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Le conseguenze del no al referedum Renzi e l’inizio di un nuovo percorso politico

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Correva l’anno 2016 e Matteo Renzi si giocava una grossa fetta della propria credibilità politica con un referendum che chiamava alle urne gli italiani per prendere una decisione importante. La promotrice era in realtà Maria Elena Boschi insieme al governo di cui faceva parte all’epoca presieduto proprio dall’ex premier toscano. In gioco c’era la riforma della costituzione con la possibilità di superare il bicameralismo perfetto, punto cardine della composizione istituzionale del Paese. Qualsiasi legge, per passare, doveva essere approvata da entrambe le camere così come la fiducia del governo doveva passare attraverso deputati e senatori.

Referendum Renzi: gli obiettivi

La riforma proposta aveva l’obiettivo di snellire l’iter trasformando la camera dei deputati nell’unico organo effettivamente eletto dai cittadini che, senza passare attraverso il senato, avrebbe avuto l’opportunità di approvare le leggi ordinarie oltre che dare fiducia al governo. In seguito a tale modifica il senato avrebbe visto ridimensionare il proprio ruolo diventando, di fatto, un organo rappresentativo delle autonomie regionali cambiando anche nome (Senato delle Regioni, appunto) e composizione. Anzitutto ci sarebbe stata una riduzione numerica, anche piuttosto importante, con il passaggio dagli attuali 315 ad appena 100 senatori non più eletti direttamente dai cittadini. Di loro 95 sarebbero stati scelti dai consigli regionali mentre la restante parte sarebbe stata nominata direttamente dal Presidente del Consiglio con durata della carica differente a seconda del tipo di selezione.

Gli altri punti toccati dalla Boschi-Renzi

I punti trattati dal referendum erano ovviamente diversi. Oltre a quanto già descritto c’erano anche altri temi toccati. Tra questi ad esempio l’elezione stessa del Presidente della Repubblica per la quale avrebbero partecipato solo le camere in seduta comune. Altro motivo di discussione la potenziale abolizione del Cnel, organo la cui funzione è quella di esprimersi per quanto concerne le leggi che trattano economia e lavoro. Anche le responsabilità delle regioni sarebbero state riviste con alleggerimento di alcune materie che, sempre nelle idee della Renzi-Boschi, sarebbero state esclusivamente territorio dello stato. Tra queste figuravano tematiche importanti quali l’ambiente, la gestione di porti e aeroporti, i trasporti e la navigazione, la produzione e la distribuzione dell’energia, le politiche per l’occupazione, la sicurezza sul lavoro e anche l’ordinamento delle professioni. Infine nel calderone anche il referendum abrogativo e le leggi di iniziativa popolare venivano toccate, con modifica nel quorum e nel numero di firme minime per consentire l’apertura di un referendum.

La risposta netta degli italiani e le dimissioni di Renzi

Alle urne si presentò il 65,47% degli elettori con una chiara e netta affermazione del no (il 59,12% dei voti validi si espresse in questa maniera). Per questo motivo la riforma non passò. L’evidente sconfitta portò Renzi, una volta appresi i risultati, a rassegnare immediatamente le proprie dimissioni da Presidente del Consiglio. A subentrargli fu Paolo Gentiloni con un governo che, complessivamente, non ebbe variazioni particolarmente significative nella sua composizione. Chi rimase ancora in carica fu proprio Maria Elena Boschi che diventò sottosegretaria di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri.

La vita di Renzi dopo il no al referendum

Successivamente Renzi, nel 2017, presentò le proprie dimissioni anche come segretario del Partito Democratico. Non ha però mai abbandonato la politica, ma anzi nel suo programma elettorale manifestò l’intenzione di rinnovare profondamente il suo partito d’appartenenza. Rieletto segretario di partito, superando gli altri due candidati Orlando e Emiliano, si candidò per le elezioni politiche del marzo 2018 subendo però una sonora sconfitta che lo portò ad abbandonare nuovamente la carica.

Nonostante questo il peso politico di Renzi restò rilevante ed il suo ruolo fu cruciale nell’evitare una nuova votazione anticipata in favore di una nuova coalizione, con Giuseppe Conte al timone, che vedeva uniti per la prima volta Pd e Movimento Cinque Stelle. Lasciato definitivamente il Pd, Renzi fondò un nuovo partito ribattezzato Italia Viva sconfessando in seguito il sostegno a Conte e favorendo la caduta del suo governo bis. L’incarico di Presidente del Consiglio fu poi assunto da Mario Draghi in un periodo certamente delicato per le sorti del Paese.

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