Non ci vuole molta fantasia per immaginare un giovane Michel Houellebecq, con quella sua faccia sofferente da derelitto, seduto in solitaria, a un tavolino defilato di una qualche biblioteca parigina, in compagnia di un libro di Arthur Schopenhauer. A pensarci bene, appare molto più improbabile associarlo alla figura di uno scrittore visionario come H.P. Lovecraft, per quanto sia stato il solitario di Providence il primo autore sul quale si sia cimentata a livello saggistico la nostra canaglia preferita (ricorderete il leggendario Contro il mondo, contro la vita).

È proprio del suo incontro ideale col filosofo tedesco che Houellebecq racconta nell’ultimo libro In presenza di Schopenhauer, uscito da pochi giorni per la collana Le Onde di La Nave di Teseo. Sarebbe stato del resto quasi contro natura credere che due esseri tanto simili non avrebbero incrociato le loro strade. Se non si vuole dire che si tratta di Destino, si ammetterà che le probabilità erano molto alte. Più o meno come quelle che una velina finisca per perpetuare la specie col concorso entusiastico di un calciatore – una certa misura di determinismo è ineluttabile, malgrado la sussistenza della libertà umana.

Un giovanissimo Michel Houellebecq ai tempi di Estensione del dominio della lotta, il suo primo romanzo

Un giovanissimo Michel Houellebecq ai tempi di Estensione del dominio della lotta, il suo primo romanzo

C’è da dire che, chiunque sia provvisto di una minima sensibilità ha avuto la sua fase schopenhaueriana. I più scaltri e carrieristi hanno invece seguito una parabola che dal materialismo storico conduce all’oscena adesione al neoliberismo, ma questa è un’altra storia. Nella fattispecie di Michel, il nostro era giunto a un punto di stallo. Sul piano letterario conosceva

già Baudelaire, Lautréamont, Verlaine, quasi tutti i romantici; anche molta fantascienza. Avevo letto La Bibbia, i Pensieri di Pascal, Anni senza fine, La montagna incantata. Scrivevo poesie; anziché leggere davvero, avevo già la sensazione di rileggere…”.

Sul versante prettamente filosofico

ero rimasto più o meno a Nietzsche, con la sensazione di un fallimento. Trovavo immorale e ripugnante la sua filosofia, ma ero impressionato dalla sua potenza intellettuale

Per fortuna, lo scrittore francese evita accuratamente di approfondire la sua idiosincrasia per Nietzsche, sollevandoci così dal rischio di rivolgergli insulti piuttosto inurbani.

Quindi il giovane Houellebecq, allora ancora Michel Thomas (il cognome d’arte l’ha mutuato dalla nonna), si infatua di Schopenhauer, dopo aver divorato Aforismi sulla saggezza nella vita. Folgorato dalla lettura, va per settimane alle ricerca di Il mondo come volontà e rappresentazione. Riesce a trovarlo solo di seconda mano, essendo evidentemente il testo fuori catalogo – pare che non solo in Italia, dunque, si compiano scelte editoriali scellerate. A quel punto, è amore. Un amore che, tanto per fare gossip, finirà circa dieci anni dopo, quando Houellebecq entrerà in contatto con l’opera di Auguste Comte, divenendo dopo poco, come dice lui stesso, con “entusiasmo deluso”, un positivista. In sostanza, Michel si rende conto che Comte è scientificamente più avanti rispetto a Schopenhauer e, per onestà intellettuale, si vede costretto ad aderire al suo pensiero. Ciò non toglie che Arthur resta la sua passione, mentre Auguste rimane superiore solamente sulla carta. Una specie di conflitto interiore tra la ragazza per bene con cui metter su famiglia e la sgualdrina che ti fa tirare. Non per niente, aggiunge il nostro con amarezza:

 nessun filosofo di mia conoscenza è di lettura così immediatamente piacevole e confortante come Arthur Schopenhauer

Impossibile dargli torto! Eccettuati Schopenhauer, Nietzsche, Sartre, la scrittura filosofica è, nove volte su dieci, un consapevole esercizio di tortura ai danni dei pochi tanto folli da cimentarsi nella lettura.

