9 maggio 1978: l’attenzione mediatica è tutta per il delitto Moro. Solo poche testate giornalistiche dedicano qualche rigo alla morte di un ragazzo siciliano. Una voce dissacrante, scanzonata ma pungente la sua. Una voce che, a sentirla oggi dalle poche registrazioni rimaste, colpisce ancora per la sua schiettezza disarmante, per la sua limpidezza. È il coraggio di chi ha fatto della sua vita una lotta, senza esclusione di colpi. È la dignità di un giovane che aveva una sola convinzione, cioè che Cinisi e la Sicilia tutta dovessero prima o poi liberarsi dalla cultura mafiosa e borghese che ormai da anni pervadeva la società. E lui, Peppino Impastato, la mafia la conosceva bene. Ci aveva avuto a che fare sin dalla nascita, avvenuta il 5 gennaio 1948 a Cinisi, piccola città di una Sicilia assolata e ancora fin troppo assopita.

La madre, Felicia Bartolotta, proveniva da un’onesta famiglia borghese. Donna tenace, grande esempio per i figli. Unico suo errore: aver sposato per amore Luigi Impastato, di famiglia con forti connotazioni mafiose, che viveva da intrallazzista. Sposare Felicia significò per lui ottenere in dote una certa stabilità economica. Ma la vera fortuna arrivò quando divenne cognato del più famoso capomafia locale, Cesare Manzella. Una volta, come ricorda la stessa Felicia nel suo libro La mafia in casa mia, costui intervenne addirittura per sanare contrasti in casa Impastato, dovuti all’infedeltà coniugale di Luigi. E Felicia non esitò ad andare via da casa, salvo poi tornare, costretta ad onorare il suo ruolo di moglie e, soprattutto, di madre.

Peppino, dunque, nacque qualche anno dopo un primo figlio, morto però di encefalite. Proprio per evitare che il piccolo Peppino fosse contagiato, fu affidato per qualche tempo alle cure dello zio materno Matteo e della sua famiglia. Ben presto, però, la figura dello zio sostituì quella del padre. Era lui, infatti, a provvedere al nipote e, soprattutto, a dimostrargli tutto quell’affetto di cui aveva bisogno e l’amore che il padre non riusciva mai a comunicargli. Luigi lo portava con sé tra gli amici mafiosi, sicuro che il figlio avrebbe intrapreso la sua stessa strada. Peppino, invece, desiderava solo attenzione, affetto e l’esempio di un padre.

Peppino con il padre. Anni ’50

Si notava in lui una forte necessità di socializzare e di comunicare sin dai tempi del Liceo, frequentato nella vicina Partinico. Salvo Vitale, nel suo Peppino Impastato. Una vita contro la mafia, riporta un ricordo di Stefano Venuti, esponente dell’allora PCI nella sezione di Cinisi:

Ai comizi ricordo sempre presente un ragazzino che, mentre tutti quelli della sua età giocavano e correvano, se ne stava seduto sul marciapiede ad ascoltare per tutto il tempo. La prima impressione che ebbi quando lo conobbi, fu quella di un ragazzo dotato di entusiasmo e di un desiderio enorme di giustizia, di pulizia e di onestà». Lo stesso Peppino ammette di essersi accostato alla politica nel ’65 per una forte esigenza di reagire ad una condizione familiare insostenibile: «Mio padre, capo del piccolo clan e membro del clan più vasto […], aveva concentrato tutti i suoi sforzi nel tentativo di impormi le sue scelte ed il suo codice comportamentale. È riuscito soltanto a tagliarmi ogni canale di comunicazione affettiva.

