Freddo, anzi gelo: si va a nord, verso le estreme terre artiche, sorvolando l’immensa calotta polare attorno al Polo Nord; l’acqua è congelata, il Mar Glaciale è immobile e bianco, di ghiaccio. I grandi iceberg, montagne galleggianti, si staccano dalla banchisa, viaggiando verso sud, per sciogliersi. Soffia il vento lungo l’infinita distesa bianca: questa è la fabbrica del clima della Terra, il naturale climatizzatore del pianeta, per rinfrescarlo, per evitare che esso bruci di febbre malarica causata dal surriscaldamento terrestre. Siamo tanti, siamo troppi, le masse si riproducono con l’esponente e ci agitiamo, attivissimi, consumiamo, produciamo, ci muoviamo, riscaldiamo, facciamo sudare il mondo malsano. Il ghiaccio è necessario, il freddo è sano.

La regione artica

La regione artica

Afferriamo il mappamondo, giriamolo per vedere che cosa c’è alla sua estremità alta. Il mondo visto da su. I meridiani convergono nella X del Polo Nord, i cerchi dei paralleli si stringono sempre di più verso la massima estremità settentrionale del globo. Eccolo, il Mar Glaciale Artico, è una chiazza bianca: la crosta di ghiaccio considerata come acque internazionali, di tutti. Attorno fanno il girotondo le terre delle potenze confinanti, che quasi s’abbracciano geograficamente alla periferia della calotta. In senso orario: mare della Siberia Orientale, baia del Čaun, il remoto porto di Pevek, mare di Laptev, penisola di Taymyr, Dikson la “Capitale dell’Artico”, l’arcipelago bianco di Novaja Zemlja, mare di Barents, Terra di Francesco Giuseppe, (Russia); isole Svalbard, villaggio di Longyearbyen (Norvegia); Groenlandia, isola di Oodaaq, base militare “Nord” dell’esercito danese Forsvarskommandoen, villaggio di Qaanaaq già Thule, (Regno di Danimarca); accampamento di Alert, regione di Nunavut, isole Regina Elisabetta, mare di Beaufort, golfo di Amundsen (Canada); Alaska, giacimento di petrolio di Prudhoe Bay, Utqiaġvik, acque americane del mare dei Ciukci (Stati Uniti).

Sembrano nomi usciti dalla fantascienza, per descrivere pianeti e galassie immaginate; ma non è così, sono nomi terrestri, non alieni, si tratta dei luoghi più remoti del nostro mondo, la dimensione è per fortuna ancora lontana, estremamente avventurosa, incontaminata e selvaggia, poco accessibile. Deo Gratias esistono ancora territori che rimangono ermeticamente protetti dal frenetico movimento umano, ringraziamo pure la natura ancora cattiva che si mostra freezer. Ma noi cocciuti ce ne freghiamo del freddo,  andiamo in esplorazione con una vicenda italiana di coraggio e di gloria. Una famiglia di orsi polari è a caccia di foche. Papà orso, mamma orsa e  i quattro cuccioli – magnifici in pelliccia bianca immacolata – si distraggono da un rumore mai avvertito prima. Un ronzio nel cielo, un rombo costante s’avvicina. Un gigantesco siluro grigio chiaro passa sopra le teste degli orsi sbalorditi. Sul fianco del mostro dell’aria, un’eccentrica balena volante, una scritta nera: NORGE. È il dirigibile comandato dal tenente colonnello italiano della Regia Aeronautica Umberto Nobile, il primo aeromobile della Storia ad aver sorvolato il Polo Nord; una delle più belle imprese della nostra aviazione.

Il dirigibile Norge

Il dirigibile Norge

Umberto Nobile del Genio aeronautico ama i dirigibili. Anni ’20 del novecento, negli ambienti aeronautici, c’è un acceso dibattito su quale mezzo dominerà i cieli, se i lenti e costosi pachidermi a gas, oppure i più agili e veloci aeroplani. Sappiamo bene chi vincerà la sfida dell’aria, ma al tempo era una partita ancora tutta da giocare. Il campo ideale per la contesa è il Polo Nord, non ancora raggiunto dall’uomo. Il celebre esploratore norvegese Roald Amundsen tenta nel 1925 di piantare la bandiera del Regno di Norvegia con due idrovolanti, ma fallisce. A Oslo, Amundsen s’incontra con Nobile, che lo convince a provare con un suo dirigibile, a detta dell’ufficiale italiano il mezzo ideale per quel tipo di progetto. È il Norge, nave delle nuvole acquistata dall’Aero Club Norvegese, a tentare l’estremo grazie anche a finanziamenti privati americani del magnate Lincoln Ellsworth, pure lui impallinato di ghiacci polari, e del governo italiano fascista.

