« Abbiamo conosciuto il lavoro massacrante, estorto in cambio di salari che non ci permettevano né di mangiare abbastanza per allontanare la fame, né di vestirci né di avere case decenti né di allevare i nostri figli come esseri che ci sono cari. Abbiamo conosciuto le prese in giro, gli insulti, le botte che abbiamo sopportato mattina, mezzogiorno e sera perché siamo neri. Abbiamo visto confiscare le nostre terre in nome di leggi « legittime », che di fatto riconoscono solo le ragioni del più forte. Non dimenticheremo mai i massacri nei quali tanti di noi sono morti, le celle dove erano gettati quanti si rifiutavano di sottomettersi a un regime di oppressione e di sfruttamento ».

Repubblica Democratica del Congo. Una Repubblica democratica nel mezzo dell’Africa nera, e a chiamarla in questo modo non furono i coloni belgi, insediati nel territorio a partire dal 1908, ma fu un uomo, un indigeno di quelli che grazie ai suoi studi ed al suo merito aveva ricevuto da parte dell’arrogante governo belga il titolo di evolué (evoluto): il congolese Patrice Lumumba. Tuttavia di lui, sopratutto oggi, se ne parla sempre poco. In Italia nel 1961 a divulgare la notizia della sua morte fu il giornale l’Unità, quando migliaia di cittadini manifestarono contro il suo assassinio, e il Senatore del Pci Velio Spano dichiarò:

“Lumumba aveva compreso che, per fare del Congo una nazione libera, era necessario valicare i limiti tribali. In questa politica unitaria e democratica, in questo concetto nuovo per l’immenso paese africano, in questa nuova prospettiva sta la sua grandezza di dirigente: per questo aveva vinto le elezioni, per questo era stato eletto primo ministro, per questo è stato assassinato. Ma la lotta del popolo congolese non è morta con lui: e continuerà fino alla sconfitta dei colonialisti belgi, dei loro complici, dei loro servi”.

Eppure, oggi, di Patrice Lumumba nessuno dice più niente, oggi che quel tragico evento storico deve farci riflettere sul fenomeno delle “primavere arabe”, sul valore dell’intervento umanitario, sulle destabilizzazioni dei governi, sulla possibilità di ogni popolo di autodeterminarsi. Nessuno ne parla più perché Lumumba è un simbolo forte, un simbolo di resistenza ad un sistema che – la Libia e la Siria ce lo stanno dimostrando – esiste ancora. Patrice Lumumba in quegli anni fu il fondatore del MNC (Movimento Nazionale Congolese) che lottava per l’indipendenza del proprio paese contro l’imperialismo europeo. Per questa suo attivismo finì in prigione, ma dopo una serie di conflitti tra i belgi ed i gruppi indipendentisti, finalmente vide realizzato il proprio sogno: il 30 giugno 1960, il Congo si proclamava indipendente e Lumumba ne divenne il primo Ministro.

Ma la storia degli eroi è sempre breve, e se politicamente il Paese poteva sperare nell’indipendenza, di certo non poteva toccare gli interessi economici del Belgio. Tuttavia l’idea di Lumumba non era superficiale, e l’autonomia del Congo doveva dimostrarsi assoluta.  La presa di coscienza dell’oppressione coloniale doveva trasformarsi adesso in sovranità nazionale, e così il primo ministro si concentrò su una politica di africanizzazione del territorio, ovvero anti-secessionismo e anti-imperialismo, con la diminuzione del potere delle tribù e un’ispirazione socialista. Per dimostrare ancora una volta la propria autonomia aumentò il numero delle truppe governative, tanto che per la paura di perdere il controllo sulle sue risorse minerarie e sui suoi investimenti in Congo il Beglio decise immediatamente di inviare un contingente militare nella regione del Katanga, dove aveva le proprie risorse di oro, uranio e cuoio. L’11 luglio del 1960 Moise Coimbe, una sorta di mercenario legato alle compagnie europee, con l’aiuto dei belgi diede vita ad un movimento secessionista che proclamò di lì a poco l’indipendenza della regione del Katanga.

A questo punto cominciarono i conflitti tra il Congo di Coimbe filo-belga e quello di Lumumba. Anche gli Stati Uniti, per difendere l’ideologia liberale e non dare spago ai movimenti che riteneva pseudo-comunisti, approvò l’intervento “umanitario”- militare dei Belgi contro il governo di Lumumba, ritenuto “una minaccia per la pace e per la sicurezza nel mondo”. Gli scontri furono violenti , ma i richiami di Lumumba all’Onu non servirono a niente. In un clima caotico il Presidente decise di destituire dall’incarico il primo ministro, ma Lumumba continuò da attivista la sua battaglia. Appena il Parlamento, ancora sufficientemente indipendente, volle votare per la sua riammissione vi fu un colpo di Stato da parte di Mobutu Sese Seko. L’Onu allora, sotto la pressione internazionale dei paesi africani decise di prendere Lumumba sotto la sua protezione. L’ex primo Ministro intimorito decise di fuggire per raggiungere i suoi sostenitori, ma venne bloccato dalle truppe del neo-golpista. Con la sollecitazione dei belgi Lumumba fu in seguito consegnato nella regione del Katanga e  fu fucilato la sera del 17 gennaio 1961 sotto l’ordine di una generale belga.

In quei sei mesi al potere Lumumba aveva compreso tutto quello che dietro la sua rivoluzione si stava giocando: la libertà di un popolo e gli interessi economici di un altro. Scegliendo la prima strada, Lumumba divenne uno dei simboli dell’anti-imperialismo in tutto il continente. Lo stesso Thomas Sankara ne trasse ispirazione per adempire all’indipendenza burkinabé.