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I non luoghi, un concetto nato tra le pagine del libro di Augé

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Si potrebbe pensare che l’espressione “non luogo” possa stare a significare un luogo che in realtà non esiste. Ma non è così. Ci si riferisce, invece, ad un luogo che sia anonimo e pertanto privo di qualsiasi tipo identità che non abbia a che fare con un ambito sociale, né che possa vantare una storia o una tradizione. Un esempio? Solitamente quando si parla di non luogo si pensa ad aeroporti, stazioni, autogrill o anche centri commerciali: dei posti che potrebbero essere ovunque perché concepiti alla stessa maniera a prescindere da dove essi si trovino. L’anonimato è di fatto la caratteristica principale dei non luoghi e se ci pensiamo accomuna anche tutti quelli che abbiamo citato dati i tratti decisamente simili per ogni singola categoria. Se non sapessimo di essere a Roma, ad esempio, ed entrassimo nella sua stazione principale non la distingueremmo dal punto di vista architettonico a quella di altre città sparse per il mondo.

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La nascita dei non luoghi e il libro di Marc Augé

Il primo a parlare di non luogo fu l’antropologo francese Marc Augé. Il suo libro, edito nel 1992, fu tradotto in italiano quattro anni dopo proprio con il titolo di Nonluoghi. Da quello momento in poi l’espressione è diventata di uso comune nella nazione, a testimonianza di quanto fosse stato forte l’impatto della teoria e del suo significato. Dapprima è entrato a far parte dei neologismi per poi entrare di prepotenza in tutti i dizionari di lingua italiana. La definizione di Augé dei nonluoghi li identificava come quegli spazi privi di identità, storia e relazioni in opposizione ai luoghi antropologici. Questi non luoghi non sarebbero altro che una creazione della submodernità, che non disconosce le differenze tra le varie culture ma non pensa ad integrarle piuttosto le confina in un lato circoscrivendole in un posto preciso. È in sostanza un prodotto della cultura di massa, in cui si vive sempre e solo il presente e la stretta attualità in questi luoghi che sono solo di passaggio, dove nessuno può abitarci ma deve limitare esclusivamente a transitarvici. Luoghi e nonluoghi talvolta si incrociano e distinguerli può essere complicato. Non è l’uno l’opposto dell’altro ma esistono delle sfumature che rendono più difficoltoso il riconoscimento e la riconoscibilità dell’uno e dell’altro.

Dove l’uomo perde la propria identità

Non esiste la personalizzazione dei non luoghi. Tutto è uguale, omogeneizzato. Eppure in questa apparente apatia chi li frequenta li trova estremamente divertenti e stimolanti, un buon passatempo per distrarsi dalla routine quotidiana. C’è anche un senso di sicurezza che pervade chi vi si reca: nell’esempio del centro commerciale chiunque può trovare, a prescindere dal posto nel mondo in cui si trovi, la propria catena di ristoranti o fast food preferiti. La logica del franchising risponde proprio a questo criterio di standardizzazione: non c’è spazio per la fantasia ma c’è la ricerca di qualcosa che possa e debba funzionare ovunque e che soprattutto sia facilmente replicabile anche a discapito della qualità. Di norma esistono dei codici di comunicazione tra i nonluoghi e gli abitanti traducibili in simboli che possono essere parole o voci registrate. Non c’è spazio neanche per le persone, che nei non luoghi diventano solo dei possibili fruitori o clienti. Il destinatario è infatti l’utente medio, entità anch’esse anonime senza alcuna distinzione.

I non luoghi, la socialità e il rispetto delle regole

Essere soli in mezzo agli altri. Non è un trattato di sociologia ma il sentimento che sussiste all’interno dei non luoghi dove si recita semplicemente un ruolo, ben codificato dalla società con regole e comportamenti da rispettare. Attendere pazientemente il proprio turno, seguire pedissequamente le istruzioni ed infine pagare per usufruire del servizio: sono queste le uniche cose da sapere per poter prendere parte all’esperienza comune dei non luoghi. Anche il concetto di viaggio ha subito radicali modifiche rispetto al passato con i non luoghi che hanno acquisito sempre maggiore risalto dal punto di vista mediatico diventando anch’essi meta di visitatori al pari di piazze e monumenti storici. È il prezzo della modernità, pagato con piacere per poter fare parte del sistema.

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