Il 19 gennaio 1940 la bella Trinacria partoriva uno di quei figli che da lì a pochi anni avrebbero scosso Palermo, la Sicilia e l’Italia intera. Uno dei protagonisti di quella rivoluzione investigativo-metodologica e di pensiero che avrebbe smascherato Cosa Nostra. Molti, dopo la sua morte sotto il tritolo mafioso, lo definirono, talvolta ipocritamente, un eroe; ma Paolo Borsellino fu molto più semplicemente un Uomo, un idealista, innamorato follemente della sua terra – benché tanto martoriata! – della vita, della bellezza, della semplicità e, in particolar modo, della Giustizia. Paolo nacque nello storico quartiere palermitano della Kalsa, secondogenito dei quattro figli di Diego Borsellino e Maria Lepanto. Una famiglia benestante e molto religiosa:

“In casa sono conservatori, credono nel Fascismo e sono affascinati dal Duce. Quando la guerra finisce e sbarcano gli americani crolla un mondo”

(Attilio Bolzoni, Uomini soli. Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino)

E fu proprio in quel quartiere palermitano, intriso di mafia, che la vita di Paolo Borsellino s’intrecciò per la prima volta con quella di Giovanni Falcone:

“L’intesa tra i due era formidabile quanto l’affetto e la stima che li legava. Si conoscevano da bambini, essendo nati entrambi nello storico quartiere della Kalsa. Erano diversi, ma si completavano a vicenda. Paolo aveva un carattere aperto e cordiale che lo portava a instaurare con facilità rapporti umani, nei quali riversava sempre la sua schiettezza. Giovanni era timido, sembrava frapponesse qualcosa tra sé e gli altri […]  era istintivamente portato a celare i suoi sentimenti dietro il riparo della discrezione”

(Giuseppe Ayala, Chi ha paura muore ogni giorno. I miei anni con Falcone e Borsellino)

Paolo Borsellino al momento della laurea in Giurisprudenza con 110 e lode, a soli 22 anni

Dopo aver frequentato il liceo classico Giovanni Meli, s’iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza presso l’Università degli studi di Palermo, laureandosi col massimo dei voti nel 1962. A soli ventitré anni diventò il più giovane giudice d’Italia. Nel 1969 diventò pretore a Monreale, dove lavorò in stretto contatto con il capitano dei Carabinieri Emanuele Basile. La sua lotta alla mafia iniziò nel 1980 all’Ufficio Istruzione processi penali del tribunale di Palermo, sotto la guida di Rocco Chinnici, quando insieme al capitano Basile lavorò a un’indagine sui rapporti tra i mafiosi di Altofonte e Corso dei Mille, iniziata dal commissario Boris Giuliano, ucciso da Cosa Nostra nel 1979. Ebbe qui inizio la sua carriera da eroe. Ma per conoscere e comprendere a fondo Paolo Borsellino e le sue battaglie bisogna anche riscoprire l’uomo che fu. Chi era quel palermitano con i baffetti alla Menjou e lo sguardo volpino, quell’inarrestabile ciminiera – la sigaretta sempre in mano – che insieme a Giovanni Falcone e al pool antimafia fece tremare Cosa Nostra? Paolo Borsellino fu marito, padre, siciliano: innamorato delle cose semplici, della genuinità, del mare, dei bambini, della sua terra:

“Mio padre mi ha insegnato prima di ogni altra cosa l’umiltà e la riservatezza […]. Leggendo alcuni di questi suoi scritti ho avuto la conferma di quanto fosse umano e insieme intransigente, del valore assoluto del suo rigore morale. L’esempio che ha dato a noi figli è stato di un padre molto premuroso e incredibilmente innamorato del suo lavoro; era felice come un bambino quando di buon mattino si preparava per andare in Procura, quasi impaziente di cominciare, era come si suole dire un uomo decisamente realizzato; eppure sapeva godersi la vita. Era un gran lavoratore ma non trascurava affatto i suoi hobby tra i quali spiccava il mare; e il mare per lui significava scorrazzare con la sua barchetta lungo tutta la costa palermitana, significava fare lunghissime nuotate, a volte sott’acqua, lui che era un fumatore incallito e irredimibile, il mare era la sua vera valvola di sfogo. Ma non l’unica. Si dilettava con la bicicletta, era un maestro nell’uso del barbecue e poi adorava i bambini, mai l’ho visto felice come quando aveva in braccio un bambino”