Roald Engelbregt Gravning Amundsen

Nobile è un progettista dotato di forte spirito d’avventura. Uomo curioso, ha in sé le caratteristiche proprie dell’esploratore e del gran viaggiatore. Il Norge parte da Ciampino il 10 aprile del 1926, alle ore 9.30. Fa tappa a Pulham, in Inghilerra, poi ad Oslo, Leningrado (dove rimane per tre settimane) e a Vadsø, in Norvegia. Il gigante dell’aria in tour nordeuropeo.

Nella Baia del Re, sull’isola Spitsbergen dell’arcipelago Svalbard, il dirigibile attracca all’hangar a cielo aperto costruito dall’ingegnere Felice Trojani, braccio destro di Nobile. Qua prende posto l’equipaggio definitivo: sedici uomini e la cagnetta Titina, mascotte dell’impresa e cara amica di Umberto. Roald Amundsen è il capo della spedizione, a Nobile viene affidato il comando del dirigibile. Si parte per sorvolare il Polo Nord.

Il comandante ci tramanda le sue impressioni:

Tutto l’ambiente aveva assunto una tonalità di color grigio perla … oramai eravamo a poca distanza dal Polo … Man mano che ci andavamo avvicinando, l’eccitazione a bordo cresceva. Nessuno parlava, ma si leggeva nei volti l’impazienza e la contentezza … alle 1,30 l’altezza del sole, che di tanto in tanto traluceva tra le nubi, ci avvertì che eravamo al Polo … rallentai i motori … sicché il silenzio del deserto si sentì più profondamente … il brogliaccio registra soltanto: 12 maggio – ore 1,30, e poi in grandi caratteri, decisi: PIANTATA AL POLO LA BANDIERA ITALIANA. Compiuto il rito … proseguimmo verso l’ignoto

Ripetiamo: PIANTATA AL POLO LA BANDIERA ITALIANA. Che orgoglio. C’è anche la bandiera di Norvegia e di Stati Uniti, va bene, è giusto che ci siano anche loro, ma la nostra è grande il doppio. Siamo i primi al Polo Nord, il primato è nostro. L’esploratore americano Robert Edwin Peary con un manipolo di eschimesi e quaranta cani da slitta diceva di esser arrivato lui per primo, nel 1909. Peary si sbagliava! Nel 1989 la National Geographic Society studiando fotografie e misurazioni sulle carte, ha stabilito che l’ammiraglio Peary ci è andato vicino, ma non abbastanza. Dunque è la nostra bandiera, bella grande, lanciata dall’alto, ad essere protagonista. Certo, c’è Amudsen coi suoi ufficiali, timonieri e radiotelegrafisti, che s’offende: ricordiamo che il norvegese è passeggero di un dirigibile italiano comandato da un italiano. C’è anche il miliardario americano Ellsworth che gonfia il petto: grazie per i tuoi dollari Lincoln, ma il tuo contributo alla missione si ferma lì.

Il volo del dirigibile Norge sopra il Mar Glaciale Artico

Il volo del dirigibile Norge sopra il Mar Glaciale Artico

Il tricolore sventola sul Polo, verde bianco rosso tra i ghiacci nati nella notte dei tempi. Per l’eternità: roboante esercizio retorico, ma ci piace così, ricordiamo fieri l’impresa italiana.

Il 14 maggio 1926 il Norge tocca terra in Alaska, a Teller, missione compiuta.

Sfogliando La Stampa di Torino di martedì 3 agosto 1926:

È bene che io ripeta che non siamo eroi. Noi siamo degli italiani e dei cittadini che vogliamo bene al nostro Paese: e niente altro

Umberto Nobile dixit. E sono giorni di onori, grandi echi sui giornali, il genio italico vola alto, il fascismo stappa lo spumante, geografia e prestigio internazionale, scienza e politica, scoperta e propaganda, tecnica e pubblicità, Umberto sugli scudi, Umberto è l’eroe dell’Artide. Mussolini entusiasta lo nomina maggior generale del Genio Aeronautico. Italo Balbo, dal novembre ’26 sottosegretario di Stato all’aviazione e poi sempre più su nel pantheon dell’aeronautica nazionale tra epiche trasvolate e incarichi importanti, lo guarda di storto, non crede nei dirigibili, giustamente li ritiene lenti e poco utili rispetto agli aerei e soprattutto non sopporta le altre prime donne nell’ambiente dei cieli, perché lui stesso è una prima donna. La lotta delle prime donne. Ne resterà soltanto una, di prima donna.