Come sostiene Agate Novak-Lechevalier (la prefatrice), è difficile capire se sia stato Schopenhauer a trasformare Houellebecq in sé stesso, o se Houellebecq fosse stato schopenhaueriano prima ancora di leggere Schopenhauer. La questione sarebbe di grande interesse sul piano psicologico, ma risulta malauguratamente irrisolvibile alla stregua dell’annoso dilemma se venga prima l’uovo o la gallina. Più seriamente, in un’ottica nietzschiana, sarebbe appassionante cercare di intendere come si divenga sé stessi. Praticamente certo è che Michel avesse la giusta disposizione d’animo per trarre piacere dalla lettura del noto pessimista tedesco.

Se si ama la vita, non si legge”

scrive nel testo su Lovecraft

Né, d’altronde, si va al cinema. Checché se ne dica, l’accesso all’universo artistico è riservato quasi esclusivamente a chi ne abbia un po’ le palle piene

Pur senza l’effettiva possibilità di un riscontro empirico, si può essere ragionevolmente persuasi che Houellebecq corrispondesse allora – e tutt’oggi – a siffatto tipo umano, più o meno come tutti i suoi lettori. 

Le copertine di H.P. Lovecraft – Contro il mondo, contro la vita e In presenza di Schopenhauer, i soli scritti che il romanziere abbia dedicato a figure di intellettuali che hanno profondamente inciso sulla sua formazione

Le copertine di H.P. Lovecraft – Contro il mondo, contro la vita e In presenza di Schopenhauer, i soli scritti che il romanziere abbia dedicato a figure di intellettuali che hanno profondamente inciso sulla sua formazione

Non ci si deve aspettare più di tanto da In presenza di Schopenhauer, pur essendo il testo in questione un documento preziosissimo per i numerosi estimatori italiani del Maestro. Si sta parlando di un’opera incompiuta, o meglio interrotta e poi rimessa in ordine per la pubblicazione. L’idea iniziale di Houellebecq, dopo la fine della stesura di Le Possibilità di un’isola, era di tradurre e commentare in francese l’opera del filosofo. In realtà ha tradotto sì e no una trentina di brani sparsi, scegliendoli tra i suoi preferiti. È indubbio che alla fine sia riuscito a dar loro una successione tematica e logica relativamente forte, che si dirama partendo dalla teoria della conoscenza (epistemologia), passando per l’estetica, fino ad arrivare alla morale (eudemonologia, ovvero trattazione intorno agli oggetti e alle ragioni della felicità). Quello con cui si avrà a che fare è uno Schopenhauer sfilettato e cucinato in salsa houellebecquiana, per la gioia dei fan di quest’ultimo. Non si può certo considerare il libro un’introduzione accademica esaustiva. Non gliene vogliano gli storici della filosofia, se Michel non condivide la loro passione per una presunta oggettività nell’approccio. Pensate che non usa neanche le note a piè di pagina, ovvero una delle poche cose in cui gli accademici ritengono di aver trovato un senso alla propria esistenza. Al contrario, palesemente lo scrittore legge il filosofo per parlare di sé, della sua visione del mondo, dell’arte contemporanea, e persino per tirare Schopenhauer dalla sua contro quei simpaticoni degli ambientalisti.

Il discorso prende le mosse dalla ricostruzione delle condizioni della conoscenza. Il mondo è una mia rappresentazione, questo il punto fondamentale. In soldoni: noi conosciamo solo ciò che tramite il nostro intelletto ci è dato di arrivare a comprendere. Un oggetto è per me ciò che riesco a scorgere di esso e la conseguente rappresentazione che di questo mi costruisco. Se poi un qualche aspetto mi sfugge, perché il mio intelletto e la mia sensibilità non sono in grado di “vedere” sotto altre angolazioni, non esiste comunque alternativa a cui si possa avere accesso. Naturalmente, la rappresentazione che mi costruisco del mondo è condizionata, oltre che da determinate categorie (spazio, tempo), anche dalla volontà che impronta tutto il mio sguardo sulle cose e le relazioni tra esse. Esempio molto semplice: consideriamo questa ragazza che cammina di fronte alla finestra di casa mia. Al di là del fatto che la sua esistenza mi si palesa per la prima volta in questo particolare momento della giornata e perché sta passando proprio qua fuori, io la inquadro subito anche secondo quello che è il mio desiderio. Sempre per capirci: questa ragazza è avvenente e la desidero; oppure la trovo repellente e quindi non mi alzo dalla sedia e continuo a scrivere il presente articolo – per vostra sfortuna.

