Erano sostenuti dalle oligarchie economiche al completo. Hanno diffuso una propaganda imponente e senza precedenti. Avevano il monopolio su tutte le trasmissioni televisive. Hanno potuto contare sul supporto della maggior parte della stampa. Hanno usato innumerevoli artifici (come scrivere il quesito referendario in modo non imparziale). Avevano uno stuolo di giornalisti, intellettuali, artisti, personaggi dello spettacolo. Hanno avuto persino il sostegno degli Stati Uniti d’America. Avevano, insomma, denaro, mezzi e potere senza limitazioni. Hanno adoperato ogni strumento, metodo, tattica possibili. Hanno perso. Quasi il 60% di italiani ha cancellato una riforma che avrebbe stravolto l’attuale Costituzione e indebolito l’ordinamento parlamentare per rendere le direttive delle élite finanziarie più semplici, di quanto già non fossero, da ratificare. Nonostante molti pensavano, alla vigilia, a un possibile “testa a testa”, e a un recupero del “sì”, i contrari a questa riforma hanno prevalso nettamente, al punto da spingere Renzi ad annunciare le dimissioni anticipate da Presidente del Consiglio. Le previsioni dei media sono state ancora una volta, come ormai da qualche tempo succede, sconfessate.

Si è registrata un’affluenza relativamente elevata (intorno al 68%) come non accadeva da tempo in Italia, considerando anche il periodo storico di generale distacco dalla politica. Gli italiani, anche quelli che prima non votavano, si sono recati in massa ai seggi per respingere la riforma firmata da Renzi e scritta dalla JP Morgan. Se si eccettuano Trentino, Emilia e Toscana, il “no” ha prevalso ovunque al centro-nord, mentre ha stravinto nelle regioni del centro-sud. Al di là delle possibili conseguenze di questo voto – se ci saranno elezioni nell’immediato o un governo di transizione – un fatto emerge chiaramente: per la terza volta in Occidente gli elettori hanno espresso una preferenza contraria a quella dei poteri economici e delle oligarchie. Essi, come già accaduto col voto “sovranista” in Gran Bretagna e con le presidenziali negli Stati Uniti, per la terza volta si sono contrapposti al “fuoco incrociato” dei grandi media e a un’impressionante macchina di propaganda. Per la terza volta il ceto intellettuale, oltre che schierarsi a favore delle oligarchie e contro i ceti popolari, non ha compreso le reali dimensioni del fenomeno che aveva di fronte.

Non avveniva da due decenni un fallimento così clamoroso e così ripetuto della strategia comunicativa delle élite e dei poteri finanziari, abituati ormai a servirsi dei vari governi “democratici” come “comitati d’affari”, per usare la locuzione marxiana, senza trovare un’opposizione efficace che glielo potesse impedire. Certo, non bisogna esagerare gli effetti del voto; il governo che verrà non sarà probabilmente migliore di quello appena terminato; continuiamo, per ora, a vivere nell’epoca del neoliberismo, della globalizzazione, dei mercati ubiqui, della politica detronizzata e ridotta a farsa e dell’incapacità di formulare un progetto di società differente. Ma c’è un’altra aria, una tendenza diversa e inedita, una tensione accumulata in tutti questi anni di riformismo oligarchico che non può più essere scaricata attraverso i canali tradizionali, dirottata nella guerra tra poveri o scongiurata attraverso il finto realismo del TINA (“non c’è alternativa”) variamente coniugato, da Thatcher a Renzi; o, perlomeno, non del tutto. La cosmesi pubblicitaria, quella che garantiva vittorie schiaccianti e che faceva gridare alcuni alla “fine della storia”, improvvisamente sembra aver smesso di funzionare. 

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Discorso integrale dopo la sconfitta referendaria

Matteo Renzi, il fenomeno del marketing demoscopico degli ultimi anni, ha cercato di usare l’insoddisfazione popolare, un’insoddisfazione ancora irriflessa e inconsapevole, per indirizzarla a vantaggio, invece che a danno, dell’oligarchia neoliberale. Alcuni prima di lui lo hanno fatto con successo. Altri proveranno a farlo. Ma, stavolta, non ha funzionato. Le sue dimissioni da Capo del Governo concludono un breve ciclo cominciato con la sua nomina per mezzo di un accordo tutto interno al ceto dirigente italiano e sostenuto dalla finanza, e terminato con un voto su una riforma invocata da una banca d’affari, senza mai passare per un’elezione, nemmeno come parlamentare. Osannato dalla grande stampa, soprattutto nel periodo iniziale della sua ascesa al governo, il suo successo non ha mai poggiato su un consenso popolare, ma su un gradimento virtuale costruito con i sondaggi, i tweet e le apparizioni televisive. La pubblicità, resa sistema di comunicazione universale, perché tutto è merce e tutto deve essere venduto, anche la politica, ha fallito. Non ha fallito, si badi, per imperizia tecnica, per un’imperfezione del dosaggio, per una calibratura errata. Il problema della pubblicità non è nella forma della comunicazione, ma nell’oggetto del messaggio.

Se il prodotto è scadente anche la migliore reclame si rivelerà, alla lunga, inefficace. Esiste un punto limite oltre il quale non è possibile spingersi nel persuadere le gente che, come direbbe Orwell, la guerra è pace, la libertà è schiavitù e l’ignoranza è forza; o che il mercato è libero e tutte le “riforme” volute da un’oligarchia siano nell’interesse di tutti. C’è stato un momento, è vero, in cui la gente ci ha creduto. C’è stato un momento in cui pareva persino dovesse crederci per sempre e non potesse fare a meno di crederci. Ma, passata la sbornia liberista degli anni Ottanta, Novanta e Duemila, la cortina illusoria dello scintillante mondo della pubblicità dove tutti possono diventare ricchi, ha cominciato a dissolversi, e si è incominciato a intravedere il mondo reale, fatto di disoccupazione, precariato, pauperizzazione, austerità. Il punto limite è stato varcato e per i pubblicitari, gli “scrittori ombra” dei candidati e i futuri Renzi si annunciano tempi duri. Quel punto potrà, forse, con qualche altro artificio, essere spostato un po’ oltre. Ma poi di nuovo la Storia, giudice paziente ma implacabile, tornerà a presentare il conto. Per il momento si è giunti a un crocevia. Ci si è accorti che nessun destino è ancora compiuto, perché il destino semplicemente non esiste, ma esiste la Storia che è costruita dagli uomini.

Tutto dipenderà da come le oligarchie reagiranno e soprattutto da come le resistenze sapranno organizzarsi. Non facciano, queste ultime, l’errore di cedere alle Sirene della pubblicità e del consenso virtuale e illudersi che la scalata possa essere folgorante e immediata, attraverso l’uso spregiudicato dei mezzi di comunicazione. Il cammino sarà lungo, perché la Storia si comprende sul lungo periodo. Dire no, con buona pace dei fautori di questa riforma fallita, può essere un segno di ritrovata vitalità di una società che sembra risvegliarsi dal consenso passivo di questi anni. Dire no è fondamentale, non solo a questa o a quella riforma, a questa o a quella aggressione oligarchica; dire no al sistema liberal-capitalistico che sta mostrando il suo vero volto, perché la negazione del presente è momento ineludibile di ogni progettualità. Ma poi le resistenze, nate quasi spontaneamente, devono sapersi organizzare; non limitarsi a raccogliere il dissenso, bensì opporre un progetto razionale di rifondazione della società. Diranno che è utopico, che è irrealizzabile. Ma certe previsioni, si è visto, sono tutt’altro che infallibili.