Umberto Nobile (1885-1978)

Umberto Nobile (1885-1978)

Dopo il successo, non si dorme sugli allori. Benché la prima spedizione del Norge abbia dimostrato che con l’aeronave si possono fare grandi imprese, rimangono ancora 4 milioni di chilometri quadrati inesplorati nelle regioni artiche; insomma, dal punto di vista cartografico c’è ancora tanto da fare. Nobile vuole una seconda missione, pensa a realizzarla con il progetto del dirigibile semirigido N-5, grande tre volte l’N-1 Norge, un pasciuto dinosauro gonfio di gas, in lento moto scivolante verso l’estremo nord. Ma il governo, per voce di Balbo, ras della Regia Aeronautica, dice di no, basta investimenti nei dirigibili, meglio ali, eliche, velocità. Anche la richiesta di due idrovolanti di soccorso ormeggiati alla Baia del Re viene bocciata: viene concessa solo una squadra di alpini, distaccata presso la base di Nuova Ålesund. Insomma, Nobile è costretto a far da sé, avvalendosi di finanziamenti privati milanesi e degli strumenti scientifici forniti da enti italiani e stranieri. Riesce a costruire l’N-4, gemello potenziato dell’N-1 Norge. Il nuovo dirigibile viene ribattezzato Italia, che bel nome.

Il dirigibile Italia (1928)

Il dirigibile Italia (1928)

Diciassette i membri della nuova avventura, tra equipaggio, scienziati, un giornalista de Il Popolo d’Italia, la mascotte fox terrier Titina, anche lei veterana dell’Artide. Questa volta gli stranieri sono solo due, il fisico ceco Frantisek Behounek e il metereologo svedese Flinn Malmgren, tutti gli altri sono italiani, Titina compresa. Con i soldi dei generosi industriali meneghini, si riesce a mettere in sesto la Città di Milano, un mercantile adattato come nave d’appoggio. Decollo, tappa in Pomerania e nella norvegese Vadsö; dopo due anni Nobile ritorna alla base nella Baia del Re. È il 6 maggio del 1928.

L’Italia si alza in volo ancora tre volte.

L’11 di maggio: meteo pessimo, si deve rientrare dopo solo 8 ore di navigazione.

Il 15 di maggio: esplorazione di tre giorni, l’Italia sorvola terre sconosciute. Quel Nautilus dell’aria disegna le carte di isole e arcipelaghi rimasti nascosti dall’inizio di tutte le cose del mondo. Il Capitano Nemo è il generale Umberto Nobile. Ventimila leghe sopra i ghiacci. Jules Verne è a bordo, scruta dall’oblò l’ignoto ora conosciuto.

Il 23 di maggio: volo fatale. Si vuole raggiungere il Polo Nord, e qui far sbarcare gli scienziati. Tante ore di viaggio, ma il vento aiuta, Eolo con le sopracciglia bianche di brina soffia l’aeronave verso latitudine 90°N, ma forse vuol giocare un brutto tiro. Poco dopo mezzanotte l’équipe è sopra l’obiettivo. Il tempo è cambiato repentino, in peggio; purtroppo non si può scendere a terra. Ma ciò non è sufficiente a guastare la festa:

 Per il comandante Umberto Nobile … Eia, Eia! Alalà!

 Pacche sulle spalle, brindisi in quota, lancio nell’ordine: bandiera italiana, gonfalone della città di Milano, croce di Cristo donata da Papa Pio XI, un’icona della Madonna del Fuoco protettrice di Forlì. Messaggi radio che annunciano il successo al Duce, al Papa, al re. Le dita di un esploratore poggiano un disco sul grammofono, il disco gira, la tromba suona Giovinezza:


Giovinezza: inno degli Arditi, degli Squadristi e poi inno trionfale del Partito Nazionale Fascista

Va bene, si preannuncia un nuovo trionfo, chissà che copertina disegnerà questa volta Achille Beltrame su La Domenica del Corriere ? Ma dopo l’euforia, sull’Italia c’è ora preoccupazione. I venti che avevano spinto a poppa ora rallentano a prua. Il dirigibile naviga controcorrente. Il metereologo svedese consiglia la rotta, sicuro, ma le sue previsioni sono completamente sbagliate e si ritrovano in balia di una burrasca di gelo e nebbia grigia spessa come lana. Si galleggia nel grigio, nel nulla, per un giorno intero. È la mattina del 25 maggio 1928, un venerdì nel congelatore. Il grande siluro è alla deriva nella tempesta, fuori rotta, perso. Le eliche spinte a tutta forza sputano frecce di ghiaccio, dei proiettili che si scagliano in pioggia battente sulla superfice del veivolo.

