Fake news. Controllori o controllati? Troll russi o propaganda high tech? Sono anni che la diffusione di potenziali contenuti falsi online preoccupa autorità nazionali, sovranazionali e società informatiche.

Facebook rimuove le notizie false solo ed esclusivamente se contrarie alle sue policy o contrarie alla legge. Per il resto se gli viene segnalata una fake news la gira a un’associazione di fact checking – in Italia è Pagella politica – che rivedrà la notizia.

Questa è la versione della società americana riportata dalla Direttrice delle relazioni istituzionali per il Sud Europa Laura Bononcini a Montecitorio dove, pochi giorni fa, è stata ascoltata nella commissione Trasporti sul tema dei Big data. Se l’agenzia valuta che la notizia è potenzialmente falsa, ha spiegato Bononcini, produrrà una analisi del perché sia falsa, che comparirà sotto la notizia (o immagine, o video), con una indicazione per l’utente che verrà invitato a pensarci due volte prima di condividerla.  

Ma cos’è questa agenzia? Pagella politica, si legge dal sito, è una Srls nata a fine 2013 da 10 soci, nessuno dei quali, viene garantito, fa parte di partiti e/o movimenti politici. Ciò non toglie tuttavia che lo staff possa avere posizioni politiche che possano indirettamente influenzare il risultato delle analisi. Ad ogni modo e comunque, si tratta di una agenzia privata che lavora per una società privata.

Proviamo allora a offrire un nostro fact checking sul tema. Tanto per cominciare: Qual è la “risposta” pubblica?

Tra le iniziative italiane si deve segnalare l’istituzione da parte dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) del Tavolo tecnico per la garanzia del pluralismo e della correttezza dell’informazione sulle piattaforme digitali, con cui l’Autorità ha voluto promuovere l’autoregolamentazione delle piattaforme e lo scambio di buone prassi per l’individuazione e il contrasto della disinformazione online. Siedono al Tavolo editori, imprese di servizi audiovisivi (ad esempio Rai, Mediaset e La7), rappresentanti della componente pubblicitaria, giornalisti e piattaforme web (tra cui Facebook, Google e Wikipedia). Il dialogo tra questi soggetti ha permesso che il primo febbraio 2018 venissero adottate dagli operatori le Linee guida per la parità di accesso alle piattaforme online durante la campagna elettorale 2018.  Una seconda fase di lavori del Tavolo ha invece visto istituire dei gruppi di lavoro su specifiche tematiche incluse il fact checking e il monitoraggio dei flussi economici pubblicitari, provenienti sia da fonti nazionali che estere e volti al finanziamento dei contenuti fake.

Numerose dunque le iniziative per contrastare la disinformazione, eppure è difficile valutare quali possano esserne gli effetti soprattutto se – come ha dichiarato Zuckerberg in un’intervista con il magazine Vox – per risolvere questo tipo di problemi “ci vorranno anni”. Nondimeno, la partecipazione e il sostegno da parte del mondo privato alle attività istituzionali suscitano più di un dubbio su quali risultati si possano ottenere. A proporre queste sinergie è stata anche l’Assemblea parlamentare della Nato, che, con una risoluzione, ha sollecitato i governi e i parlamenti dei Paesi membri dell’Alleanza atlantica a

designare o costituire unità speciali incaricate, in collaborazione con le imprese private della comunicazione e la società civile, di sorvegliare 24 ore su 24 gli usi nocivi delle piattaforme online, denunciare le informazioni false e la propaganda ostile e combatterle contrapponendo loro fatti concreti.

Da notare come nelle premesse a documento l‘assemblea Nato si dica anche allarmata dalla strategia russa di usare l‘informazione come arma e condurre campagne di intimidazione e disinformazione, posizione che colora politicamente l‘atto e che dunque rischia a sua volta di rendere “disinformate“ e distorte le misure di intervento suggerite.

Il problema principale è, in generale, che attualmente non sono previste norme vincolanti ma solo proposte di autoregolazione. Come ha ammesso il presidente di Agcom Angelo Cardani in Parlamento:

Agcom al momento non ha di fatto giurisdizione sul problema dei big data. Non possiamo fare molto di più se non quello che facciamo in tutti i casi in cui manca giurisdizione: tavoli.