(Manfredi Borsellino)

Paolo Borsellino insieme alla sua amata famiglia

Era innamorato del suo lavoro, nonostante gli ostacoli, il fango, il rischio. Sublimava ogni difficoltà con la forza del sorriso e dell’ironia:

Era […] un uomo di un’ironia imbarazzante e dissacrante. Riusciva a sdrammatizzare tutto con una naturalezza assoluta. La battuta era sempre in agguato, anche durante il più pesante dei discorsi o il più difficile dei momenti. E ne vivevamo tanti assieme. Era molto veloce nel capire, nel formarsi un’opinione, nel partorire un’idea. Aveva ritmo e non soffriva pause. Era anche molto preparato e professionale, ma non gliene importava niente di darlo a vedere. Come tutti quelli che sanno di non averne bisogno. Era capace di scherzare anche sulla più complicata delle questioni che aveva risolto, magari con grande fatica. Te la offriva con semplicità. Non voleva stupire nessuno. Prendeva per i fondelli pure se stesso. […] Era impossibile non volere bene a Paolo Borsellino, non apprezzarlo, non ammirarlo. La sua vita era quella di un uomo semplice, serio e responsabile, tutto casa, famiglia e lavoro. Era un fervente cattolico e aveva un preciso credo politico sin dai tempi dell’università, che lo videro militare nel Fuan. Era un uomo di destra, intriso – come si usava allora da quelle parti – di valori forti e di un alto senso dello Stato. Non si lasciò, però, mai condizionare dalle sue idee quando si trattava di decidere la sorte di un imputato. Il suo amore per la giustizia era più forte di tutto”

(Giuseppe Ayala, Chi ha paura muore ogni giorno. I miei anni con Falcone e Borsellino)

Uno scherzoso Borsellino assieme al figlio Manfredi

Quest’uomo integerrimo, instancabile e innamorato servitore dello Stato e della Giustizia, nel 1980 fu tra i componenti del Pool antimafia, la grande intuizione di Rocco Chinnici: Cosa Nostra è un tipo di criminalità fortemente organizzata e gerarchica, radicata sul territorio, che gestisce traffici illeciti e paraleciti, con legami all’interno dell’imprenditoria e della politica: per contrastarla c’è bisogno del lavoro coordinato di più magistrati specializzati che conoscano bene tutte le sfaccettature di un fenomeno tanto complesso. Scopo del Pool fu la condivisione di informazioni e conoscenze sul fenomeno mafioso tra più persone, con indagini coordinate anche con le forze dell’ordine: si rendeva così più efficace l’azione giudiziaria, basata su accertamenti bancari e patrimoniali e vecchi rapporti delle forze dell’ordine –. La condivisione di informazioni limitava il rischio di creazione di un facile bersaglio per Cosa Nostra, evitando la dispersione di informazioni e l’azzeramento delle indagini in caso di attentato. Il 1981 e il 1982 furono gli anni della seconda guerra di mafia, che insanguinò le vie di Palermo, gli anni dei cadaveri eccellenti di Pio La Torre e di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Solo dopo la strage di via Carini, il 13 settembre 1982 entrò finalmente in vigore la legge Rognoni-La Torre che riconobbe il reato di associazione mafiosa: fu solo il primo passo per impedire che i successivi processi alla mafia si concludessero con una valanga di assoluzioni.