Il concetto di volontà è un qualcosa di onnicomprensivo e, al contempo, evanescente nella teoria schopenhaueriana. Anche l’istinto di sopravvivenza, di cui siamo vittime, potrebbe essere considerato una sua manifestazione. Quel che è sicuro è che tale tendenza è tragica e ci fa oscillare, “come un pendolo, tra il dolore e la noia”, per dirla con la famosa massima. Basta una sensibilità da impiegato postale prossimo alla pensione per intendere che, vivere tutta la vita dietro l’incessante domanda di soddisfacimento di questa volontà, risulta sfiancante. Si ha fame e ci si sazia, solo per aver nuovamente appetito. Si desidera la tal ragazza solo per poi, quando la si è avuta, tornare a concupirla, o rivolgere il proprio sguardo alla sua amica del cuore. Innegabilmente, in particolare il desiderio sessuale, attraverso cui noi diveniamo schiavi della naturale tendenza alla perpetuazione della specie, ci palesa tutta la miseria della nostra esistenza, quel nostro essere molto affini a dei cani randagi spelacchiati che si fanno la guerra andando in giro a urinare sullo stesso palo della segnaletica stradale.

L’opera capitale di Schopenauer, Il mondo come volontà e rapprentazione

L’opera capitale di Schopenauer, Il mondo come volontà e rapprentazione

Detto ciò, Houellebecq passa alla trattazione del più avvincente ambito estetico. Secondo l’intellettuale teutonico esiste la possibilità in determinati uomini, gli artisti, di una contemplazione disinteressata che guardi alle cose del mondo in modo del tutto spassionato, quasi a una distanza superiore, come non essendo più un soggetto, quindi senza condizionare la visione con la propria prospettiva, o attraverso la lente della volontà (desiderio). Questo sguardo, per dir così “oggettivo”, ci garantisce la sola possibilità di vedere la vera bellezza di ogni cosa. Per Schopenhauer, infatti,

qualsiasi cosa è bella, a patto di osservarla attraverso la prospettiva di un soggetto ideale che non vede tanto l’oggetto in sé, quanto l’idea pura di esso.

In verità, tale punto di vista, come ammette lo stesso scrittore francese, ha qualcosa di affine tanto alla visione dell’artista, quanto a quella dell’infante e del pazzo. Si tratta di una sorta di sguardo estatico e un poco perso, prossimo all’ebetitudine. Per quanto possa sembrarlo, la teoria non è del tutto contro intuitiva come appare. Pensiamo a cosa avviene contemplando una scultura del Canova, o un grande nudo di Modigliani. Pur rappresentando nelle loro opere dei corpi svestiti, più o meno come ha fatto il pornografo Ed Powers nelle centinaia di DVD di Dirty Debutantes (non a caso citato anche da Houellebecq in un suo libro), la visione di tali opere non suscita in noi una pulsione erotica. Perché? Molto semplicemente, la visione restituita da Canova e Modigliani supera il desiderio in direzione dell’idea di corpo, depurandolo da qualsiasi implicazione ascrivibile alla bassezza dell’istinto sessuale. Al contrario, nei suoi video, Ed Powers ci invita a compiacerci, attraverso la lente della telecamera, di quello sguardo marpione e alquanto sordido del panciuto vegliardo che sta per gettarsi tra le cosce di una giovane femmina – implicitamente disposta ad accoppiarsi con qualsiasi individuo, fosse anche il più squallido topo di fogna.

Le tre grazie del Canova, un noto nudo di Modigliani, e la copertina di un DVD della serie di Dirty Debutantes

Le tre grazie del Canova, un noto nudo di Modigliani, e la copertina di un DVD della serie di Dirty Debutantes

Va da sé che è ben raro trovarsi nella disposizione d’animo per guadagnare una tale visione sulle cose del mondo. Siamo in fondo molto più topi di fogna e marpioni, come Ed Powers, che imparziali spettatori dell’essere – finanche gli artisti, Houellebecq in primis. Ma, comunque, il vero problema rispetto a tale descrizione è un altro. Dice il Francese che questa “disposizione innata” produce una condizione tale per cui

l’artista è sempre qualcuno che potrebbe anche non fare niente, accontentarsi dell’immersione nel mondo e delle vaghe fantasticherie che le sono associate