Non meno grave, il commissario Ue alla Concorrenza Margrethe Vestager, interrogata su come debba adattarsi il diritto della concorrenza ai big data, ha risposto:

La verità è che non lo so. Abbiamo lanciato una consultazione pubblica da cui emerge chiaramente l’idea che la Commissione debba essere severa su questo fronte nel garantire la libera concorrenza.

È ragionevole dubitare che società private siano intenzionate ad adottare motu proprio misure particolarmente stringenti per il proprio business, visto e considerato che hanno più volte violato la normativa internazionale sull’utilizzo dei dati sensibili e la libera concorrenza, tanto da ricevere sanzioni miliardarie da parte delle autorità competenti. Dubbi simili possono sorgere riguardo l’affidamento, in capo agli stessi soggetti, delle responsabilità di gestione dei flussi informativi, considerato che, come ha evidenziato sempre Agcom:

Se da un lato, lo sfruttamento di tale leva strategica – i Big data – ha consentito ai grandi player internazionali che gestiscono le principali piattaforme online orizzontali di search e di social network di acquisire posizioni di leadership nel settore della pubblicità online, dall’altro lato, si osserva come gli stessi operatori stiano assumendo una crescente rilevanza nel panorama informativo tenuto conto che la distribuzione delle notizie su fatti di attualità nazionali, internazionali e locali passa sempre di più attraverso i motori di ricerca e le piattaforme sociali. D’altro canto, la pubblicità online rappresenta la fonte di finanziamento prioritaria (in alcuni casi esclusiva) dei servizi che offrono informazione online e, pertanto, le condizioni di mercato che insistono in tale versante, come negli ambiti collegati, influiscono sulla quantità e sulla qualità dei contenuti di natura informativa diffusi attraverso il mezzo e, quindi, sullo stato del pluralismo informativo. In tale prospettiva, la concentrazione delle risorse pubblicitarie in ambito internazionale e nazionale in capo ai medesimi soggetti che gestiscono le fonti di informazione – algoritmiche – con un ruolo crescente nel panorama mediatico disponibile online, assume ulteriore rilievo in un’ottica di salvaguardia del principio pluralistico.

Detto altrimenti, le poche piattaforme che dominano il mercato digitale sono intermediarie dell’accesso all’informazione online da parte dell’individuo, un potere non indifferente visto che, ha chiarito l’Autorità,

il 54,5% degli italiani si informa attraverso strumenti governati da algoritmi (social network, motori di ricerca, aggregatori, in generale le piattaforme online), mentre il 39,4% della popolazione si informa utilizzando siti web e applicazioni degli editori (stampa quotidiana e periodica, radio e televisione, e testate esclusivamente online). Lo spostamento dell’informazione dai canali tradizionali a quelli digitali comporta anche la concentrazione su quest’ultimi degli investimenti pubblicitari: nel periodo 2012-2017 si sono registrate riduzioni nella raccolta pubblicitaria di tutti i mezzi tradizionali, mentre l’online è cresciuta di oltre il 46%. Riguardo la raccolta di pubblicità online, ai primi posti sia a livello nazionale che internazionale vi sono Google e Facebook; ordinando i soggetti in base ai ricavi emerge un andamento fortemente asimmetrico in cui la testa della distribuzione è formata dal 2% dei soggetti (che gestiscono circa l’80% della pubblicità in rete in Italia), mentre la coda dal restante 98% degli operatori.

Margrethe Vestager

Ricapitolando. Le autorità nazionali, europee e internazionali sono da tempo al lavoro per individuare soluzioni alla circolazione di informazioni potenzialmente false, tramite anche il coinvolgimento dei maggiori player digitali i quali, tuttavia, sebbene abbiano ricevuto numerose e onerose sanzioni per pratiche commerciali scorrette, non vengono sottoposti ad apposita disciplina e vengono invitati a predisporre semplici autoregolamentazioni.