Proprio nel ’65, quando Peppino inizia ad accostarsi alla politica, l’organizzazione mafiosa aveva già intriso nel profondo la vita economica di Cinisi. Quasi tutte le attività produttive, soprattutto il settore dell’edilizia, erano sotto lo stretto controllo della mafia, che le usava per il riciclaggio dei proventi del contrabbando e del traffico di droga. Inizialmente a gestire il tutto era lo stesso Cesare Manzella. In seguito iniziò l’ascesa al potere di Gaetano Badalamenti che aveva già alle spalle una carriera di tutto rispetto. Il primo numero del giornalino L’idea Socialista, pertanto, provoca un grande clamore e un forte scandalo. Per la prima volta un gruppo di ragazzi ha il coraggio e forse l’incoscienza di porsi in netta opposizione al sistema culturale della Cinisi dell’epoca, che imponeva omertà e silenzio. Il gruppo de L’Idea fu subito convocato in caserma, dopo la denuncia del Sindaco democristiano Pellerito, scandalizzato dai contenuti dissacranti della pubblicazione. Dopo un blocco di quasi un anno, il giornalino riprese ad uscire con articoli ancora più espliciti contro il sistema mafioso, fino al pezzo di Peppino intitolato Mafia, una montagna di merda. Un titolo del genere ebbe forti ripercussioni sulla sua vita: il padre, pur di mantenere l’onore dinanzi agli occhi degli altri capimafia locali, lo mandò via da casa. Ad accoglierlo, ancora una volta, lo zio materno Matteo, mentre cresceva sempre di più l’impegno del giovane Impastato.

Nel 1967, infatti, prese parte alla fondazione del circolo Che Guevara, nato dal bisogno di rottura di circa venticinque ragazzi con la cultura borghese dell’epoca. Sulla scia dei movimenti giovanili che avrebbero toccato il loro apice nel ’68, i giovani di questo circolo iniziarono a voler costruire una struttura ben definita per il loro gruppo, tanto da confluire nel PCD’I.

Peppino ai tempi del circolo Che Guevara

Non senza momenti di profonda scissione interiore, Peppino era profondamente convinto che, al di là di ogni struttura politica, il gruppo avrebbe dovuto guardare alla società siciliana, per prendere coscienza delle problematiche del territorio e combattere accanto a donne e uomini lavoratori per i loro diritti. Riservato e riflessivo, Peppino si apriva così al sociale, grazie al suo innato bisogno di contatto con l’altro e di comunicazione.

Una prima occasione di intervento concreto si ebbe di lì a poco con il piano di costruzione di una seconda pista aeroportuale a Punta Raisi, che sarebbe stata utile per gli atterraggi durante i giorni di scirocco. Peccato però che i rilevamenti sul territorio, così come la procedura di esproprio dei terreni coinvolti non furono mai resi pubblici, se non solo a conti fatti. Le circa duecento famiglie interessate, per lo più agricoltori con aziende familiari, si videro arrivare senza preavviso i funzionari tecnici per i rilevamenti ufficiali. Il Consorzio Espropriandi, supportato dal PCI e dal PSIUP, proponeva ai contadini di accettare un compenso provvisorio. Tutti, d’altra parte, sapevano bene che la pista non sarebbe mai stata utilizzata e che i lavori di costruzione avrebbero arricchito solo le aziende edili e gli amici degli amici che si sarebbero aggiudicati gli appalti pubblici. Il giovane Impastato è il primo a scendere in campo, organizzando due manifestazioni, denunciate poi come illecite. La protesta continuò e lo Stato non esitò ad intervenire con le ruspe contro i manifestanti, molti dei quali furono arrestati.

Seguirono anni di profonde riflessioni, durante i quali Peppino ed i suoi compagni assistettero ad una vera e propria trasformazione di Cinisi, dovuta al decollo del settore edilizio supportato da interessi mafiosi. Deluso dal PC locale, impegnato a realizzare il compromesso storico con i poteri borghesi, Peppino si avvicinò sempre più all’esperienza di Lotta Continua, più vicina ai problemi della gente, senza mai perdere di vista l’orizzonte nazionale. L’incontro con Mauro Rostagno è fondamentale: «Rostagno rappresenta per me un compagno che mi dà garanzia e sicurezza: comincio ad aprirmi alle sue posizioni libertarie». È nell’ambito di Lotta Continua, poi, che interviene accanto agli edili impegnati nella costruzione del lotto dell’autostrada Punta Raisi-Mazara del Vallo, che passa da Cinisi. In un articolo dal titolo Sulla partecipazione del PCI alla giunta comunale di Cinisi, Peppino denuncia molti casi di evidente corruzione, tra cui la costruzione di una strada panoramica, che avrebbe dovuto toccare le ville di prestigiosi mafiosi locali. Il sostegno è tutto per quei lavoratori, sfruttati e lesi nei loro diritti da un potere mafioso che guarda solo ai propri interessi.

