Un po’ come accadeva per la tana di Kafka, vi sono luoghi in cui non è importante da quale punto si entri. L’opera di Dino Buzzati, come quella di altri autori dotati di questo privilegio, è uno di questi luoghi. E ci piace pensare che per una volta l’usurato detto latino, pronunciato da Cesare davanti a un piatto di asparagi al burro, per cui non bisogna discutere dei gusti, non sia valido. Sono infatti creature così strane quelle che non riescono ad amare lo scrittore bellunese… Ci fanno un po’ storcere il naso, dobbiamo dirlo. Perché Buzzati fu versatile artista e uomo di cultura – fu giornalista, fu pittore, fu persino scenografo e costumista –, ma soprattutto fu uno scrittore che con una prosa limpidissima e un timbro unico e incantato è riuscito a parlare di molti dei misteri che riguardano l’esistenza umana, delle angosce umane, delle alienazioni sociali. E di Dio. Se selezioniamo tre dei suoi racconti tra i più brevi, senza un preciso motivo tematico, è solo per una ragione: chi non ama Buzzati probabilmente non l’ha ancora conosciuto.

Dino Buzzati

I sette messaggeri

Partito ad esplorare il regno di mio padre, di giorno in giorno vado allontanandomi dalla città e le notizie che mi giungono si fanno sempre più rare.

Comparve nell’omonima raccolta del 1942 così come nei Sessanta racconti e ne La boutique del mistero. Ha già alle spalle di due anni quello che è il capolavoro dello scrittore, ovvero Il deserto dei Tartari, dove lo sguardo sinistro, magico-fiabesco, alienato e alienante tipico di Buzzati si era ampiamente manifestato, e con risultati senza pari. Già dall’incipit dal tipico taglio rapido e accattivante, deduciamo il filo della trama di questo breve e famoso racconto: il figlio anonimo di un re anonimo di un regno anonimo comincia, poco più che trentenne, un viaggio a piedi nell’immenso regno del padre, che sappiamo essere durato almeno otto anni, sei mesi, quindici giorni. Il ragazzo si perde, la sua bussola impazzisce e un dubbio comincia a invadere la sua mente: cosa accadrebbe se scoprisse che il regno del padre non ha un confine? Angosciato, il figlio del re decide di far arrivare sue notizie al cuore del regno tramite sette messaggeri fidatissimi. Anche i messaggeri partono per un viaggio lunghissimo, ma a causa della distanza crescente hanno sempre più difficoltà a fare ritorno. È così che il principe si accorgerà che quando potrà rivedere l’ultimo dei messaggeri non sarà ormai più in vita.

C’è moltissimo. Da una parte la costruzione stratificata e seriale del racconto all’interno di uno spazio potenzialmente (e pressoché) infinito. Il Deleuze di Logica del senso, per gli amanti del filosofo francese, avrebbe apprezzato molto questo racconto, come molti altri dello scrittore bellunese: la serie del principe che si distanzia sempre più dal cuore del regno verso un confine sempre più distante (ammesso che ve ne sia uno) e quella dei messaggeri, a ritroso, che si distanziano a loro volta dal principe; la serie delle notizie, quindi, che letteralmente invecchiano e si snaturano nel percorso, così che quando giungono al regno non sono più, di fatto, notizie, perché altre nuove le vanno a sostituire… Un gioco di centri e di circonferenze che si allontanano, quasi in un angoscioso tranello spaziale che ricorda il paradosso zenoniano della tartaruga e di Achille. Ma anche un gioco di accumulazioni: accumulo di notizie, accumulo di luoghi percorsi, accumulo di nomi (i sette nomi dei sette messaggeri disposti in ordine alfabetico nella mente del principe), accumulo di distanze, accumulo di notizie.

Infine l’eternità, in ogni suo senso, con tutta l’inquietudine squisitamente umana che comporta il muoversi e l’agire in spazi letteralmente sconfinati e fare i conti con lo scontro tra una temporalità del tutto terrena e un tempo illimitato, divino. Per chi come me leggendo questo racconto si è ricordato delle peregrinazioni di Parsifal (nel romanzo di Chrétien de Troyes o nelle rielaborazioni successive), si sarà reso conto che anch’essa è una peregrinazione verso una meta potenzialmente impossibile, solo che qui non vi è coppa da raggiungere e, forse, non vi è nemmeno scopo. Meno di nicchia il controcanto kafkiano: questo romanzo assomiglia di certo molto al Messaggio dell’imperatore, dove, al contrario, il messaggero parte dal regno ma si trova nell’impossibilità di superare il labirintico palazzo imperiale e si ritrova fermo, come l’asino di Buridano, pensoso a una finestra. D’altra parte su Kafka e Buzzati si potrebbe dire di tutto e di più. Non diciamo niente solo per una ragione: Buzzati non amava molto l’accostamento e amava dire che Kafka era Kafka, lui era lui. 

24 marzo 1958

In determinate condizioni di atmosfera, di ora e di luce possiamo vedere anche a occhio nudo i tre piccoli satelliti artificiali che l’uomo lanciò dalla Terra verso gli spazi interplanetari dal 1955 al 1958; e ivi sono rimasti appesi, presumibilmente per sempre, girando girando intorno a noi.