Falcone, Borsellino e Caponnetto

Nel 1983 dopo l’attentato mortale, di matrice mafiosa, a Rocco Chinnici, le redini del pool passarono al giudice Antonino Caponnetto fino al 1987. Erano gli anni dei collaboratori di giustizia, delle rivelazioni di Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno, dell’uccisione di Leonardo Vitale – il primo pentito di mafia, ritenuto pazzo e per questo rimasto inascoltato –; gli anni del processo Pizza Connection e dell’istruzione del maxiprocesso di Palermo, u maxi; gli anni degli assassinii di Giuseppe Montana e Antonino Cassarà e dello scioglimento della squadra mobile di Palermo. A causa dell’escalation di violenza mafiosa, Paolo Borsellino e Giovanni Falcone furono costretti a passare l’estate del 1985 nel carcere dell’Asinara con le loro famiglie. Proseguiva intanto la preparazione del maxiprocesso a Cosa Nostra che si aprì il 10 febbraio 1986 nell’aula bunker del carcere dell’Ucciardone di Palermo. “La Repubblica” parlò di mafia alla sbarra: la grande novità fu che Cosa Nostra veniva per la prima volta processata come associazione unitaria. 474 imputati vennero rinviati a giudizio per i reati di associazione mafiosa, omicidio, estorsione e traffico di stupefacenti. U maxi risvegliò la coscienza civile antimafia, ma non era benvisto da tutti: numerose furono le accuse e le polemiche, a cui Paolo Borsellino diede una risoluta risposta che sembrava anche uno spaventoso monito sul disimpegno dello Stato all’indomani del maxiprocesso:

L’illusione  di aver sconfitto la criminalità mafiosa costò negli anni ‘70 un vuoto di indagini per un decennio, al termine del quale, non per scelta, ma per necessità inderogabile, divenne indispensabile tentare di recuperare il tempo perduto con lo strumento del maxiprocesso, i cui denigratori farebbero bene a ricordare che maxi esso non sarebbe stato se non fosse stato necessario affrontare il problema di una organizzazione criminale di proporzioni gigantesche, cresciuta a dismisura tra l’indifferenza generale o l’assuefazione alle più efferate forme di violenza […]. Coloro i quali avevano superficialmente o forse talvolta anche in mala fede, salutato le iniziative giudiziarie a cavallo degli anni 1984 e 1985, non come l’inizio di una adeguata risposta statuale allo straripare incontrollato della violenza e della potenza di Cosa Nostra, bensì come una conclusiva risposta alla “emergenza mafiosa” avevano finito per alimentare una pericolosissima illusione […]: cessata l’emergenza (sono diminuiti gli omicidi, vengono catturati i latitanti e il maxiprocesso procede regolarmente nelle sue tappe dibattimentali) è venuta meno la necessità di una straordinaria risposta dello Stato e occorre ripiegare sulla “normalizzazione”. Noi rifiutiamo il concetto di “emergenza nella lotta alla criminalità mafiosa e riteniamo pertanto senza significato valido i costanti richiami alla “normalizzazione”. La risposta dello Stato deve essere continua e costante nel rispetto doveroso delle garanzie del cittadino. Non sono consentiti allentamenti di impegno e di tensione, non perniciose illusioni di cessata pericolosità solo in presenza di un calo statistico degli episodi di violenza, per altro niente affatto scomparsi