È nel 1976, però, che l’attività di Peppino si avvia ad una svolta, con la fondazione del Circolo Musica e Cultura. Nato quasi per gioco, al fine di realizzare un recital musicale con la partecipazione di alcuni complessi abbastanza famosi nella zona, il circolo finì per diventare punto di aggregazione per molti giovani, studenti, laureati, disoccupati ed emigrati. Associazioni culturali di tal genere facevano paura al potere mafioso locale, che tentò di boicottare il primo recital, costringendo il parroco a non cedere più la saletta sotterranea della chiesa. Ma fu tutto inutile: lo spettacolo si fece ugualmente ed in seguito furono diffusi dei volantini, in cui i giovani del circolo chiarivano gli obiettivi della loro azione culturale, in aperto contrasto con la sottocultura mafiosa. Per il circolo Musica e Cultura il momento musicale era occasione di aggregazione e denuncia, un invito all’intera popolazione a diventare protagonista della propria crescita ed a lottare per il miglioramento delle proprie condizioni di vita. Tale invito fu colto, almeno inizialmente dal gruppo OM della vicina Terrasini, costituito da giovani che avvertivano l’esigenza di avviare una frattura con la società loro contemporanea sfruttando il mezzo teatrale. Furono, in effetti, messe in scena alcune rappresentazioni che toccavano temi sociali, legati soprattutto alla condizione del sottoproletariato. La paura, però, di una politicizzazione di sinistra del gruppo, in un paese che non aveva mai avuto una tradizione di sinistra al potere, portò al graduale fallimento della sua attività.

Anche il circolo Musica e Cultura, nonostante varie esperienze, come la partecipazione nel 1977 al Carnevale di Cinisi o il Primo raduno delle nuove tendenze, rassegna musicale di un certo successo, mancò di una propria identità politica. Lo stesso Peppino, in un suo scritto pervenutoci, dal titolo Sul Circolo Musica e Cultura, lamenta l’incapacità del gruppo di coordinarsi al proprio interno per poi intervenire concretamente nel campo della lotta politica e sociale: uno dei limiti più grossi di tutta l’esperienza di Musica e Cultura è da ricercare nel mancato approfondimento del nesso mafia-famiglia-religione e nell’incapacità di indicare obiettivi di lotta e di organizzazione specifici.

L’attivismo politico su cui tanto Peppino insisteva si concretizzò, infine, nell’esperienza di Radio Aut. Come ritiene Salvo Vitale egli «era un “politico” nel vero senso della parola, un uomo che aveva un’ideologia in cui credere e per la quale lottare». In nome di questa ideologia decise di abbandonare gli studi universitari in filosofia a cui era iscritto, perché lontano dal concetto accademico di cultura. Nonostante ciò, continuò sempre a leggere di tutto e a lavorare sodo per il perseguimento dei suoi obiettivi politici. Nel marzo del 1977, di ritorno da una manifestazione a Roma, nacque in lui l’idea di dare vita ad una nuova radio. Erano quelli, d’altra parte, gli anni di liberalizzazione delle emittenti radiofoniche. Peppino, quindi, scelse di stabilire la sede di Radio Aut nella vicina Terrasini e coinvolse, prima di tutto, gli amici di Musica e Cultura, riuniti nel nuovo gruppo diretto da Benedetto Cavataio, studente di architettura.

