indubbiamente aveva contribuito a dare al fascismo molto delle sue forme.

Solo forme, appunto, nulla di più: il discorso al balcone, le adunate di piazza, l’eia eia alalà, la retorica trionfante e ardita, l’idea della Marcia su Roma, il culto del Comandante. Forme che il fascismo ha catturato e fatto proprie, snaturandole e trasferendone i fini. I discorsi di D’Annunzio a Fiume terminavano con eia eia alalà, viva l’amore! Mussolini non avrebbe mai pronunciato un motto del genere.

Il primo marzo del 1945 Mussolini, ormai sconfitto e decaduto, confinato a Salò sotto la tutela dei nazisti mentre gli Alleati premono e i partigiani proliferano, si reca al Vittoriale per la commemorazione dei sette anni dalla morte del Poeta. Pronuncia un discorso carico di retorica e ammirazione:

colui che durante cinquanta anni, con la poesia e con le azioni sui campi di battaglia della terra, del mare e del cielo, esaltò come nessun altro le virtù della nostra razza, oggi è con noi e incita al combattimento con l’alleato germanico.

C’è da immaginare D’Annunzio che si leva dalla tomba, infagottato nell’uniforme da Generale d’Aeronautica, l’indice puntato e le vene sulle tempie gonfie di rabbia, urlargli con la sua voce acuta:

tu, traditore della Causa! Hai venduto l’Italia a quel pagliaccio feroce condannandola alla distruzione e all’ignominia. Avevi in pugno il destino della nazione, potevi renderla invitta e gloriosa e l’hai invece insudiciata con le tue scelleratezze. Come osi venire qui a importunare il mio riposo con le tue impudenze! Avevo ragione a dire che con te l’Italia si avviava a diventare una fetida ruina.


Per la stesura dell’articolo, nel quale non è da ricercarsi alcun intento storiografico, ci si è avvalsi dei lavori dei più autorevoli studiosi in materia. In particolare, la maggior parte delle citazioni presenti nel testo sono desunte dalle biografie di Giordano Bruno Guerri e dalla lezione tenuta da Emilio Gentile nel Teatro Verdi di Trieste, il 10 aprile 2016.