Il marconista Giuseppe Biagi  tenta inutilmente di prendere contatto con la base delle Svalbard, con la nave Città di Milano, con chiunque. La nebbia di ghiaccio mangia l’Italia. Titina abbaia spaventata nella navetta, anche lei avverte la catastrofe, vede gli uomini agitati. Il timone s’è bloccato! La prua punta giù, al suolo. Spegnere i motori, subito! Calma, silenzio. Si galleggia piano nel vuoto grigio. Ma ora il dirigibile sale, e sale ancora, esce dalle nuvole, la luce acceca, gli uomini mettono gli occhiali, il sole è quello polare. I raggi sono lame affilate. La pancia dell’Italia si gonfia, il gas può esplodere, si potrebbe finire come accadrà nel ’36 sullo Zeppelin Hindenburg.

Le valvole riescono a mantenere il controllo, per poco però, il timone è di nuovo bloccato e si scende un altra volta giù, montagne russe con il giro della morte sopra il pack. Perdita di quota. Sulla gondola, ovvero la navicella di comando sotto l’intelaiatura, Nobile spalanca gli occhi sulla calotta che s’avvicina. Impatto: una botta spaventosa. La navicella sbatte con violenza, si squarcia come una lattina vuota, dieci uomini tonfano a terra, Titina rotola tra i frantumi. Vincenzo Pomella, motorista, muore sul colpo. Umberto Nobile e il capo tecnico Cecioni hanno le ossa rotte. La gondola è in pezzi ma l’involucro riprende quota, il siluro ha rimbalzato sul pack e ora torna su. Sei membri dell’equipaggio sono aggrappati al traliccio centrale, sulle passerelle.

Il motorista Ettore Arduino, eroe, lancia a terra tutto quello che trova a portata di mano e che può essere utile agli uomini rimasti a terra. Alessandrini, Caratti, Ciocca, Arduino, Pontremoli e Lago: i sei guardano la terra e i compagni allontanarsi. Volano via. Dispersi nel Mar di Barents, e mai più ritrovati. L’Italia è inghiottito dalle nuvole gelide. Rimaniamo sulla superficie, un gigantesco lastrone alla deriva tra le isole Foyn e Broch, e osserviamo la scena. Una cagnolina abbaia disperata, nove uomini barcollano o strisciano, un altro è immobile, rottami di metallo, casse rotte, coperte, provviste sparse, attrezzi. Tutto il resto è bianco, grigio, grigio-bianco: il deserto di ghiaccio, desolazione assoluta.


Polar Inertia – Hell Frozen Over

Polar Inertia – Hell Frozen Over – l’inferno s’è congelato. Mi sono sforzato di trovare una musica quanto più adatta che fosse d’accompagnamento alle visioni immaginate di quei naufraghi alla deriva artica e l’ho trovata. Techno che picchia dura, un martello costante e oppressivo, accellerazioni come battiti cardiaci di chi capisce angosciato che sarà lunga agonia senza rotta alcuna, l’alienazione di anime isolate da tutto, come se esiliate su un altro lontano pianeta, il freddo del suono metallico, dai timpani brividi di gelo sono trasmessi sulla pelle. Smarriti al Polo, dove il mare è ghiacciato.

I sopravvissuti hanno però una tenda con cui ripararsi, il comandante ordina di dipingerla di rosso con la fucsina per renderla visibile dall’alto. È la famosa tenda rossa.