Peppino nella sede di Radio Aut

Al fine di non incappare nell’errore dell’esperienza precedente, Peppino pose sin da subito le basi per un’impostazione politica di Radio Aut. Già il nome richiamava il movimento di Autonomia Operaia; in secondo luogo, indicò tre livelli per l’uso democratico del mezzo radiofonico. Il primo livello è quello dell’informazione e controinformazione, che implica una presa di distanza dall’informazione di monopolio delle grandi testate nazionali. Per Peppino, al contrario, la notizia discende direttamente dal sociale e va riproposta al sociale stesso, senza manipolazioni. Un secondo livello è quello dell’intervento politico, nel senso che Radio Aut diventava espressione di un gruppo politico ben strutturato e concretamente operante sul territorio. Il terzo livello, infine, è quello degli spazi autogestiti, riservati a gruppi di lavoratori o di cittadini che avevano necessità di esprimersi e di avanzare richieste di ogni tipo. Tra questi gruppi spicca quello del Collettivo femminile, composto da giovani donne che affrontavano temi tra cui il ruolo delle donne nelle organizzazioni mafiose.

All’inizio la radio trasmetteva per sole quattro ore, dalle 20 alle 24 ma, nella sua fase di massima produzione, arrivò a coprire le sei ore, dalle 18 alle 24. Circa il 70% delle trasmissioni era a carattere musicale. C’erano poi notiziari su base locale, nazionale ed estera.

Ma la vera novità di Radio Aut è rappresentata da Onda Pazza, «trasmissione satirico-schizo-politica», in onda tutti i venerdì sera ed in replica la domenica mattina. Peppino qui dà il meglio di sé. La sua vena satirica si rivela del tutto e si scaglia contro i principali esponenti mafiosi della zona, non esitando a tirare in ballo anche politici e amici degli amici. Dopo la sigla di apertura Facciamo finta che di Ombretta Colli, si lasciava spazio alla satira, allo spontaneismo ed all’improvvisazione. Nascono così piccoli capolavori radiofonici, in cui Cinisi diventa Mafiopoli, Gaetano Badalamenti è Tano Seduto, il Municipio diventa il Maficipio e via di seguito. Del 3 marzo del 1978 è il pezzo La cretina commedia, impostata su terzine dantesche, in cui si immagina che i vari gironi infernali siano popolati da esponenti di spicco della mafia locale.

Famoso anche il pezzo Western a Mafiopoli, che riprende atmosfere da cinema americano per denunciare il progetto di costruzione del villaggio Z10 e di un palazzo a cinque piani, fatti tenuti nascosti dall’ambiente politico, ma di cui Peppino era stato informato.

Pezzi del genere scandalizzavano i benpensanti non solo per il linguaggio talvolta triviale utilizzato, ma soprattutto per le affermazioni forti e sicuramente coraggiose in essi contenute. Così come coraggiosi furono altri due volantini del 1977 che accusavano non solo Badalamenti per la costruzione del palazzo a cinque piani e traffico di droga, ma anche esponenti della politica locale.

Gli ambienti mafiosi non tardarono a farsi sentire. Nel maggio dello stesso anno, Felicia ricevette la visita di Vito Palazzolo, braccio destro di Gaetano Badalamenti, che invitava suo marito ad un colloquio. Nessuno seppe mai i contenuti di quell’incontro. Certo è che qualche giorno dopo Luigi Impastato partì per gli Stati Uniti, ospite di alcuni parenti mafiosi, con la promessa che sarebbe tornato quando la situazione fosse cambiata. E Luigi, in effetti, tornò ma morì poco dopo, nel mese di settembre, a causa di un incidente stradale alquanto sospetto.

Continuava, intanto, l’impegno sociale di Peppino che cominciava a ricevere minacce individuali e telefonate anonime. Nonostante ciò, ritenne essenziale imprimere una svolta radicale all’attività sua e dell’intero gruppo di Radio Aut, candidandosi nella lista di Democrazia Proletaria per le elezioni comunali di Cinisi nella primavera del 1978. Solo agendo dall’interno, avrebbe potuto incidere in modo significativo sulle tradizioni politiche locali. Fu un periodo di massimo coinvolgimento. I comizi di Peppino erano violenti, appassionati e molto partecipati. Forti erano le accuse alle forze politiche del compromesso storico, più legate agli interessi mafiosi che impegnate per il bene comune.

