“Ogni civiltà muore per suicidio”.
P. Buttafuoco

Un giorno, guardandosi allo specchio, Vitangelo Moscarda si accorse che il suo naso pendeva leggermente da un lato. Probabilmente era sempre stato così, ma non lo aveva mai notato. Da allora il suo punto di vista sulle persone, sul mondo, sulla Vita, cambiò per sempre. E’ la scena madre di Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello. E Lui, quello di cui si vuole parlare, è un po’ come lo specchio del personaggio pirandelliano: vi si pone davanti e mostra i difetti. Tutto quello che non si era riusciti a vedere prima ora appare chiaro. Mostra la realtà, attraverso prospettive inedite.

Come lui nessuno mai.  Come accadde ad Ezra Pound, il poeta della sana Economia, il suo destino è tutto nel nome. Montanelli, a sentirlo, disse:  “Che fortuna! Sembra uno pseudonimo”. Pietrangelo Buttafuoco, come appunto suggerisce l’etimologia scolpita nel nome, è l’Angelo di pietra che, manco a dirlo, sputa fuoco. Quindi Bellezza, Sacro e Profano. Ecco le tre gambe sulle quali cammina un Uomo che fece della sua penna una spada, forgiata e modellata come le saracene scimitarre d’Oriente. Se c’è un pensatore nei confronti del quale L’Intellettuale Dissidente ha un debito, be’, questo è proprio lui. Lui, che di suo è saraceno, si è scelto come soprannome, quasi un alter-ego, quello di Giafar Al-Siqilli (Giafar il Siciliano). Giafar, come il cattivo delle favole, o meglio, come l’emiro di Sicilia che dà il nome alla carreggiata che collega l’autostrada Catania-Palermo con il lungomare e il porto. Ed il suo è un ritorno all’Islam. Pietrangelo Buttafuoco, scrittore e giornalista, non si definirebbe mai un intellettuale, perché il suo lavoro, dice, è questione di sensibilità. Un sensibilista dunque.

Nato a Catania nel 1963, Pietrangelo è stato ed è molte cose. E lo sarà sempre. Laureato in Filosofia, militante del MSI, professore delle medie, libraio, conduttore televisivo e radiofonico, scrittore e giornalista. Ha scritto per le seguenti testate: Il Secolo d’Italia, L’Italia Settimanale (da lui diretta tra la fine del ’95 e il ‘96), Il Giornale, Il Foglio e Panorama, redazione dalla quale verrà cacciato in seguito all’ormai noto e bellissimo articolo sui “Destrutti” apparso su Repubblica, testata con la quale collaborava ormai da tempo. Ora collabora con Il Sole 24 Ore e scrive sempre per Il Foglio. Da una sua idea sono tratti il documentario I picciotti del profeta e lo spettacolo teatrale di Edoardo Sylos Labini Nerone. Duemila anni di calunnie, tratto a sua volta dal saggio di Massimo Fini. Dostoevskij disse a suo tempo che “la Bellezza salverà il mondo”. E la Bellezza, per Buttafuoco, pare la cosa per cui lottare. E lo Spirito del Tempo nostro pare avere una precisa peculiarità: sporcare la Bellezza.  Contro questo delitto si sono mosse tutte le sue opere letterarie, da Fogli consangunei, sua prima pubblicazione, fino ad arrivare al recentissimo I cinque funerali della Signora Göring, bellissima storia d’amore tra demoni.