Paolo Borsellino e Leonardo Sciascia il 25 gennaio 1988

Nonostante il tentativo di boicottaggio da parte della difesa con la richiesta di lettura integrale degli atti e le innumerevoli accuse al fenomeno del pentitismo, il processo si concluse il 16 dicembre 1987 con la condanna di 360 imputati e la piena conferma dell’impianto accusatorio istruito dal pool, in ragione di questo sfruttò al meglio le dichiarazioni dei pentiti che permisero di far luce sull’organizzazione interna di Cosa Nostra, il suo linguaggio, i suoi riti; ma a differenza di altri processi le dichiarazioni dei pentiti non erano la base dell’accusa: queste andavano solo a sostenere e rendere ancor più chiare prove già precedentemente raccolte. Il maxiprocesso fu una vittoria, un grande scacco a Cosa Nostra. Ma diede impulso anche alla macchina del fango. Il 19 dicembre 1986 Borsellino venne nominato Procuratore della Repubblica di Marsala: non si tenne conto del canonico criterio dell’anzianità di servizio, Borsellino ottenne il posto grazie alla sua indubbia preparazione ed esperienza nel campo dell’antimafia. Il fatto scatenò la polemica sui Professionisti dell’Antimafia, innescata da un articolo di Leonardo Sciascia apparso il 10 gennaio 1987 sul Corriere della Sera. L’antimafia come strumento di potere: lo scrittore siciliano fu un visionario nel denunciare una simile degenerazione, ma sbagliò senza dubbio bersaglio. Quell’articolo fu definito anni dopo dallo stesso Borsellino, in occasione del convegno organizzato dalla rivista Micromega il 25 giugno 1992, come l’inizio della fine di Giovanni Falcone.

Ultimo intervento Paolo Borsellino. Il 25 giugno 1992 Paolo Borsellino interviene ad un dibattito organizzato dalla rivista Micromega presso l’atrio della Biblioteca Comunale di Palermo; sarà il suo ultimo intervento pubblico

All’indomani della sentenza del maxiprocesso, infatti, Antonino Caponnetto abbandonò l’Ufficio Istruzione di Palermo: tutti speravano nella nomina di Giovanni Falcone, ma a questi il Csm preferì Antonino Meli, magistrato a due anni dalla pensione, senza alcuna esperienza in materia di processi di mafia. Ebbe così inizio la progressiva opera di disfacimento del pool antimafia e l’emarginazione di Falcone. Borsellino non poteva tacere. La rabbia era tanta, il pool veniva demolito in un silenzio indifferente e assordante. Se Falcone:

“Deve essere eliminato l’opinione pubblica lo deve sapere, lo deve conoscere, il pool antimafia deve morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio”

Così Borsellino rilasciò due interviste il 20 luglio 1988 a La Repubblica e a L’Unità. Un grido disperato e rimasto pressoché inascoltato che denunciava la disfatta del pool antimafia e della squadra mobile, le indagini ferme al 1982, la fine del coordinamento delle indagini con la conseguente perdita della visione complessiva del fenomeno mafioso, come accadeva prima della creazione del pool. Un enorme passo indietro nella lotta alla mafia:

Le indagini si disperdono in mille canali e intanto Cosa Nostra si è riorganizzata, come prima, più di prima

Incontro di Paolo Borsellino ed Enzo Guidotto a Bassano del Grappa il 26 Gennaio 1989

I timori di Borsellino si rivelarono drammaticamente reali: lui e Giovanni furono progressivamente isolati, rimasero facili bersagli per Cosa Nostra. L’ostilità del Csm – ma non solo – nei loro confronti li tramutò in cadaveri che camminano: rimasero gli unici a rappresentare ancora un serio pericolo per Cosa Nostra. Così a distanza di cinquantasette giorni l’uno dall’altro, abbandonati, derisi e screditati da coloro che li avrebbero ipocritamente elogiati una volta morti, il 23 maggio e il 19 luglio 1992 il tritolo mafioso fece saltare in aria quei due figli della Sicilia che avevano lottato con serietà, coraggio e determinazione contro tutto e tutti per liberare la loro amata terra da Cosa Nostra.