L’ultimo comizio tenuto da Peppino fu quello del 4 maggio, mentre rimandava al 10 maggio le accuse più puntuali contro i suoi avversari politici. Come testimonia, ancora una volta, Salvo Vitale, in quei giorni era tornato in paese Giovanni Riccobono, un compagno che da qualche tempo era andato via da Cinisi. Costui riferì che stava per succedere qualcosa di grosso.

L’ultimo comizio per le elezioni comunali del 1978 a Cinisi

La sera dell’8 maggio, attorno alle 21.00 Peppino, dopo aver sistemato le ultime cose per la chiusura della campagna elettorale, lasciò Radio Aut con la sua macchina: dietro di lui un auto con due persone a bordo. Fu quella l’ultima volta che gli amici della radio lo videro. Nonostante passarono tutta la notte a cercarlo, lo ritrovarono solo il giorno dopo, quando si diffuse la notizia della sua morte. Era stato fatto saltare in aria, sui binari della ferrovia vicino Cinisi. Nessuno degli uomini giunti sul luogo del ritrovamento si preoccupò di analizzare nei dettagli la scena del delitto. Furono i suoi compagni a rintracciare brandelli del suo corpo, sparsi nei dintorni, ed a rinvenire tracce di sangue su alcune pietre, all’interno del casolare vicino.

La politica locale, invece, si preoccupò solo di riparare, in tempi sorprendentemente brevi, il danno subito dai binari a causa dell’esplosione. Molte prove dell’omicidio furono occultate. Si sparse la notizia che Peppino stesse preparando un attentato e fosse morto per la sua inesperienza con la polvere da sparo. Altri lasciarono intendere che si fosse trattato di suicidio. Intanto le forze dell’ordine rastrellavano la sede della radio, portando via documenti e testimonianze preziose per ricostruire l’attività del ragazzo. Non solo Peppino era stato ucciso: si voleva cancellare del tutto il suo nome e la sua memoria, addirittura la si voleva screditare.

Anni di accuse, processi ed inchieste. La tenacia di mamma Felicia è stata evidente: nel 2001 e 2002 finalmente la condanna definitiva per Gaetano Badalamenti e Vito Palazzolo, rispettivamente mandante ed esecutore del delitto.

Nonostante gli sforzi di chi ne avrebbe voluto cancellare completamente il ricordo, l’azione di un ragazzo di soli trent’anni, così profondamente impegnato nella società della sua epoca e, soprattutto, nella lotta contro la mafia, continua ad essere esempio e faro per le generazioni successive. La sua personalità, determinata nella lotta ma, allo stesso tempo, problematica, riflessiva ed estremamente sensibile, emerge oltre che dall’attivismo politico e sociale, soprattutto dai suoi scritti più intimi. Tra le poche carte sfuggite al rastrellamento fatto a casa di Peppino dalle forze dell’ordine nei giorni immediatamente successivi alla sua morte, si distinguono alcune poesie, probabilmente risalenti agli inizi degli anni ’70. Si tratta di componimenti brevi, in versi liberi, che non sembrano aspirare a riconoscimenti letterari. Sembrano, piuttosto, scaturire direttamente dall’interiorità dell’io, come immediata reazione ad un particolare momento vissuto.

Una profonda religiosità si avverte nei versi dedicati molto probabilmente al fratello morto di encefalite, un episodio rievocato in un’atmosfera rarefatta, quasi sfocata nel ricordo d’infanzia:

Fresco era il mattino

e odoroso di crisantemi.

Ricordo soltanto il suo viso

violaceo e fisso nel vuoto,

il singhiozzo della campana

e una voce amica:

“è andato in paradiso

a giocare con gli angeli,

tornerà presto

e giocherà a lungo con te”.

Sempre alla sfera degli affetti familiari sembra rimandare un altro testo, che evoca la scena di un’automobile che irrompe sulla strada e pone fine alla vita di qualcuno che era di passaggio. Gli ossimori amore e odio, pianto e riso, fanno pensare che questo qualcuno provocasse in Peppino sentimenti contrastanti, come quelli che lo legavano al padre, morto appunto in un incidente stradale particolarmente sospetto. Nonostante la mancanza di comunicazione tra padre e figlio e l’incomprensione durata per tutta la vita, alla morte del primo ciò che resta è solo un vuoto assoluto.