Gli stessi Big del web hanno la possibilità di permette o meno l’accesso alla rete delle testate mediatiche – rendendo oltretutto difficile l’accesso al web e agli utenti per i nuovi media -, un potere acuito sempre più dall’incremento dei loro introiti derivanti dalle risorse pubblicitarie online raccolte a discapito dei media tradizionali, costretti invece a tagliare i propri costi interni e allo stesso tempo ad aumentare gli investimenti online a vantaggio esattamente delle aziende Over the top. Paradossalmente, queste ultime sono chiamate a vigilare sulle proprie attività nonché sul flusso informativo circolante sui propri canali.

È inoltre interessante evidenziare quanto risultato da uno studio di Robert Epstein e Ronald Robertson (rispettivamente professore dell’American Institute for Behavioral Research and Technology e ricercatore della Northeastern University): a fronte di un’analisi in cinque diverse Nazioni, Stati Uniti inclusi, risulterebbe che la manipolazione dei motori di ricerca e un loro uso distorto possano spostare le preferenze politiche degli elettori indecisi per oltre il 20%. Probabilmente il dato, essendo oltretutto la ricerca risalente al 2015, non è definitivo, ad ogni modo è evidente il vasto potere politico e economico di cui godono i pochi Big del Web.

L’unico vincolo leggermente stringente per i grandi player digitali è la trasparenza richiesta sui dati raccolti dagli utenti, per i quali con le nuove regole europee è necessario procurarsi uno specifico consenso. Tramite quest’ultimo è possibile ottenere – come ha reso noto la stessa Facebook ai suoi utenti e a quelli di un altro servizio di sua proprietà (Instagram) nel momento in cui è entrato in vigore il nuovo regolamento europeo – l’utilizzo di informazioni quali l’orientamento religioso, politico e sessuale per personalizzare funzioni e prodotti; nel caso in cui non venga fornito dall’utente il consenso per questi dati, o se banalmente non fossero disponibili sul profilo potrebbero comunque apparire inserzioni e altri contenuti che sembrano correlati ad essi; ciò potrebbe essere dovuto ad altre azioni che hai eseguito e che indicano il tuo interesse nei confronti di tali argomenti.

Ancora, è possibile dare a Facebook il consenso per utilizzare il riconoscimento facciale per capire quando potresti essere presente nelle foto, nei video e nella fotocamera. Quanto a Instagram, riceviamo diversi tipi di informazioni dal tuo dispositivo, ad esempio il modo in cui tocchi e scorri lo schermo. In generale, un’incredibile mole di applicazioni che scarichiamo sui nostri dispositivi richiede per il proprio funzionamento l’accesso alla fotocamera, alla galleria, ai messaggi, ai contatti, al microfono, alla scansione delle nostre impronte digitali, alla nostra geolocalizzazione. Bisogna inoltre ricordare che produciamo e diffondiamo dati anche quando siamo occupati in attività apparentemente “analogiche” come l’utilizzo di elettrodomestici, poiché ad oggi quest’ultimi sono collegati ad internet (internet delle cose o altrimenti Internet of things, Iot). Soprattutto, i grandi del Web stanno cercando di accedere con discreto successo anche a informazioni “offline” particolarmente sensibili, come è il caso di dati sanitari e bancari.

In conclusione: il problema delle fake news è ben più vasto di quanto venga dato a vedere. Gli operatori digitali – che sono causa del fenomeno e non sono soggetti a stringente disciplina – rimandano la possibile “soluzione” con vaghe locuzioni temporali: ci vuole tempo, stiamo in fase di approfondimento, ecc. Al contempo, non pare essere altrettanto vaga la loro attenzione ai nostri dati personali, che da anni utilizzano indisturbati e con grave danno alla nostra privacy e alle nostre economie. Sul web non navigano soltanto le informazioni delle persone fisiche, che comunque vanno dai profili social alle informazioni sanitarie, finanziarie, relazionali, e molto altro: a circolare sono anche dati sensibili e strategici come segreti industriali e strategie aziendali delle imprese. Ancora, documenti riservati delle amministrazioni pubbliche e delle forze di sicurezza e diplomatiche. L’elenco potrebbe continuare a lungo ma il concetto è chiaro: oltre alla preoccupazione per le possibili notizie false, spaventa molto di più la quantità di informazioni vere a cui un pugno di multinazionali ha libero e incontrollato accesso.