Perché se l’amore è soprattutto “dare”, per lui [Falcone] e per coloro che gli siamo stati accanto in questa meravigliosa avventura, amore verso Palermo ha avuto e ha il significato di dare a essa qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la Patria cui essa appartiene”

Paolo Borsellino dedicò tutta la sua vita alla lotta alla mafia, non solo da magistrato: s’impegnò anche nella diffusione delle sue conoscenze sul fenomeno mafioso, al fine di formare una coscienza civile antimafia, indispensabile, insieme all’azione repressiva, per la sconfitta di Cosa Nostra.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

La lotta alla mafia (primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata) non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte (perché prive o meno appesantite dai condizionamenti e dai ragionamenti utilitaristici che fanno accettare la convivenza col male), a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della contiguità e quindi della complicità

Borsellino aveva una grande fiducia nei giovani, era convinto che, attraverso la conoscenza, la consapevolezza, la cultura della legalità e il rifiuto dell’omertà e del compromesso, sarebbero diventati uomini liberi. Da Cosa Nostra, ma non solo. Un’altra battaglia di Paolo Borsellino, dedicata soprattutto ai giovani, fu quella contro la droga, vista storicamente come mezzo di oppressione coloniale – anche nelle sue forme economiche – di popoli, come accadde con la Guerra dell’oppio, che piegò duramente il Celeste impero.

Paolo Borsellino

Droga libera: espressione estremamente contraddittoria (termini inconciliabili) per l’uomo di legge e lo studioso di problemi inerenti al traffico e alla diffusione di sostanze stupefacenti. Nei tempi moderni il consumo di massa della droga nasce come fatto di oppressione coloniale e bellica e continua come l’attività più intensa e pericolosa della criminalità organizzata. La lotta alla droga è quindi storicamente lotta per la libertà: dall’oppressione e dal crimine. […] Lotta di libertà ma anche lotta contro il crimine organizzato che presiede ai suddetti traffici e lotta (anch’essa di libertà, cioè di libertà dal bisogno) per consentire a intere popolazioni di affrancarsi dalle necessità di coltivare oppiacei per sopravvivere o per ottenere i mezzi necessari per le loro lotte di indipendenza

Borsellino si oppose decisamente alle semplicistiche proposte di liberalizzazione della droga portate avanti in quegli anni da aberranti ideologie e dai partiti folli, che sostenevano che tramite essa Cosa Nostra si sarebbe indebolita.

Tesi semplicistica, con riferimento alla potenza di Cosa Nostra, che non è riassumibile soltanto nel traffico di droga anche perché ha dimostrato di sapersi adattare alle mutate condizioni sociali e di mercato, sopravvivendo. […] Non verrebbe affatto eliminato il mercato nero della droga, alimentato da una vasta categoria di consumatori clandestini. Persone che per ragioni di prestigio sociale eviterebbero le strutture pubbliche di distribuzione. Minori, che diventerebbero la meta preferita degli spacciatori clandestini, subendo un ancor più forte impatto di quello attuale. Consumatori non soddisfatti delle dosi e delle qualità di droga ufficialmente fornite. […] Droga libera, pertanto, sarebbe una pestilenza tale da portare le condizioni perché la comunità sociale diventi l’accozzaglia incontrollabile di uomini non liberi

Le parole, gli insegnamenti di Borsellino sono sempre intrisi di una dolce nota di speranza per la creazione di un futuro migliore. Sognava una società di uomini liberi, formatasi attraverso l’educazione alla bellezza.

Paolo Borsellino insieme a sua figlia Fiammetta

È sufficiente una sola parola per descriverlo: un esempio

Questo fu Paolo Borsellino: l’Esempio. Tutta la sua vita fu una lotta, un sacrificio, un atto d’amore. Paolo era un uomo innamorato: della sua cara moglie Agnese, dei suoi tre adorati figli Lucia, Manfredi e Fiammetta, della sua Sicilia, della sua Italia; della giustizia, della verità, della libertà. Un uomo, un padre, un siciliano, un instancabile e abbandonato servitore dello Stato alla perpetua, inarrestabile ricerca della libertà dall’oppressione, dalla menzogna, dal compromesso etico. Una battaglia continua, a cui solo il tritolo di via D’Amelio pose fine.

È bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola

Borsellino morì per ciò in cui credeva, da Uomo libero. Sta a noi seguire il suo esempio.