C’è, invece, chi legge in questi versi una premonizione che Peppino ha della sua stessa morte; in questo caso, l’orologio sembra alludere al ticchettio di una bomba ad orologeria:

Il cuore batte con l’orologio,

il cervello pulsa nella strada:

amore e odio

pianto e riso.

Un’automobile confonde tutto:

vuoto assoluto.

Era di passaggio.

Più volte ci si è interrogati sull’eventuale presenza di una donna nella vita di Peppino, di un amore forte e struggente, tipico d’altronde dei ragazzi della sua età. Né dai suo scritti, né dai ricordi degli amici a lui più vicini, però, emergono spunti chiari su questo punto. Solo due poesie sembrano alludere ad una donna, il cui nome compare nell’acrostico finale, che lascia intendere un amore impossibile:

Nubi di fiato rappreso

s’addensano sugli occhi

in uno stanco scorrere

di ombre e di ricordi:

una festa,

un frusciare di gonne,

uno sguardo,

due occhi di rugiada,

un sorriso,

un nome di donna:

Amore

Non

Ne

Avremo.

Altri componimenti paiono avvicinarsi alle immagini dei poeti maledetti che Peppino leggeva. È il caso del fumo dei fagioli caldi in cui si smarrisce il volto di qualcuno, oppure i bordelli citati nei versi sotto riportati. Qui l’adolescente dalle labbra carnose e dagli occhi trasparenti, quasi simbolo di innocenza, si contrappone ai giovani della generazione di Peppino, che hanno consumato la loro giovinezza nei bordelli, senza mai allontanarsi dalla loro terra. L’adolescente resta immobile e silenzioso. Immobilità e silenzio sono due concetti completamente opposti alla mentalità di Peppino. Ecco perché lo feriscono in modo mortale. Torna poi l’aggettivo consunto associato a giovinezza, un’età che per l’Impastato era già logora, consumata da una lotta e da un’azione politica e sociale che nessuno un domani avrebbe vendicato.

E venne a noi un adolescente

dagli occhi trasparenti

e dalle labbra carnose,

alla nostra giovinezza

consunta nel paese e nei bordelli.

Non disse una sola parola

né fece gesto alcuno:

questo suo silenzio

e questa sua immobilità

hanno aperto una ferita mortale

nella nostra consunta giovinezza.

Nessuno ci vendicherà:

la nostra pena non ha testimoni.

Forti i versi successivi, in cui la notte lunga e senza tempo rimanda al momento storico che stava vivendo l’Italia degli anni di piombo. È la notte che impedisce ogni energia, ogni vitalità ed integrità, quella notte in cui non si riesce nemmeno ad ipotizzare un futuro diverso. E’ il buio della società in cui Peppino si era ritrovato a vivere, chiusa in pericolosi pregiudizi e in una tradizione culturale che assopiva le coscienze e che condannava alla solitudine chi, come lui, aveva lottato affinché le cose cambiassero, lampada stanca, mentre tutto intorno è silenzio:

Lunga è la notte

e senza tempo.

Il cielo gonfio di pioggia

non consente agli occhi

di vedere le stelle.

Non sarà il gelido vento

a riportare la luce,

né il canto del gallo

né il pianto di un bimbo.

Troppo lunga è la notte,

senza tempo,

infinita.

In tutta questa oscurità, ecco l’immagine di un Fiore di campo, che probabilmente allude a Peppino stesso. La sua morte è quasi un rito di purificazione, che lascia sulla terra gli umori segreti, come effettivamente anche l’azione di Peppino ha lasciato i germi di un cambiamento che ha posto le basi per una lotta alla mafia e all’ingiustizia in generale che ancora continua:

Fiore di campo nasce

sul grembo della terra nera,

fiore di campo cresce

odoroso di fresca rugiada,

fiore di campo muore

sciogliendo sulla terra

gli umori segreti.

 

Peppino