Ergo, non è assolutamente detto che l’ipotetico artista non decida a un certo punto di ritirarsi dal gioco e, di conseguenza, dal mercato artistico, lasciando tutti i suoi estimatori, nonché i vari editori, o galleristi, a lui legati con un palmo di naso. Per questo, conclude il nostro,

l’individuo ambizioso, attivo e pieno di intraprendenza che ha l’ambizione di fare carriera nell’arte, in genere non ci riuscirà mai; la palma spetterà a dei miserabili quasi amorfi, che all’inizio tutto sembrava relegare al ruolo di losers

Va riconosciuto a Houellebecq di aver espresso – raro caso nella sua produzione – un’idea dell’artista così smaccatamente romantica da risultare quasi commovente. Un’idea tanto sentimentale da essere altresì, almeno in parte, mi si permetta l’ardire, più che altro una romanticheggiante cretinata un poco melensa. Chiunque abbia mai prodotto un’opera (romanzo, quadro, o poesia che sia) riconoscerà certo, come sostiene Schopenhauer, che l’artista opera almeno in principio “inconsciamente, di sentimento e, in realtà, in maniera istintiva”. Ciò non toglie che, superato questo primo momento di estasi, in cui le parole quasi zampillano come sangue da una vena recisa, subentra un secondo passaggio ben più prosastico. Quando lo scrittore si rimette alla scrivania, con i fogli ancora caldi, appena sputati fuori dalla stampante, e inizia il massacrante labor limae, oggi noto come editing, l’istinto non può più bastare. A quel punto ci vuole anche molto mestiere, altrimenti l’opera resta allo stato di abbozzo, un’indigeribile accozzaglia di refusi, imprecisioni, e sbavature. Qualunque poeta intervistato vi confesserebbe che ben difficilmente ci si mette a tavolino in preda all’ispirazione e la poesia nasce perfetta già al primo tentativo. Spesso e volentieri la perfezione che riscontriamo in certi autori è frutto di decine di revisioni dello stesso testo. A volte così tante da non lasciare se non qualche sparuta parola di quelle vergate in preda all’eccitazione iniziale. Non parliamo poi dell’editing che viene somministrato ai romanzi. In alcuni casi lascia in piedi appena l’ossatura contenutistica del lavoro, rimaneggiando lo stile e snellendo il testo originario in modo davvero inimmaginabile per i non addetti ai lavori. A sentire le dichiarazioni di Houellebecq, ciò a lui non capita, almeno per quel che concerne la lirica. Ma, credete a uno che di poeti ne ha conosciuti a decine, si tratta di un caso più unico che raro!

Si pensi, per esempio, a questo romanzo di Franz Krauspenhaar uscito da prima per Gaffi e ripubblicato di recente da Il Seme Bianco, con il titolo originale che il primo editore aveva bocciato

Si pensi, per esempio, a questo romanzo di Franz Krauspenhaar uscito da prima per Gaffi e ripubblicato di recente da Il Seme Bianco, con il titolo originale che il primo editore aveva bocciato

Dopo la trattazione dell’estetica, e prima di passare alla parte più propriamente morale, Houellebecq inserisce un breve capitolo sulla questione delle analogie tra “le potenze elementari, eternamente e immancabilmente attive delle forze naturali” e la nostra essenza, ovvero la summenzionata volontà che, in fin dei conti,

 designa l’essere di ogni cosa nel mondo e il nucleo unico di ogni fenomeno

Messa giù con una vena un po’ semplificante: non sussiste forse un’affinità di base tra la violenza della natura e quella dell’uomo sull’uomo, o tra il modo in cui due poli opposti si attraggono e quello in cui avviene il commercio tra i due sessi? Beh, come dargli torto! La conclusione del ragionamento, che in principio può sembrare anche superbo ed esaltante, è in realtà abbastanza deprimente. Giustamente l’autore francese paragona la filosofia di Schopenhauer a quella sottesa all’Ecclesiaste. Insomma tutto è vanità, un grande spettacolo che non porta a niente, “uno sforzo illimitato senza tregua né scopo”, tanto rumore per nulla. Anche in questo caso, non solo non è difficile aderire con Houellebecq al pensiero di Schopenhauer, ma – vanità di vanità! – non è neanche necessario leggere i due autori per prendere tristemente atto della faccenda e salire sul primo aereo, verso una clinica svizzera di quelle dove si pratica il suicidio assistito.

