Fra il XV e il XVI secolo dell’era volgare si assiste in Europa ad un rilancio degli ideali cavallereschi, anche nelle arti visive e nella letteratura, sull’onda del nuovo spirito di crociata destato dallo stupore per la caduta di Costantinopoli in mano ai turchi musulmani (1453). Fu lo stesso papa Pio II, quell’Enea Silvio Piccolomini cultore della classicità, figura eminente del nostro Rinascimento, a promuovere l’assalto ad Oriente; ma il destino volle che abbandonasse questo mondo, proprio nell’istante di imbarcarsi dal porto di Ancona per guidare personalmente l’attacco agli infedeli. A proposito di spirito cavalleresco, il poeta francese Victor-Emile Michelet affermò:

 questo mondo sprofonderebbe il giorno in cui non producesse più un cavaliere;

e questa citazione è posta in apertura dell’imponente opera, pubblicata lo scorso anno per la Pisa University Press, intitolata Asceti armati, dell’avvocato romano Riccardo Scarpa. Un volume di quasi settecento pagine, denso di storie e di figure esemplari che hanno incarnato su questa terra l’archetipo del cavaliere.

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Infatti, la cavalleria, prima ancora di essere un’istituzione storicamente fondata ed esteriormente visibile, fu un’ideale che trovò espressione nella lealtà verso se stessi e il proprio signore, nel senso dell’onore e nel cameratismo, nella protezione dei più deboli, nella pietà verso il nemico sconfitto sul campo di battaglia – quel complesso di atteggiamenti che determinarono il contegno del cavaliere. Prendendo le mosse dal doctor illuminatos, il filosofo catalano Raimondo Lullo (1232-1316), esperto di arti magiche e scienze ermetiche, l’autore chiarisce fin dal principio che quella del cavaliere è una condizione antropologica, cui l’umanità si aggrappa quando le epoche oscure – in cui dilaga slealtà, ingiuria, falsità e disordine – invocano l’avvento di eroi che ristabiliscano la giustizia e la verità attraverso il timore delle armi.

Il volume si dipana nella minuziosa descrizione della nascita e dello sviluppo degli ordini cavallereschi nei diversi angoli del mondo e nelle varie epoche – dalla Cina all’impero del Sol Levante, dalla cavalleria araba e turca all’India e al sud-est asiatico, dall’antica Grecia all’ordine equestre romano, fino alla meravigliosa fioritura della cavalleria medievale. La trattazione di emblematiche figure cavalleresche, fino all’eroe del nostro Risorgimento Giuseppe Garibaldi, è condita con erudite descrizioni della vita del personaggio, delle origini familiari, della formazione culturale, dell’ambiente che fu teatro del suo agire.

The Accolade - Edmund Leighton (1901)

The Accolade – Edmund Leighton (1901)

Venendo alla sua costituzione storica, vengono distinte tre specie di cavalieri, rispondenti a tre diverse funzioni spirituali e gradi di realizzazione metafisica: la cavalleria secolare, comprendente gli uomini che ebbero in amministrazione un feudo; i cavalieri erranti, i quali si dedicarono totalmente alla ricerca spirituale e al servizio dell’ideale cavalleresco, percorrendo il mondo in solitudine; infine, la cavalleria “monastica” o regolare, cioè una milizia di combattenti associati in ordini monastico-guerrieri, obbedienti ad una “regola”, né erranti né sedentari, il più famoso dei quali fu l’Ordine dei Cavalieri del Tempio.

A questo punto, per comprendere la natura e la missione della cavalleria, è bene rammentare, seguendo le tracce dell’autore, il significato della tradizionale tripartizione dell’essere umano in spirito, anima e corpo. Attraverso lo spirito, la cui sede è la facoltà intuitiva situata nel capo, l’uomo raccorda il proprio sé profondo con il suo archetipo situato nell’iperuranio; con l’anima, la cui sede è il cuore, ove dimorano le facoltà emotive e sentimentali, si congiunge orizzontalmente alle emozioni dei propri simili e alla vitalità della natura; con il corpo, a mezzo delle facoltà sensoriali, percepisce la materia e agisce su di essa. Quando le tre parti non si legano in armonia, sopraggiungono le patologie del singolo e della società; porre in asse queste tre dimensioni, secondo una verticale fra cielo e terra, consente all’uomo la necessaria ascesi verso il principio ideale, cui tende attraverso l’illuminazione dello spirito, la devozione dell’anima, l’operatività del corpo.