Già pubblicato prima dell’apparizione dei Sessanta racconti, un altro brevissimo lavoro di rara bellezza. È il Buzzati più fantascientifico e più orrorifico. La trama è semplicissima: tre satelliti, denominati Hope, Lois Egg e Faith, sono stati spediti verso l’orbita celeste in tre diverse spedizioni tragicamente fallimentari e vengono ora contemplati ansiosamente con un binocolo dal suo ideatore, ormai vecchio, il dottor Forrest. Buzzati descrive minuziosamente sia i satelliti che i viaggi. Uno dopo l’altro i satelliti non sono stati in grado di raggiungere la propria meta e adesso galleggiano in cielo, con all’interno i cadaveri degli astronauti. La data che dà titolo al racconto è la data dell’ultima ascensione, finita nel dimenticando della storia. L’astronauta, comunicando via radio con il suolo poco prima della fatale interruzione delle comunicazioni, aveva pronunciato una frase magnifica e terribile: «damm it, but here we have got in…!» che fa eco a un altro messaggio misterioso, ovvero «what a sound… an odd…». 

Buzzati, con uno dei suoi vertiginosi giochi verticali, mescola il realismo all’elemento magico-metafisico, talvolta intrecciando i due piani così impudentemente da lasciare il lettore completamente sbigottito e ammaliato. Cosa avevano visto gli astronauti? Forse davvero il regno dei Cieli, a un passo da loro e a un passo dal pianeta Terra. «La casa degli Angeli è stabilita alla nostra periferia», alla nostra superficie, dice Buzzati, «proprio alle porte del vecchio maligno pianeta Terra, pulce delle pulci disseminate nell’Universo». E nella riflessione sul sacro che ne scaturisce, Buzzati fa suo un umanesimo malinconico, per cui l’uomo, così vicino al cielo, risulta la più prediletta delle creature, ma anche la più triste, perché il luogo della beatitudine, per quanto limitrofo, è irraggiungibile. Da qui la tristezza del vecchio scienziato, asmatico e angosciato, che contempla i tre satelliti, la frontiera che «sbarra la strada» all’Empireo. La luce e l’oscurità, la lode e la bestemmia: solo che in Buzzati sono la medesima cosa.

Appuntamento con Einstein

In un tardo pomeriggio dell’ottobre scorso, Alberto Einstein, dopo una giornata di lavoro, passeggiava per i viali di Princeton, e quel giorno era solo, quando gli capitò una cosa straordinaria.

Dopo che il celebre scienziato ebbe concepito lo spazio curvo, per caso, tra i viali di Princeton, si ritrova a contemplare il cielo di una bellissima sera d’ottobre. Con una descrizione che intreccia sacro e profano, Buzzati fa ammirare ad Einstein le stelle e, insieme, i «globi dell’illuminazione elettrica». Einstein si sente piccolo come tutti gli uomini di fronte al creato, miserabile, ma con le «tasche piene d’oro», con in mano la verità delle verità. Si ritrova poi vicino a una colonnetta di benzina, accanto a un uomo di colore solitario, che gli chiede un fiammifero. Egli è il diavolo (in letteratura il diavolo si può incontrare anche per strada, si pensi a Bulgakov) e lo stava attendendo. È arrivata la sua ora? Così, all’improvviso, sulla strada? Lo scienziato chiede un mese di tempo, giusto il tempo di terminare il suo grande lavoro. Il diavolo glielo concede, ma dopo un mese il lavoro non viene affatto terminato. Chiede altre proroghe. Alla fine Einstein ottiene ciò che vuole ottenere: ha trovato la verità su tutto il cosmo. Pronto a morire, il diavolo gli dà un pugno sullo stomaco e gli dice che non è più interessato a portarlo con lui. Perché allora tutta questa attenzione? Erano i «capi» del diavolo, «laggiù», «demoni grossi» a essere incuriositi dalle sue scoperte. Ma perché dei demoni dovrebbero essere interessati a inoffensive formule matematiche. Così risponde il diavolo: «Oh se tu sapessi!». E svanisce.

Come in molti altri bellissimi racconti di Buzzati, da La frana ad All’idrogeno a lo Sciopero dei telefoni, si rimane soli con la nostra inquietudine alla fine di questo brano. Non tanto perché, come in ogni realismo magico che si rispetti, non ci si stupisce di avere a che fare con i demoni dell’inferno e le verità sul cosmo di fronte a un distributore di benzina o, letteralmente, a cani che hanno visto Dio, ma perché per quanto la realtà ultima delle cose sembri accessibile anche dal luogo meno privilegiato e nei contesti più impensati, essa sfugge un attimo prima della sua proclamazione. E c’è sempre quella sensazione di profonda stranezza tipica solo delle “filosofie del quasi” e dei sogni che stanno per trasformarsi in incubi senza poi riuscirci: il mostro dietro al vicolo (come nella terribile scena di Mulholland drive di Lynch) che però non appare, ma che si nasconde in un uomo che fuma vicino a delle pompe di benzina, in un gruppo sinistro di persone nel fondo di un teatro (come in Paura alla scala), in una notizia che non viene mai verificata, in una paura che non viene mai realizzata. In una verità che non viene mai detta.