L'impatto al suolo dell'Italia

L’impatto al suolo dell’Italia

Il marconista Giuseppe Biagi si mette subito a lanciare l’SOS con la sua radio Ondina 33. Ma la nave d’appoggio Città di Milano non capta. Un orso polare si avvicina curioso e pericoloso, viene ucciso a revolverate dal metereologo svedese. Dopo pochi giorni sono in vista di un’isola. I capitani Filippo Zappi e Adalberto Mariano decidono di tentare la sorte e partono per cercare di raggiungerla. A loro si unisce Malmgren che ci lascerà le penne, collassando sul pack, mentre Zappi e Mariano verranno salvati dal pilota sovietico Boris Chukhnovsky che li avvista il 10 luglio, e poi recuperati due giorni dopo da una nave rompighiaggio russa, la Krassin.

Alle operazioni di soccorso partecipano l’Italia (non molto a dire il vero), la Norvegia, la Francia, la Finlandia, l’URSS: idrovolanti, aerei, baleniere, rompighiaccio e piloti, marinai, alpini, universitari del CAI. Dalla tenda rossa, Biagi continua a inviare l’SOS e il 3 di giugno il segnale viene sentito dal giovane radioamatore russo Nikolaj Schmidt dell’oblast’ di Arcangelo che si mette in contatto con la Stazione Radiotelegrafica della Regia Marina – Radio San Paolo di Roma, centro adibito alle comunicazioni per le colonie italiane e le navi dell’Atlantico, del Mediterraneo e dell’Oceano Indiano. Bravo Nikolaj!


La tenda rossa (1969)

Grazie al ragazzo sovietico, Radio San Paolo riesce a mettere in comunicazione la Città di Milano con i supertisti. Ora il contatto c’è, ma le operazioni di ricerca continuano, sono acque e pack sconosciute, non si conosce ancora l’esatta posizione della tenda rossa. I drammi purtroppo non sono finiti. A bordo di un idrovolante Latham 47 francese, un equipaggio capitanato da Roald Amundsen – che nonostante le feroci polemiche dei tempi del Norge partecipa senza indugi ai soccorsi – cade nelle acque del Mare di Barents. Dell’idrovolante verrà ritrovato solo un galleggiante, null’altro. Finalmente avvistati da altri apparecchi, gli uomini della tenda rossa ricevono rifornimenti. Il 23 giugno il pilota svedese Lundborg riesce ad atterrare sul pack e trae in salvo per primo il generale Umberto Nobile con Titina: ahi ahi, questo è un momento delicato per la carriera, l’onore, la vita di un comandante…

Lundborg fa un secondo giro per recuperare l’altro ferito Cecioni, ma stavolta il biplano atterra male, l’aereo Fokker è capottato e il pilota rimane intrappolato anche lui su quella maledetta banchisa. Ma il 12 di luglio il rompighiaccio sovietico Krassin, inviato in soccorso da Leningrado e la cui squadra di ricerche è comandata dall’esploratore polare Rudol’f Lazarevič Samojlovič, poi vittima di purghe staliniste, riesce a salvarli.

Rudol’f Lazarevič Samojlovič

A Roma, il generale Umberto Nobile viene pesantemente attaccato. Un capitano non abbandona mai per primo la propria nave, non volta le spalle ai suoi uomini anche se ferito. Il fatto che il cane Titina sia salita con lui mentre gli altri superstiti rimanevano laggiù non aiuta di certo la sua difesa. Nobile di nome ma non di fatto, lo accusano. Italo Balbo si frega le mani, ha l’occasione per mettere definitivamente da parte il rivale e per chiudere in soffitta i disprezzati dirigibili. Nobile, come per una maledizione, passa il resto della sua vita a giustificarsi. Sotto il fascismo perderà tutte le cariche e diventerà consulente aeronautico in Unione Sovietica e Stati Uniti. Probabilmente fu Lundborg a convincerlo a salire per primo sul Fokker, con il pretesto che sarebbe stato fondamentale il supporto del comandante per coordinare le ricerche. C’è però un museo ai confini della Terra, l’Airship Museum, fondato recentemente dall’italiano Stefano Poli a Longyearbyen, isole Svalbard, che custodice una triste e squallida ipotesi: si tratterebbe di una faccenda di assicurazione, e quindi di soldi. Non impantaniamoci oltre nel fango postumo, è sicuramente meglio il bianco polare immacolato. Umberto Nobile non era un eroe, dopotutto lo ammette anche lui.

È bene che io ripeta che non siamo eroi

E ripetiamolo. Però non lasciamoci con le ombre, preferiamo piuttosto le luci. Lasciamoci allora con l’immagine del Norge in esplorazione felice, e del tricolore che sventola al Polo Nord, la bandiera d’Italia lassù, nel mare di ghiaccio.