Il cavaliere errante - John Everett Millais (1870)

Il cavaliere errante – John Everett Millais (1870)

La meta di questa ascesi consiste nella deificazione, quel momento in cui – se per l’uomo comune sopraggiunge la morte – l’iniziato perviene all’apoteosi. Ognuno, però, al fine di conquistare questa condizione teosofica, deve prima di tutto sconfiggere l’egoismo – sconfiggere quell’Io che lo tiene imprigionato in una fitta rete di brame e desideri irrazionali. A quel punto, il suo cuore, in precedenza incatenato al piacere fisico, comincia ad aprirsi verso l’alto e a sperimentare nuove realtà e visioni. Quanto al culto della bellezza e della donna – il cosiddetto “amor cortese” – è invalso l’equivoco di considerarlo come amore privo di ogni componente virile; invero, nella bellezza femminile, il cavaliere riconosce quell’ordine divino che egli ha realizzato dentro di sé – nell’armonia fra spirito, anima e corpo – e nel servire cavallerescamente una dama non fa che servire se stesso.

Quella del cavaliere, dunque, altro non è che una via iniziatica, che apre a nuove e inattese modalità di esistenza, percorribile da un certo tipo di uomo, adeguatamente selezionato; la via del cavaliere convive organicamente con altre, riservate ai tipi umani che praticano altre attività o misteri, ed ogni individuo deve essere sempre libero di scegliere quella più congeniale alle proprie qualità. È proprio questa la differenza tra i due estremi della rigida chiusura di casta e dell’anarchia sociale: l’uomo ha il compito di investigare se stesso, rinvenire in sé quell’impronta che lo ricollega al modello presente nel sovra-mondo, per esercitare la funzione a sé più consona; funzione che ha, nel contempo, significato economico, politico e spirituale.

God Speed! - Edmund Leighton (1900)

God Speed! – Edmund Leighton (1900)

Con riguardo alla componente sociale, il cavaliere, in quanto uomo “libero”, può portare le armi e ne ha il monopolio per la tutela delle leggi, dell’autorità e dei diritti dei più deboli. Le conoscenze metafisiche cui ha avuto accesso e la legge interiore cui s’attiene, gli consentono di vivere da probo e di amministrare la giustizia. Per questi motivi, i re vennero sempre scelti dal ceto dei guerrieri, i quali raggiungono la piena e incondizionata libertà con la trasmutazione del proprio essere, purificandosi dai metalli vili dell’ego: dunque, la spada diviene lo scettro, l’elmo la corona, il guanto la mano che rende giustizia, lo scudo il globo del mondo, il cavallo il trono, la dama l’anima della nazione su cui regna. È il compimento del percorso di perfezione, è l’autorità che discende per trascinare in alto coloro per i quali si regge lo Stato. Se il cavaliere difende l’ordine, il detentore dello scettro lo emana, come raggi di sole sui pianeti, riagganciando la comunità alle leggi eterne della natura e del cosmo.

Quella del cavaliere è la figura che mostra nella maniera più eminente che l’idea non va confusa col pensiero astratto – per irrigidirsi in una vuota filosofia da salotto – ma deve essere testimoniata con un’esistenza esemplare e luminosa. Potremmo citare, per concludere, le parole che Ridely Scott, in “Kingdom of Heaven”, fa pronunciare a Goffredo di Ibelin, interpretato da Liam Neeson, come giuramento per il figlio Baliano:

Non avere timore innanzi ai tuoi nemici; sii impavido e retto, cosicché Dio possa amarti; di’ il vero sempre, anche se ti conduce alla morte; salvaguarda gli indifesi e non fare torti. È il tuo giuramento!