Nei suoi romanzi vi sono sempre almeno cinque costanti: L’Islam, il fascismo, il Sacro, il Profano, e una storia vera con cui fare scandalo. Accadde con Le uova del drago, finalista del premio Campiello nel 2006, che ebbe come protagonista una bella spia tedesca che venne incaricata, da Hitler in persona, di creare dei focolari politici in Sicilia in caso di sconfitta del Terzo Reich. E lo fece inaugurando un nuovo tipo di romanzo che, ispirandosi al teatro dei pupi, dà il benvenuto al lettore augurandogli “Buon divertimento”. Con uno stile spesso definito “barocco”, alto e plebeo insieme, che trae le sue radici dal linguaggio popolare siciliano, e talvolta con l’utilizzo del Cunto come linguaggio narrativo, ha raccontato “Una storia vera al teatro dei pupi”. Con una formula del tutto nuova, ma allo stesso tempo antica, si rifà alla Tradizione della Terra di Sicilia. Ma il libro che forse fece più scandalo in assoluto fu quello che venne definito (con l’intenzione malriuscita di darne un giudizio negativo) “il primo romanzo musulmano in lingua italiana”. Si sta parlando de L’ultima del diavolo, forse la migliore opera narrativa di Buttafuoco, che racconta di come la statua di un santo, su commissione del Diavolo in persona, debba essere rovesciata da un Cardinale di Santa Romana Chiesa, dietro il pagamento di dodici milioni di dollari. Perché il Santo in questione è il monaco Bahira, cristiano di Siria, che, a suo tempo, riconobbe dietro la schiena di un bambino il segno distintivo del Profeta Maometto. E’ l’iniziazione cristiana all’Islam di cui nessuno vuole parlare e nessuno sa. Nessuno tranne lui.

Come lui nessuno mai, appunto. Perché Buttafuoco cerca sempre l’incontro, e non lo scontro, tra Oriente e Occidente. E tale incontro non è ben visto da Belzebù che impedirà sempre che il dominio dell’uomo sull’uomo abbia fine. Questo romanzo fece talmente scandalo che l’autore, in seguito ad un commento del “L’Osservatore Romano”, sporse querela nei confronti dell’organo ufficiale di SRC (Santa Romana Chiesa, manco a dirlo) che lo definì un nazi-islamico. Poi il Cunto si fece narrazione unica ed esclusiva tramite Il lupo e la luna, una storia d’amore e d’avventura cinquecentesca in cui un ragazzo di Sicilia, rapito dai turchi, divenne comandante dell’esercito ottomano di terra e di mare. Si tratta della storia di Scipione Cicala Cicalzadè, da cui lo stesso Fabrizio de Andrè trasse una canzone in dialetto genovese. Il Cunto torna, più che come stile narrativo, come tema centrale, ne Il dolore pazzo dell’amore, una carrellata di racconti, di cunti, per un certo verso autobiografici, con cui l’autore racconta la Vita. Ora Buttafuoco torna a fare scandalo con il suo ultimo romanzo “I cinque funerali della signora Göring” in cui viene raccontata la vera storia d’amore tra Herman Göring e la sua amante Carin Von Fock, due demoni baciati dall’Amore.

Come lui nessuno mai, si diceva all’inizio. E se proprio si volessero fare dei paragoni con i grandi del passato potremmo vedere il lui l’eleganza, il coraggio e la schiettezza di uno Chateaubriand, lo scandalismo di un Céline e l’antimodernismo di Evola. Razzista. Così è stato immeritatamente e indirettamente definito da Corrado Augias, uno dei maestrini democratici della Tivù Bene, che, impugnando la sua bacchettina ha dato dell’antisemita a Buttafuoco, durante una recente ed ormai nota puntata di Otto e mezzo, su La7, condotto da Lilli Gruber. Come lui nessuno mai, si ripete. Razzista. Con questa parola si apriva uno degli articoli più sulfurei che il giornalista siciliano abbia mai scritto per Il Foglio. E lo fece nel 2011, in occasione della morte di Giorgio Bocca, osannato a destra e a manca da praticamente tutti i giornalisti, ad eccezione di Buttafuoco, appunto, e Luca Telese, che non hanno certo dimenticato il passato del giornalista piemontese,  che fu antisemita durante il fascismo, simpatizzante della Lega Nord, e che ebbe diverse uscite spregiative nei confronti degli italiani del Sud. “Razzista biologico”, scrisse, calcando la mano. E lo scrisse non solo in morte del tanto compianto Bocca, ma lo scrisse anche quando questi era in vita. Quindi doppio merito a Pietrangelo. Per averglielo detto in faccia quando Bocca era vivo, e per non aver taciuto una volta morto. E soprattutto per non aver “carezzato il pelo dal verso giusto”, come lui insegna.

