Secondo Kofi Annan in Jugoslavia è stata condotta una guerra mondiale nascosta poiché vi erano implicate direttamente e non tutte le forze mondiali: in Bosnia, nello specifico, si spezzano tutte le essenziali contraddizioni del secondo e terzo millennio. Il conflitto jugoslavo rappresenta nell’immaginario collettivo un passaggio storico confuso e frastagliato che è difficile da comprendere, e che la maggior parte delle volte si è volutamente evitato di approfondire per non intaccare l’ingannevole volto di un’Europa portatrice di pace.

Sarajevo, immagine modificata da Arianna Cavigioli

La dimensione dello stato socialista titino, nella sua complessità, ha rappresentato uno degli esperimenti più riusciti di coesione culturale, religiosa ed etnica che la storia degli stati moderni abbia mai raggiunto. In un’Europa sempre più sussunta alle logiche di profitto e ormai prossima ai trattati di Maastricht, la Jugoslavia di Tito rappresentava ancora forse l’ultimo baluardo dello spirito antifascista per cui i partigiani di mezz’Europa erano morti durante il secondo conflitto mondiale.

L’equilibrio interno del suddetto governo, era basato oltre che sull’uguaglianza religiosa ed etnica, su una reale distribuzione delle ricchezze e sulla condivisione del pensiero marxista, riuscendo così nel difficile compito di integrare le diverse popolazioni storicamente in lotta nella cosiddetta polveriera balcanica. La morte del maresciallo Tito lasciava la Jugoslavia impreparata e facile preda del ritorno di nazionalismi, che, attraverso una spietata propaganda, costruirono o sollecitarono odi interinali falsamente atavici. Il serbocentrismo propugnato dal successivo governo si abbatté come una meteora sulla nazione, facendo dell’assedio di Sarajevo metafora perfetta per comprendere le dinamiche di una guerra fratricida.

Sarajevo, immagine modificata da Arianna Cavigioli

Dopo il fulmineo attacco serbo alla Slovenia e alla Croazia il cuore del conflitto si spostò in Bosnia. La programmazione della Repubblica del popolo serbo di Bosnia Erzegovina del 9 gennaio 1992, e il successivo boicottaggio del referendum sull’indipendenza da parte dei cetnici (serbi-bosniaci) diedero l’inizio alla guerra. Quella che per i serbi doveva essere una guerra lampo si rivelò una guerra di posizione logorante per tutte le parti in causa.

La notte tra il 4 e il 5 aprile le truppe serbe entrarono a Sarajevo tentando di occupare il palazzo presidenziale ma furono fermate in extremis da un gruppo di militari musulmani armati solo da venti fucili. Iniziava così l’assedio della capitale bosniaca e l’eroica resistenza spirito-materiale cittadina. Oltre alla resistenza armata, infatti, un nuovo tipo di resistenza si veniva a creare per le strade di Sarajevo: quella culturale.

Sarajevo, immagine modificata da Arianna Cavigioli

La cultura in tale esperienza è fuoriuscita dal semplice contorno ricreativo per assumere le caratteristiche di arma di resistenza, capace non solo di motivare ed aggregare ulteriormente la popolazione, ma anche di colpire al cuore l’avanzata serba. Al contempo la cultura fu un importantissimo canale divulgativo per la memoria storica, cercando di dialogare a livello internazionale con un linguaggio innovativo per gli scenari di guerra. In senso generale la resistenza poteva essere intesa come una manifestante e continua ricerca della “normalità”, risposta diretta e concreta ai continui bombardamenti serbi. Nonostante recarsi a una mostra o una rappresentazione teatrale rappresentasse un concreto pericolo per la vita della popolazione sarajevese, gli abitanti della capitale bosniaca non smisero mai di ricercare, creare, spesso con materiali improvvisati, e supportare, i movimenti artistici.

La tenacia cittadina era riscontrabile anche dai piccoli gesti di resistenza, che il collettivo FAMA registrò e declinò in un progetto sia interattivo che cartaceo. Newsletter of Cultural Survival raccoglie e analizza creazioni individuali, eventi pubblici, progetti multimediali e spettacoli teatrali tesi a mantenere compatta la vita culturale della città. Il metodo di archiviazione di FAMA si basa sullo studio di documenti ufficiali e non: è un’indagine comparativa di fonti dirette, indirette e testimonianze orali. Oltre a fornire questi registri multiformi di memoria storica, il collettivo operò nell’intero arco temporale dell’assedio e contribuì personalmente a veicolare quell’atteggiamento di resistenza concreta, culturale e spirituale dei cittadini.

Sarajevo

Nel 1993 i membri di FAMA produssero e tentarono, nel limite delle loro possibilità, di diffondere Survival Guide, un vero e proprio manuale stile guida Michelin contenente consigli pratici per la sopravvivenza nella Sarajevo assediata. Le condizioni della città erano molto simili a quelle di uno scenario post apocalittico, se non fosse che la catastrofe era in corso e regnasse attraverso le 800 bocche di fuoco che colpivano quotidianamente l’urbe. Mirate principalmente le infrastrutture fondamentali come linee telefoniche, ospedali, centrali di latte e pane, luoghi di culto e intelletto, i sarajevesi erano privati dei beni di prima necessità come acqua, elettricità, cibo, comunicazione, trasporti e cultura.

Questa condizione disastrosa di isolamento condusse FAMA a creare un archivio di immagini, documenti, storie e interviste atto a facilitare la sopravvivenza spirituale e concreta dei cittadini. Le 4.000 bombe che cadevano ogni giorno su Sarajevo portarono, oltre che alla distruzione, la creazione di un nuovo gruppo sociale di resistenza; “survival” era la nuova filosofia del terrore condita da umorismo e innovazione che alimentò tolleranza, cultura e senso di collettività.

Foto tratta dal giornale Oslobodjenj, immagine modificata da Arianna Cavigioli

Con grande sarcasmo FAMA dichiarò che a Sarajevo si stava sviluppando quello che avrebbe dovuto rappresentare lo spirito dell’Europa, ma che nella realtà era paradossalmente in contraddizione con i grotteschi salotti europei del tempo – non molto lontani da quelli odierni. La città, inoltre, stava realizzando gli obiettivi New Age di salute, ecologia, consapevolezza agricola e riciclaggio dettati purtroppo non da una scelta, ma dalla catastrofica situazione urbana.

Proprio dalla necessità di un equilibrio tra costruzione e distruzione nel 1994 FAMA costruì Survival Art Museum, un’installazione multimediale che potesse accogliere spettacoli teatrali, proiezioni filmiche e concerti musicali. La struttura, che doveva emulare una casa tradizionale sarajevese, era realizzata con materiali di fortuna, rovine di altre abitazioni e componenti di vecchie caserme dell’esercito jugoslavo. La costruzione fu diretta da FAMA ma realizzata collettivamente, al fine di preservare l’innovazione, l’ingegno e la creatività dei cittadini. Survival Art Museum esponeva arnesi di sopravvivenza tra cui contenitori d’acqua e stufe fatte in casa, ma anche oggetti intrisi di storia passata e presente come carte nautiche, munizioni create da proiettili nemici e divise di guerra.

Survival art museum 1994

Veniva infine proiettato The screen of dreams, un film sulla Sarajevo prima della guerra che i cittadini, secondo FAMA, avevano bisogno di visionare per non affidarsi a odi fugaci e irrazionali, e rischiare di rinnegare la loro storia e il passato socialista, elemento fondante proprio di quello spirito di resistenza culturale.