Gli ultimi capitoli vertono prevalentemente sulla questione morale e di conseguenza sulla figura del saggio. Il filosofo tedesco ha buon gioco nello spiattellare in faccia una verità banalissima, che tutti quanti sappiamo, ma nessuno ha quasi mai il coraggio di ammettere, ovvero che

 i sistemi morali fondati sulla ragione hanno qualcosa di un po’ artificioso

Cosa manca loro? Semplice, una verità poetica. In sostanza, per esempio, il saggio stoico pare più un

 manichino rigido […] la cui calma, il cui compiacimento, la cui felicità sono […] in contrasto con la natura umana

In effetti, la maggior parte delle volte in cui si legge un testo morale di un autore stoico, o peggio ancora di Kant, si ha l’imbarazzante sensazione di essere di fronte a una colossale impalcatura filosofica atta a difendere i ragionamenti di un idiota che incita ad agire nella vita con stolta consequenzialità logica, ma senza alcuna nozione fondata dell’esistenza. In due parole, l’impressione è di avere a che fare con uno che non abbia la benché minima cognizione del tanto caro e troppo spesso vituperato senso comune. Ma questo capita di pensarlo per la maggior parte dei testi filosofici in circolazione.

Houellebecq riconosce giustamente che i presupposti della filosofia di Schopenhauer porterebbero all’annichilimento di qualsiasi ulteriore aspirazione all’indagine morale. “Il mondo è una cosa infelice, una cosa che farebbe meglio a non esserci”, così sintetizza lui. È chiaro che, su basi del genere, dedicarsi alla costruzione di una filosofia pratica sarebbe quanto meno ozioso e molto più ragionevole sembrerebbe indicare a ognuno la soluzione del suicidio. Come sappiamo bene, il filosofo tedesco questo non lo fa. Il suicidio sarebbe ancora un’espressione troppo forte della volontà di vivere, pertanto non rimane che liberarsi dal desiderio e cercare una sorta di pace affine a quella perseguita dal buddismo. Però, come ben sottolinea Houellebecq, Schopenhauer è un filosofo che rispetto ai suoi colleghi possiede un notevole grado di senso pratico. Di conseguenza, quando elargisce consigli di vita pratica, sospende le premesse della sua alta filosofia per tornare sulla terra e nella dimensione quotidiana. Poiché normalmente non si può restare fermi in attesa della morte, cercando di arrivare a uno stato di ascesi che estirpi dal nostro animo qualsiasi traccia di desiderio, tanto vale provare a tenerlo a bada, liberandosene gradualmente attraverso “indebolimenti ponderati”.

Sono molto suggestive le considerazioni che Houellebecq avanza in questa sezione e sarebbe impossibile adesso ricapitolarle tutte con l’ampiezza che meritano. Non resta quindi che consigliare la lettura di In presenza di Schopenhauer, ribadendo al lettore che non si troverà in mano un’introduzione accademica, né un testo propriamente lineare. Houellebecq, com’è tipico di ogni figura geniale, rilegge il filosofo tedesco secondo un’ottica del tutto autoreferenziale e poco filologica, al solo fine più o meno consapevole di poter esprimere meglio sé stesso. Del resto, Michel è uno scrittore e non un professore di filosofia. Siamo naturalmente indotti a riconoscergli una franchigia intellettuale che non concederemmo ad altri in contesti diversi e che comunque lui, senza curarsi troppo di cosa ne possiamo pensare, si prende con molta leggerezza. Ciò non toglie che Houellebecq resti il più grande autore del nostro tempo, un’unione cosmica tra una penna superlativa e un acume intellettuale incomparabile. Davvero di lui si potrebbe encomiasticamente dire quanto Nietzsche sostiene del suo maestro spirituale, Schopenhauer:

per il solo fatto che un uomo simile abbia scritto, il fardello di vivere su questa terra si è alleggerito.

il noto ritratto di Schopenhauer rivisto in chiave pop dall’artista Rudolf Rox

Il noto ritratto di Schopenhauer rivisto in chiave pop dall’artista Rudolf Rox