E’ politicamente scorretto, lui. Lui, erede spirituale di Leo Longanesi e della sua scuola eretica, davvero non ci sta a battere le mani ai convegni delle maestrine democratiche con il cerchietto in testa. In tutti i suoi pamphlet da Fogli consanguinei a Buttanissima Sicilia Buttafuoco ha sempre girato il dito nella piaga, affinché tutti, attirati dal sangue che scorre, si accorgessero in tempo del male che affligge il nostro miserabile Presente. Nel suo miglior saggio, Cabaret Voltaire, si possono leggere ammonimenti di questo calibro: “Siamo diventati umani, noi che abitiamo la desolazione dell’Occidente. Umani ed individui, umani ed Atomi plurali dentro il pensiero del mondo ridotto ad uno. E ridotto a niente”. E lui, che la Destra ha ripudiato da tempo, davvero non ci sta a far suo il cliché dell’occidentalismo. Di censure ne ha subite parecchie il sensibilista Buttafuoco. Semplicemente perché, per usare le sue parole, non appartiene “alla scuola beneducata della democrazia”, perché non gli piace “carezzare il pelo dal verso giusto”.

In occasione della fortunata intervista a Norberto Bobbio che fece per Il Foglio nel ’99, Buttafuoco si sentì chiedere dall’intervistato “perché Lei è fascista?”; in seguito alla pubblicazione del “romanzo musulmano” L’ultima del diavolo del 2009 lo scrittore querelò L’Osservatore Romano che lo definì spregiativamente un nazi-islamico.  Il 2012, invece, fu un anno cruciale per la scomoda penna  del giornalismo italiano: nell’Ottobre di quell’anno si dimise dalla presidenza del Teatro Stabile di Catania in polemica con l’amministrazione regionale; a Novembre la seconda stagione della trasmissione culturale Questa non è una pipa, da lui condotta e andata in onda su Rai 5, venne censurata dalla stessa direzione Rai; ed infine, a Dicembre 2012 venne cacciato da Panorama per l’articolo di Repubblica “Il dizionario dei destrutti”, criticato soprattutto perché scritto con innegabile destrezza. Ora, nel Novembre del 2014, è stato definito un “antisemita” da Corrado Augias che, durante la puntata di Otto e Mezzo, in cui erano entrambi invitati, ha chiesto a Buttafuoco, in riferimento al suo ultimo romanzo: “ma tu perché sei così affascinato dal nazismo?” – domanda a dir poco tendenziosa in quel contesto. Ha inizio un duello verbale e l’educato giornalista siciliano risponde: “questa è la seconda boiata che mi viene rifilata”. Da Signore quale è Buttafuoco ha preteso le scuse del suo interlocutore che, tuttavia, non ha presentato. La scena finale de Il Federale (celebre film con Ugo Tognazzi) gli è servita a quel punto come metafora dell’attacco demoliberale ricevuto. Anche se sarebbe stato bello sentir rispondere alla provocatoria domanda con le parole di Carmelo Bene: perché “Erano demoni, ma cantavano come angeli”. E Buttafuoco in merito a quell’attacco afferma e affonda: “C’è un’arte tutta liberale di zittire l’interlocutore, ridicolizzandolo o criminalizzandolo”. Touchè!

Buttafuoco, oggi, continua a scrivere e scandalizzare, e a mostrare a tutti il proprio naso storto. Che in genere pende, quasi sempre, a Sinistra. Questo vuole essere il ritratto di uno scrittore giornalista, a modo suo artista, che ebbe la doppia colpa di esser musulmano e poi fascista.  Ma sarà poi vero? Chi lo sa?! Eccolo risponder alla maniera di Cyrano: “Je me bats! je me bats! je me bats”.